Versione 3.0
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Precondizioni interpretative
o Nonostante la crisi
[Note su alcuni poeti italiani nati negli anni ’70 – Iº parte/II° puntata]
Pubblicato su «Atelier», XIV, 54, giugno 2009
Continuando ancora nel quasi pop vorrei poi proporre all’attenzione tre esempi diversissimi (perchè le linee di tendenza necessariamente si biforcano al loro interno). Il primo è Flavio Santi (classe ’73), e mi riferisco qui solo alla sua produzione in lingua italiana. Il ragazzo X è uno degli esempi più avanzati della poesia postmoderna italiana: il tentativo del ragazzo di impersonare, ai giorni nostri, un Leopardi risucchiato nella condizione del precariato (lavorativo, affettivo e morale), determina anche qui il consueto affastellamento tematico di natura descrittiva. Inoltre la valenza filosofica, attivata dalla sovrapposizione temporale, è in questo caso estrema: la mancanza della Kultur condivisa, la scoperta che a un certo punto della Storia ogni forma non ha più alcuna Totalität a cui rapportarsi, fa sì che l’unico riferimento, ironico riferimento, a cui quella stessa forma può agganciarsi è proprio il postmoderno individuo problematico, che porta dentro di sé il demonietto della riflessione che smonta qualsiasi congegno immaginativo: ecco che la condizione ipostatica di apparenza dà luogo, semmai, a un Leopardi filtrato da Sterne, e l’umorismo scopre il suo volto oscuro, che è la costrizione ad accettare lo status quo:
L'estate del '78 segnò
magro pallottoliere
i due anni della morte di Carosello
e il Mundial dell'Italia terza
e di una squadra vincente in campo
ma frodata dalla vita.
Era l'argentina di Kempes,
Achille setoloso e segaligno,
felpato, grandi gol, mai arrivato
in Italia, un po' come un re,
mai arrivato, a volte invocato…
l'esilio… sì anch'io…
l''estate delle bibite ghiacciate,
i coni gelato
io quell'estate ero in spiaggia,
ti ricordi?
Sotto l’ombrellone a righe
mancando vistosamente l’abbronzatura
guardavo il mare
andare e venire,
andavo a vedere la tele,
i lanci, le azioni,
(ovviamente non sapevo
che allo stadio il resto della stagione
torturavano la gente
con elettrodi che scioccavano,
schizzavano a mille riducendo
le persone agli spiccioli di un incubo).
[...][1]
Precondizioni interpretative
o Nonostante la crisi
[Note su alcuni poeti italiani nati negli anni ’70 – Iº parte/Iº puntata]
Pubblicato su «Atelier», XIV, 54, giugno 2009
«Se c’è letteratura c’è critica; se non c’è letteratura la critica muore. Non è pensabile una letteratura che non sia nutrita di ragioni, quindi di ragioni critiche»[1]. Sono parole di Guido Guglielmi, inaugurando qualche anno fa, e sulla scorta del giovane Lukács, una letteratura (e dunque una critica) del “nonostante”, espressione di una comunità ermeneutica che, sempre più protesa (e come potrebbe, oggi, non essere così?) verso i propri interessi specialistici, prova, “nonostante” tutto, a fornire e delineare un orizzonte condiviso, benché questo sia scomparso, culturalmente parlando, almeno cento anni fa.
La critica, si dice, è un atto arbitrario, e lo anche la poesia, e lo è anche, lo diceva Nietzsche, la filosofia[2]. Ciò non deve far gridare allo scandalo, perchè arbitrario in sé è naturalmente lo stesso atto linguistico, costruzione simbolica protesa nel vuoto, e nei cui confronti l’unico atto umanamente possibile è quello di rispondere con «un po’ più di critica», cioè con un po’ più di linguaggio. Se io ora mi appresto a parlare di nomi e di poetiche, se io ora provo a simbolizzare un orizzonte interpretativo, non lo faccio perchè penso di aver trovato chissà quale chiave: lo faccio perchè, nonostante tutto, devo continuare a parlare, cioè, in quanto essere umano, devo continuare a fare critica, anche se so che i simboli che creo sono solo simulacri, anche se so che forzo la realtà a un giudizio, anche se so che le mie precomprensioni (ideologiche, psicologiche, estetiche) si riverberanno sul discorso e lo faranno, per l’appunto, arbitrario.
Non è il mese adatto, non ci sono stati preavvisi, non c'è, con tutta onestà, un piano preciso per la strada da percorrere. I dati di fatto sono che LiberInVersi ha chiuso un anno e cinque giorni fa e che l'ultimo post da intendersi come tale risaliva alla fine di agosto del 2008. I dati di fatto allora come oggi sono costituiti dall'assunto secondo cui rimane complesso essere «presenti», in tutti i sensi: nella realtà fisica, per cominciare. Occupare un posto, un luogo è tra le più grandi questioni (nell'opinione di chi scrive) dell'evo contemporaneo. Sia esso inteso in senso geografico (migrazioni, xenofobia, povertà e gradienti di ricchezza globale), comportamentale/interrattivo (siamo sempre attenti ?), identitario, storico. Anche occupare un posto nella rete Internet è complesso: lo abbiamo appreso nelle esperienze ormai passate. Essere presenti richiede impegno, spazio, tempo, risorse. Oggi come ieri il primo problema di LiberInVersi rimane quello di trovare una soluzione all'equazione tempo/risorse/disponibilità e con questa soluzione creare valore aggiunto: qualcosa che rimanga, che lasci un segno, che divenga a sua volta risorsa e non sprechi nulla: non butti via niente, ma che al contempo sappia valorizzare ciò che merita di esserlo, contro la perdita di tempo e contro l'utilizzo dello stesso solo in senso utilitarista.
Per questo LiberInVersi non ricomincia, ma «prova a ricominciare»: dove erano apposti i nomi dei membri della redazione ora vi è la questione.
Un primo tentativo di risposta è la definizione del possibile percorso. LiberInVersi si occupa ancora di poesia, ma non si restringe ad essa. Intende sfruttare in questa nuova formula e versione tutto lo sfruttabile della comunicazione in loco riducendo i passaggi "sottobanco". Non più quindi la ferrea regolarità delle uscite, ma il dialogo progressivo tra un post e l'altro. Il fulcro dello spazio è, rimane, la lettura: a differenza di prima però non ci si impone di sviscerare il testo per «smontare» la poesia contemporanea, ma ci si propone di «trovare il testo». I metodi per farlo si prefigurano complessi, ancora da costruire, ma passano appunto per il dialogo serrato, se funzionante, se con successo, sulle pagine. Per concludere l'idea sarebbe quella di trovare il testo che in qualche modo recuperi contemporaneità e realtà.
Si comincia da subito, ovviamente. I commenti, i post successivi, con il massimo sforzo di creare comunque un ordine: un percorso reversibile, un po' come si leggeva in un commento all'ultimo post di prova: che si continui a leggere i testi e i commenti di un blog chiuso è un risultato notevole. Si può ritornare, si può usare, si può «prendere» in tutti i sensi. Per una cosa simile vale la pena di (provare a) riprovarci.
LiberInVersi
Contrariamente a quanto annunciato il 3 agosto scorso, a seguito di un confronto di redazione si è deciso di non riaprire LiberInVersi. Le ragioni che sottendono questa decisione, che peraltro ci si augura dovrebbe avere effetti solo temporanei, sono di natura operativa e contingente. Al di là delle difficoltà gestionali pratiche di questo particolare periodo di tempo, come già discusso anche in uscite precedenti, durante il confronto è risultato chiaro come le riflessioni sulle scritture (in rete e non), proiettino per tutti l'attraversamento di una fase che nella valutazione dei redattori richiede un ripensamento dei modi e dei tempi dell'approccio alla scrittura e all'espressione poetica. Tutti sono stati unanimi nell'affermare che possibili facili entusiasmi inziali e fisiologici si possano in qualche modo essere spenti e che, onde evitare l'estremizzazione delle derive verso «l'hobbismo della scrittura» e l'inutile ripetizione dei contenuti, si renda opportuna una pausa di riflessione. Oltre a consentire il passaggio ad una fase di più semplice gestione e un possibile ripensamento della formula, la fermata di LiberInVersi è anche un momento di silenzio che bene si adatta, nella visione della redazione, all'attuale percezione di stanca associata al fenomeno delle scritture in rete. Con l'auspicio quindi di riprendere le attività nel prossimo mese di Novembre, segnaliamo che dopo tre anni di continuo lavoro (se così si può definire) LiberInVersi si ferma a tempo per ora indeterminato. La speranza è che la redazione si ritrovi unita al termine del periodo per proseguire magari in forma diversa il lavoro cominciato tre anni fa.
Massimo Orgiazzi
LiberInVersi chiude per ferie
Come di consueto anche quest'anno è arrivato il momento di una fermata per ferie. La programmazione convenzionale di LiberInVersi riprenderà Domenica 31 Agosto. Come alcuni sapranno (per essere stato in parte condiviso on line negli scorsi giorni) è in corso nella redazione un dibattito sulle possibile linee evolutive (o almeno sull'opportunità di queste ultime) per il futuro di questo spazio blog che pochi giorni fa ha compiuto i tre anni di attività. Con l'augurio quindi di buon riposo a chi avrà l'opportunità di una vacanza e di buon lavoro a chi continua la propria attività, l'auspicio è quello di incontrarci ancora su queste pagine a fine agosto, magari con nuovi progetti per i mesi a venire.
mo
15.
e la stessa cosa è per quel lieto fine: nell’attrazione
di una città ridotta, a portata di mano, di minime architetture
– anche sessuali chiaramente – in aut/aut di risposta
una qualche fase accomodante della nostra posa,
un profilo messo alle spalle, somma e commozione/
segnale senza intoppo/ certezza/ cronaca di per sé morale
variazione in corpo, in vita / minaccioso esilio / compromesso;
da Per mano d'un Guillotin qualunque
(Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza, 1998)
(1992-93)
IV
va’! - per sempre vai
mia esile rampolla come (nocchiera titubante)
andavi quell’agostana staggia di tempo
con la giovane nuca vòlta a est - vòlta ad ovest
e il solo orientamento d’un lastrico
di zolle e il passo
di tre balordi adulti che messi insieme
non ne fanno uno
tu guardandoli e la decisa piccola testa
che dice sì - dice no voltàta al mare - rivòlta alla campagna
sedizioso ricovero di pennuti pensieri
di giganti figure d’alberi e di leprotte
fedeltà da lobo a lobo - come muovi la testa - e
possibilità cospicue e molte facce di noi
noi
che ci srotoliamo avviticchiando male
le male teste a un collo di gallina
o di struzzo
o di gru
Traduzione a cura di Alessandro Ghignoli
è la sua orma di sete
il segreto che lasciano le piogge
sugli occhi che
riflettono la sua caduta.
ho guardato i morti
negli occhi
e bevuto la mia saliva cercando
pane nella mia bocca
e seppi di un’altra
orma,
quella che nasce al gettarsi
dalla propria
caduta,
solco nella sete, nella sete di
non essere uno
o in smettere d’esserlo
al guardare cadere le piogge.