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domenica, 27 luglio 2008
ANGELO PETRELLI – MOLOKH

15.

 

e la stessa cosa è per quel lieto fine: nell’attrazione

di una città ridotta, a portata di mano, di minime architetture

– anche sessuali chiaramente – in aut/aut di risposta

una qualche fase accomodante della nostra posa,

un profilo messo alle spalle, somma e commozione/

segnale senza intoppo/ certezza/ cronaca di per sé morale

variazione in corpo, in vita / minaccioso esilio / compromesso;

 

 

19.

 

e se il problema è definire il canto: la spina alla rosa, l’ascesa

il climax podatus forse cursus la musica il caos [intendo naufragato] nel petting costretto in curvezza [genuflesso]

ancora meglio sinuata la m in me immersa!

e se sono io la materia il defecare, insomma la scarna evidenza: lo scarto, l’indecenza, lamentoso al battito come a protendermi, immobile poiché in loci, vibrante instabile in struttura:

sorraso da un tocco di fune risuono scavato a mio dire vuoto,

spesso a dormire sogno un tonfo dimesso – pauper ti dico, infirmi!

e così datato in fondo all’ascesa sempre più vecchio:

e ambulante dove nulla accade perché non-sense

sia già accaduto immoto il fato del fottimento;

la sordida sorella che non ha padre, e non ha sete

della pessima madre che non cade: sinus sine sitis?!

 

 

20.

e aggiungo un nome all’elenco – al tenero mattino

alla sua esigenza, invoco il docile Ipso fratello;

Ipso dunque: very like a wake – ma lacerato, interdetto,

aperto come un sudario, striminzito insetto δ già vecchio:

 

sono ricordi del tuo ingegno, indistruttibile tristezza

i fiumi di sabbia che per tutto quello che va dato,

che finalmente sopra di te, sono paesaggio: Ipso gettato oltre

il golfo morale mentale, spalancati gli occhi tra gli alti gorghi

che non piangono, iride azzurra e amianto, spasmodico intelletto, gioco silenzioso oltrepassato; mitica miniatura, covami

ancora, quasi indecenza. Non potrò pregare per pietà borbottando, se proprio non potendo, rendendomi il passo

più felice dello stesso soffio, non far caso alla mia mano

ma solo la voce quando il giorno sarà domani,

ascoltandolo bene, quello che ho da dire;

 

che i fradici fangosi spazi oceani fatti i loro stracci

saranno all’asciutto, cadendo al disotto del corpo

misericordia che non perdoni hai spolpato il rosario,

il frammento sfruttando la radice: contro l’aria hai edificato

il regno e la ragione e per lasciarmi vivere ti cito scellerato:

« is recte laudari sese, cui nemo alius contigit laudator» ;

ossessione dico! ecco. obliquo al meteo dei miei tempi, variante:

«ora devo» alla pioggia alla kaf che segna il movimento, K. giusto sia che vada. andante. no? ergo est? K? tra la terra e il cielo.

 

 

27.

 

e che fai di questi, del tuo spazioso corpo, del semplice

dialetto d’avere ragione, agile, oltre ogni dire di tanta coscienza,

o della tua dialettica-spirituale, della tua situazione-troppo vicina

alla frangia e al dente, dell’acqua sporca evasa dal cuore;

viso del tuo fenomenico moto, dentro la scia che indugia,

[ammiccante?

 

[…]e ricorda che non siamo noi quel fluire – che sento –

tra pieghe di terra, il venire meno, tra groppi di sangue

– degli ampi gesti – della stessa terra/carne,

che di stagioni scomparse, l’avvento senza frutto

né dell’uomo l’ultimo slancio: né dei ricordi di musica

la scena né dell’ombra messa alle spalle questa espressione:

 

– anche se tardi, nella tua sporadica febbre: - emergi - come

di un altro fatto di fuoco, perdutamente argomento,

che per quanto minato nel suo confine effranto, usato all’infinito,

alla foce ascolti: arma orientata, cremazione: universo sempre

più semplice. sibilo Altissimo - emergi - dal non detto; 

 

 

31.

 

e così, dov’è l’abisso delle cose più lievi?

 

sotto l’enorme cadavere della tua mano

che mai vorrà dire l’opera nel suo pronunciamento

di fasi e preghiere? E nella nube del sorgere

queste litanie costrutte, o le altre minime vocazioni

che non dimentico/che tra il vago e il folto – si dicono –

passione: che sono foreste di pensieri, sistemi di beltà,

o sono pretesto?  – e cosa sei del vero, dimmi –

forma dunque del forse o del certo?

 

36.

 

e ricorda che a quel perdono che potranno

negarci - a dirlo tutto, per il più e il meno -

e di altre ragioni poi, come questo chiodo che batte

se stesso: che nessuna parola da salvare sarà come

il nostro ingegno di farci sfuggire - può bastare,

alle lusinghe, solo al correre elegante, all’andare

di civette sontuose nella notte(lontano)/lontani da te/

lontanamente il tuo punto: nella traiettoria del restare

soli, nel finire di erranze – tu renitente perdono

tu che lasci finire le attese e concludi – sei la nascita

di tristezze, che vedi, e stra-vedi nell’onda lunga

che ne segna l’avvento e l’ora che cancelli;

 

 

 

45.

 

un fiore che quindi è un dilemma: che chiaro è all’oggetto

[ l’affezione il tormento:

nei cunicoli d’erbaccia del cimitero archetipico λ dimesso

[ l’arcipelago neonato

e che dunque partorisce nel suo ghetto monosillabi [ mo-lo-kh ] 

che realmente spiacevoli vagamente vocaboli ipsissima verba

sono il sogno di Ipso, sono le trombe che vogliono salire

piangere la pietra e i mille anni di pioggia propedeutica

categorischer imperator divus che sciogli la fune nel taglio

del presente tu predicato onnisciente verdetto et acumine;

 

oh sociale placenta pitico gioco indovino – insomma –

colpita al cuore alla testa al sudore; pulsus imaginum profetica!

 

O. dunque O. per ciò che non volendo è stato fatto – dico –

come vollero in effetti salendo al tuo ingegno

le trombe (λ) bastonando la coda e il sale allo schiaffo del mare

sub specie mortis et corporis bianca lebbra del Gebel in tenui cipressi romani di vermi accilindrati oh serpi sodali lavoratevi

il busto il collo la mela macerata la meta invernale distrazione

coito cogitoso neve ingiallita che sai di ammonimento:

O. che sei morte a maggior ragione  per te ho inventato quest’atlante senza coscienza  – voglio dire – ritrova

la Tua tristezza dettane il passo così come sembra: 

 

questa sarà la presenza: quel gesto chiaro, dissoluto

da mostrare, da montare, almeno nel vuoto un movimento:

su questo intendo soffermarmi, sul tempo

con non esiste, che è molteplice se non lo guardi,

e che di certo non regge tutte le masse gettate

nel suo campo, le apparenze scese per spazi: percependone

il fuoco / il volgere della febbre: le lancette, il percepire e il darsi:

 

62.

 

e non sono io a mettere la maschera del matto

nel dramma di questa passione/ del confuso

massacro che ti ho sentito declamare, nell’imbeccata

dell’effetto tragico che deve far soffrire: vorrei

sottolineare le masse nel lamento – proprio quelle - l’eroe

cosparso di cenere e che ha perso il capo/ e di altri crimini

poi la tua figura che oltrepassa lo slancio e trascende

 

 

 

 

Angelo Petrelli è nato a Roma nel 1984. Vive attualmente a Lecce. Il suo esordio letterario risale al dicembre del 2004 con la silloge poetica Elegia (Besa editrice, Poet Bar / I Poeti). Nel settembre dello stesso anno ha fondato «L’Alter Ego», periodico indipendente di estetica e cultura letteraria che tutt’ora dirige e promuove in totale autonomia sul territorio salentino.

 

Postato da: Massimo73 a 10:39 | link | commenti (42) |
angelo petrelli


Commenti
#1    27 Luglio 2008 - 10:42
 
Inseriamo qua una selezione da Molokh di Angelo Petrelli, della quale era uscita una precedenet sillogge qualche settimana fa su La Poesia e lo spirito. Ringraziamo Angelo per l'attenzione dedicata e mi scuso se l'impaginazione di Splinder ha commesso qualche errore negli a capo: nonostante tutti i tentativi di ovviare al problema non sono riuscito a dare piena rispondenza all'originale. Buona lettura a tutti.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#2    27 Luglio 2008 - 13:17
 
Parafrasando, ho cercato di ascoltare bene quello che hai da dire, ma il tutto - ed è una parte del tutto, un tutto relativo - mi è sembrato un po' verboso e sconclusionato.
Però ho gradito "le minime architetture - anche sessuali chiaramente - ", soprattutto il "chiaramente".
Grazie della lettura,
alfonso petrosino.
utente anonimo

#3    27 Luglio 2008 - 17:20
 
La ringrazio per lo “sconclusionato” gentile Alfonso. È lodevole da par suo cercare una conclusione.

Pensavo fosse evidente la ricerca nei versi che tende ad una tensione emotiva, congetturale, ma non, necessariamente, logica. O comunque non la ricerca di una logica delle cose “coerenti”*.

Comunque Alfonso la rimando al libro se le può interessare: Molokh, Le rive, Pequod 2008.
Dovrebbe leggere la recensione di Roberto Carifi apparsa sull’ultimo numero di Poesia la quale delinea il rapporto fondante che nei versi di Molokh ha il dualismo tra metaempiro-empirico, o ancor prima dovrebbe leggere la prefazione di Massimo Sannelli al testo, o la postfazione di Marco Caloro.

Oppure vada a: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/06/28/molokh/
Oppure a: http://www.nazioneindiana.com/2005/12/27/molokh-ii/

In questi ultimi testi troverà, se vorrà, tutte le conclusioni che cerca.

rispettosamente
Angelo Petrelli


* potrebbe leggere anche “La logica del senso” G.Deleuze
utente anonimo

#4    27 Luglio 2008 - 22:16
 
La ricerca di lodi è cattiva abitudine che mi trascino dall'infanzia.
Lo sconclusionato non si riferiva/isce a conclusioni logiche, ma (come dire? come dire?) a conclusioni (si potrà dire così?) estetiche: il problema non è capire, ma almeno vedere; la congettura mi risulta vaga e non ho trovato il gancio dell'emozione. Idiosincrasie mie: sono consapevole che nulla dicono del valore di un testo e meno ancora dicono, temo, all'autore dello stesso.
Ho letto i rimandi ai blog e presto mi procurerò gli altri.
La ringrazio per la disponibilità.
alfonso petrosino
utente anonimo

#5    27 Luglio 2008 - 23:50
 
Gentile Alfonso,
ringrazio io lei per la replica e per l’interesse.

Quindi stiamo parlando di idiosincrasie. Se le sue valutazione estetiche partono dal cuore (organo molto in voga per chi ha la passione o l’ambizione per la poesia, io non ho né l’una né l’altra) le direi che si dovrebbe andare a ricercare la sua idea del bello nell’imprinting infantile o in quale espressione inalienabile nel suo subconscio di cui nemmeno vagamente, magari, le sembra plausibile l’esistenza, e solo una volta trovate queste ragioni potremmo girare la carte in tavola e concludere correttamente questa partita.

Ovviamente io non conosco i suoi gusti Alfonso e nel momento stesso in cui lei parla di conclusioni estetiche (è di questo che poc’anzi ha scritto) sta affermando che "Alfonso Petrosino è", e non che "i testi" che ha letto "sono".

Questa precisazione è solo per farle intendere che se il fatto è per lei vedere e non capire (altri avrebbero detto sentire e non capire), qui non c’è niente da vedere e soprattutto niente da capire. Si può solo constatare o meno il realizzarli di certe condizioni formali. Il sostrato filosofico del poemetto è il nichilismo più disinteressato, solo questo andrebbe colto sotto il profilo del significato, che ogni intenzione è vana se è nella parola, e tutto è una sorta di svuotamento nell’auto-referenzialità dello stesso esprimersi (c’è arrivato per primo Rimbaud come lei mi insegna) .

Detto questo, leggendo poesia io mi interesserei del ritmo, della musicalità, delle reminiscenze, delle citazioni nascoste, dei lapsus retorici, delle intuizioni stiliste (perché sono nichilista, ma una tradizione tecnica esiste come esistono i fatti biologici come esiste la nostra sofferenza ed esiste la nostra gioia), mi occuperei della struttura semiotica, in definitiva, farei in qualche modo dell’intertestualità. Il messaggio lo lascerei ad altri invece, un po’ come la politica; non ho nessuno da prendere in giro al momento.

Mi spiego meglio: ci sono diversi autori che a me non piacciono, ma allo stesso tempo non riesco a non giudicarli positivamente ed a considerali poeticamente stupendi, dei modelli, degli esempi, dei punti fermi che il gusto e il passare del tempo (che modifica il gusto) non possono scalfire.
( Non sto lasciando intendere che io mi consideri poeticamente stupendo, ma che giusto spero di esserlo per competenza, per altezza, per originalità fuori e dentro una tradizione)

Che dirle più Alfonso, preso atto che i testi tratti dal mio poemetto non le piacciono sono sicuro che quelli presenti su nazione indiana e su la poesia e lo spirito la “emozioneranno” per quanto poco, un tantinello di più.

Buona lettura

apetrelli
utente anonimo

#6    28 Luglio 2008 - 11:10
 
Gentile Angelo,
vedo l’ombra di un equivoco: dissipiamola. Ho parlato di gancio dell’emozione perché lei ha parlato di tensione emotiva: le virgolette di “emozionano” sono mie quanto sue. E sebbene non sia nel cuore, scordato strumento, che nasconda il metro delle mie valutazioni, con uno slogan un filo demagogico oserei pur sempre dire: “Meglio dal cuore che da un libro di Deleuze.”
La sua poesia che si sostanzia di considerazioni filosofiche mi appare ancillare alla filosofia che tenta di illustrare e chiusa a chi non avesse dimestichezza con la stessa. Una poesia accessibile solo a chi ha determinate letture alle spalle ha solo pochi specializzati lettori e in ciò tradisce, a mio modo di vedere (vedere inteso in senso lato: se preferisce, a mio modo di sentire), la sua funzione. Questa la mia, com’era la parola? idiosincrasia, ma che forse, onde evitare nuovi equivoci, è meglio definire opinione - che in ogni caso ho la fortuna di non considerare né irremovibile né assoluta.
A presto,
alfonso petrosino.
utente anonimo

#7    28 Luglio 2008 - 11:27
 
L’organo delle mie valutazioni estetiche in poesia non è il cuore, ma l’orecchio. E il mio orecchio – sarà colpa dell’imprinting – non riesce a sentire ritmo e musicalità in questi versi. Se condizioni formali ci sono, esse risultano talmente dissimulate nell’andamento casuale dei versi da rendere vano ogni tentativo di riconoscerle. E se non si riconoscono, come è possibile decidere se si sono realizzate? Voglio dire che il testo non basta a se stesso, come se avesse bisogno di un libretto delle istruzioni per essere letto (senza peraltro che il libretto sia stato accluso).
Quanto alla costruzione retorica dei testi il ricorso insistito all’accumulo, all’elenco, all’anafora danno l’impressione di poesie che si autoalimentano, che si espandono senza necessità alcuna. Quando è Splinder e quando è l’autore a decidere la fine di un verso? Forse questo effetto è intenzionalmente ricercato dall’autore e deriva dal ‘sostrato filosofico’ del poemetto. Se lo scopo è quello di illustrare lo ‘svuotamento nell’auto-referenzialità dello stesso esprimersi’, mi chiedo: a che pro? Per sperimentare questo svuotamento basta accendere la tv. Più che di ‘nichilismo disinteressato’ mi verrebbe da dire che si tratta di un nichilismo senza interesse.
Pierluigi Lanfranchi
utente anonimo

#8    28 Luglio 2008 - 12:29
 
Chi ha deciso che la poesia esiste in quanto espressione di una funzione che ha nome "accessibilità", nella quale si definisce e si risolve? E da quando?

fm
utente anonimo

#9    28 Luglio 2008 - 12:58
 
Ehi, ho scritto a mio modo di vedere (o di sentire)! righe 9-12 del post 6.
Ti sembra una pretesa assurda gradire (e dico "gradire", non "pretendere") una poesia che non sia rivolta solo agli adepti? Non ho deciso nulla, né prima né ora. Ognuno è libero di fare quello che vuole e che ritiene opportuno; come disse Voltaire (era Voltaire?) mi farei uccidere (diciamo menare, va') perché Petrelli possa scrivere versi che a me magari non piacciono. Nessuna definizione o risoluzione, pertanto, ma solo la mia opinione che spero venga, se non condivisa, rispettata come tale.
Come lettore mi sento respinto da questo tipo di versi, così come potrebbe respingere un lettore generico un articolo specialistico di qualsivoglia disciplina. E questo, a mio modo di vedere e sentire, è un limite. Non sto facendo proselitismo, Francesco: tu?
alfonso
utente anonimo

#10    28 Luglio 2008 - 13:49
 
Suvvia Pierluigi,
non ho mai inteso che la mia poesia sia “interessante” perché anche la tv che lei denigra può essere interessante ( per alcuni, che poi sono quasi la totalità): lei coglie il sillogismo credo?! Per altro il riferimento a Rimbaud era solo una concessione alla generalità, non vi definivo “strettamente” il mio poemetto. Su tutto possiamo opinare, ma non sul problema della musicalità e del ritmo. C’è chi ascolta Mozart e chi Stockhausen, l’uno non esclude l’altro, forse tra diecimila anni l’orecchio umano avrà subìto tali modificazioni (di pari passo con il cervello) che Mozart sarà considerato rumore e Stockhausen il massimo dell’estetizzazione armonica (mi riferisco all’orecchio della massaia attento a percepire i lamenti del figlioletto caduto dal triciclo). Lo dico a malincuore Pierluigi, perché la stimo molto, ma dovrebbe leggere l’intero poemetto e se poi non vi troverà la musica e il ritmo (per non dire poi del “tono”), anche se fosse una musica che non la interessa, se davvero non ci trova niente di tutto questo, bene, come non detto, ne riparleranno altri dopo di noi tra qualche millennio. Le assicuro che alcuni insospettabili poeti italiani con venti o trentenni alle spalle di poesia (chi anche con più di quaranta) parlano del mio mostriciattolo con un’innaturale convinto rispetto.

Gentile Alfonso,
rispetto la sua opinione sul testo, ma riguardo a Deleuze, insomma, cosa abbiamo da rimproverare a quel pover’uomo?! Solo la sorda ideologia può accanirsi con l’intelligenza che non si lascia stuprare (sarebbe un buon slogan questo, per restare in tema).
Come si fa ad attaccare ciò che non si conosce?! Dovrebbe praticarla la disperazione Alfonso per comprendere che è meglio il vivere cullati tra le fitte maglie del branco. Smettiamola con questa politica di identificazione che si esprime per approssimazioni.

angelo petrelli


ps. ma di quale adepti state parlando? mica scrivo in provenzale?!

utente anonimo

#11    28 Luglio 2008 - 14:40
 
E chi rimprovera Deleuze? Dico solo che versi che si lasciano apprezzare solo alla luce di un altro libro, sia esso filosofico o no, sia esso di Deleuze o di Tommaso d'Aquino, sono ancillari e rischiano di diventare letteratura specialistica.
Spero che non trovi queste mie parole approssimative né tanto meno ideologiche come, mi rammarica ammettere - e non vi legga polemica, la prego, in questo - trovo queste ultime sue.
Cordialmente,
alfonso petrosino
utente anonimo

#12    28 Luglio 2008 - 15:33
 
Nemmeno io, Alfonso (al n. 9).

Oltretutto la parola "proselitismo" mi rimanda a "chiese", e all'argomento, comunque articolato, interpretato o finalizzato, sono allergico, diciamo "ontologicamente" (che brutto avverbio!, ma forse rende) refrattario.

Le mie erano semplici domande. Alle quali, purtroppo, se ne aggiungono altre. Una, ad esempio: cosa significa che una poesia "piace" (o non piace)? Cosa si intende, allora, per piacere? E perché, poi, la poesia "dovrebbe" piacere?

(Mi accorgo che non era una, ma tant'è...).

Io credo che la poesia non chieda che di essere riconosciuta come tale, che sia attestato il suo "essere", qui e ora, in "quella" forma e con "quel" volto. Solo allora la poesia "è": ma, perché "sia", forse ("forse"), c'è bisogno, nell'approccio, di mettere da parte, per un attimo, "la" forma e "il" volto con la/il quale siamo soliti riconoscerla e identificarla: entrare in un "rapporto di risonanza", l'unico che può far dire a un testo "qualcosa" della sua esistenza.

Cosa c'entra Petrelli in tutto questo?
C'entra, c'entra...

Un saluto a tutti.

fm
utente anonimo

#13    28 Luglio 2008 - 15:34
 
Sono felice per te, Angelo, che poeti più esperti di me abbiano apprezzato il tuo poema. E sono felice che, malgrado questo autorevole riconoscimento, accetti comunque di confrontarti sui tuoi testi. Esprimendo le mie perplessità sulla musica delle tue poesie non credo di aver mancato loro di rispetto. Consacrare del tempo alla lettura di un testo è già una forma di rispetto, n’est-ce pas? Mi interesserebbe che tu approfondissi la questione del ritmo e magari ci dessi alcune indicazioni su come riconoscerlo nei tuoi versi. Il ritmo in poesia è dato dalla posizione degli accenti. Perché ci sia ritmo deve esserci una certa regolarità nella successione degli accenti. È questa regolarità nella sequenza di tempi forti e tempi deboli che l’orecchio coglie. Riconosciuto lo schema base (ritmo dattilico, anapestico, giambico, ecc. e loro combinazioni), l’orecchio è anche in grado di cogliere le variazioni che sono indispensabili perché il ritmo non risulti monotono. Siamo d’accordo su questi principi generali? Se no, cosa intendi tu per ritmo?
Pierluigi

utente anonimo

#14    28 Luglio 2008 - 15:36
 
Perché splinder non mi fa entrare nei commenti? Non sarà contro i "refrattari"? Boh!

Bai, bai.

fm
utente anonimo

#15    28 Luglio 2008 - 15:51
 
Caro Francesco, non ho risposte alle tue domande. Penso però che abbia senso dire che una poesia piace o non piace, perché la poesia rimane per me un prodotto estetico. Dimmi pure che sono antiquato, ma se togli alla poesia (non parlo della Poesia che non so cosa sia, ma delle singole poesie) la dimensione estetica, allora meglio impiegare il proprio tempo a leggere Deleuze, Guattari e compagnia bella. Almeno l'occhio non è costretto ad andare a capo troppo spesso.
Ciao,
P.

utente anonimo

#16    28 Luglio 2008 - 18:43
 
troppo belli questi versi,
sublimi,
mamma mia...
e poi tutti questi interventi dotti...
ammazza
luther ming
utente anonimo

#17    28 Luglio 2008 - 20:49
 
Gentile Pierluigi,
siamo d’accordo sì e no su questi principi generali. Potremmo limitare tutto ad un’idea matematica del rapporto tra gli intervalli che esistono tra un accento e un altro: ma quello che lei chiama ritmo (in senso classico, per un orecchio “classico”) non può essere scisso dalla musica (che è il rapporto acustico tra ogni minima emissione sonora e visiva e di senso, volendola chiamare sillaba o lessema, emissione sonora posta su un piano materiale che è quello della lettura e che quindi è in movimento, in divenire, anche quando parliamo di una semplice lettura mentale che emette quel qualcosa che è l’esprimersi di un testo, appunto, ma sono all’interno del nostro flusso di coscienza). Dunque la lettura mentale pone un altro ritmo sopra il ritmo, quello dell’interpretazione, quello della respirazione. Il ritmo dunque non è solo un fatto materiale, ma vi è anche un ritmo mentale che li unifica entrambi, o che almeno si sovrappone al primo, ritmo che è nella cognizione di senso dovuta all’interpretazione di un suono che è il significante di un signum, e che è il modo di relazionarsi del lettore con l’isotopia semantica di un testo; isotopia che peraltro nel mio Molokh è infranta, bien sûr.

Penso che lei non colga il ritmo perché oltre tutte le concezioni possibili la disturba il fatto che il testo sia profondamente antiteatrale, e quindi alla lettura il rapporto tra le parti “le disturba”, per così dire, “il ritmo”. Lirico ma antiteatrale. Insomma nel suo concedersi alla matematica, volendo fare uso del pallottoliere, il mio M i ritmi li ha tutti e nessuno (nella sequenza), lei dirà nessuno, évidemment. Dipende da dove lei inizia, a leggere, o a “contare” ponderare il rapporto tra gli intervalli (che di certo non sono quelli classici) e se tiene conto che è tutto un continuo allontanarsi dal centro del suo orecchio (ma dovrebbe leggere l'intero poemetto).

Il riferimento più diretto alla musica (che è ritmo sul ritmo) del primo novecento potrebbe essere quello ad Alban Berg, musica che è già vicina ad essere seriale.

Ma restando alla poesia e all’attualità, i riferimenti che considero più pregnanti e credibili sono quelli a Zanzotto e Sanguineti.

P.(ierLuigi), o non è sempre lei? sì?

la dimensione estetica è riducibile anch’essa, è conoscibile ed è rappresentabile. Altrimenti l’arte sarebbe misticismo, estasi. La differenza è che se leggi Deleuze questi premia nel suo lavoro la rappresentazione (ovvero il significato). La poesia dovrebbe, dico "dovrebbe" premiare il linguaggio (cadendo dal lato del significante), e ahimè, a volte, delle idiosincrasie.

apetrelli
utente anonimo

#18    28 Luglio 2008 - 20:59
 
Leggerò il poema intero alla luce delle tue osservazioni, Francesco: vedrò come risuona.
Da domani non avrò più accesso a internet.
Ringrazio tutti per la discussione, e in particolare Angelo per la disponibilità con cui ci ha offerto i brani del suo poema.
Buon proseguimento.
alfonso.
utente anonimo

#19    28 Luglio 2008 - 21:44
 
a proposito, "la lingua marcirà loro in bocca." (Zaccaria 14,12).

lorenzo carlucci

utente anonimo

#20    28 Luglio 2008 - 22:15
 
Sono d'accordo, cari Alfonso e Pierluigi, su quello che, in modi diversi, dite a proposito del "rispetto": sì, la lettura "vera", a prescindere dal giudizio che ne emerge, è un atto di rispetto. E lo è, ancora di più, quando il testo avvicinato viene visto alla luce della unicità e singolarità che porta in "dono": è quella unicità (da leggersi, anche, e soprattutto, come "necessità") che va indagata, è lì il suo "essere" in quanto "corpo segnico" che aspetta "altre" chiavi per dire/dirsi qualcosa della sua esistenza. E' un "di-segno", di natura metamorfica, che va analizzato a partire dal riconoscimento del "taglio" da cui si origina e muove, e intorno al quale si espande: senza questa operazione preliminare, il "giudizio" (la "critica": nell'accezione etimologica del termine), l'atto che pone in vita il "sistema", rimane unicamente a livello di "opzione" di gusto.

Ma se questo procedere fosse l'unica angolazione su cui si orienta lo sguardo, l'unico approccio possibile, allora avrebbe validità conoscitiva, statuto ermeneutico, anche una "cazzata" come quella di chi, di fronte ai testi di Mariella Bettarini, dice, "candida-mente", che "non si capisce" niente, non "significa" niente. E, di grazia, perché la poesia dovrebbe "significare" qualcosa, oltre che attestare la sua "esistenza"? Perché ce l'ha insegnato la scuola?

Questa, dal mio puno di vista, è anche una risposta all'affermazione di Pierluigi a proposito della poesia come "prodotto estetico". E chi lo nega? Ma (per fortuna) non è "solo" questo. Ad esempio (è "un" esempio): se per me, puta caso, non si dà orizzonte estetico che non affondi le radici in un substrato etico, già la "faccenda" (l'auto-nomia dell'estetico, intendo) cambia aspetto e prospettiva. Credo.

Sulle "domande", poi, sul "cos'è" la poesia.

E chi ce l'ha "la" risposta! Io, al massimo, posso azzardare un'ipotesi su ciò che "non" è: un "uni-versum".

Angelo Petrelli, molto probabilmente (anzi, sicuramente), corre il rischio di non finire mai sulle riviste di poesia da ventimila copie al mese e cinquemila abbonati (io glielo auguro di cuore: di "non" finirci, intendo).

E perché? Perché è uno dei pochi della sua generazione, tra quanti leggo, che si muove nella logica dell'angelus novus di benjaminiana memoria: ha lo sguardo orientato verso ciò che-potrebbe-essere, ma ha alle spalle la consistenza della "maceria" (più o meno storicizzata) con la quale (sa di dover) continua(re) a fare i conti: la "tradizione" (da quasi tutti "rimossa" come la peste) della produzione poetica degli ultimi trent'anni. L'attraversamento di questo territorio - il "molok"? - (e l'armamentario filosofico è ricerca di "consapevolezza critica", in questo caso, non "dettato" di poetica) genera l'urgenza che è leggibile nei suoi testi: quella di chi sa che la "parola" condensa (e riversa) infinite costellazioni di senso dal suo corpo plurale: ben al di là della omologante - e categorica, castrante - ricezione che ne fa strumento di ordine, i.e. di significazione immediatamente spendibile? Spendibile dove? E il "dove", in poesia, non è per niente "neutro", così come qualche anima bella pensa, pieno delle sue (pseudo)certezze.

Vi saluto caramente.

fm
utente anonimo

#21    28 Luglio 2008 - 22:49
 
Chiedo scusa, ma è solo per l'intelligenza (ammesso che ne abbia) del commento: dopo il primo "spendibile" (al terz'ultimo rigo), ci va un punto, non un punto di domanda.

Buona notte.

fm
utente anonimo

#22    28 Luglio 2008 - 22:54
 
Caro gentile Francesco,
ti ringrazio per le belle parole, comprendo pienamente lo spirito con il quale le scrivi. Non so però se merito tanta attenzione.
Se non potessi trarre da me stesso la forza, se dovessi aspettare incitamenti, incoraggiamenti, se dovessi fare ciò che faccio per gli altri, dubito che potrei sopportare la mia poesia. Provo soltanto di tanto in tanto una specie di stupore quanto ricevo lettere di apprezzamento, o messaggi come quello che hai appena scritto, ma l’impressione che da tempo ho fatto mia è che solo l’opinione di ha desiderato così tanto scrivere questi versi valga qualcosa.

Chi è abbastanza aperto per umanità ed intelligenza da subirne il loro fascino ha conosciuto quello stesso naufragio che è alla base del mio libro, la stessa spasmodica tensione.

È possibile che i principali presupposti che ne sono alla base non siano necessariamente chiari, ma non è questa la mia preoccupazione, né del tempo che dovrà passare perché le cose possano essere viste per quello che sono, anche per quanto riguarda i giudizi di valore.

Grazie ancora F.
e grazie a tutti per il tempo dedicato

ap
utente anonimo

#23    28 Luglio 2008 - 23:37
 
"E, di grazia, perché la poesia dovrebbe "significare" qualcosa, oltre che attestare la sua "esistenza"? Perché ce l'ha insegnato la scuola?" (f. marotta)

mmmh... ma anche "la stessa spasmodica tensione" (a. petrelli) la insegnano a scuola. il "pellere" dei Romantici, lo Sturm und Drang!

e anche il "naufragio che è alla base del mio libro" (a. petrelli) lo insegnano a scuola.

e anche Deleuze? a me per esempio lo fece leggere la prof. di Filosofia.

chi insegna a scuola? io so che tanti poeti insegnano a scuola. ci vorrebbe uno studio forse. perché ci insegna Damiani e ci insegna pure Guglielmin, ci insegna(va) Carifi e ci insegna pure Aglieco, e la lista non c'è l'ho ma credo che sia lunga. e chi non insegna a scuola fa scuola fuori.

a me questo "molokh" tanto lontano da ciò che si insegna a scuola mica mi sembra. caspita nemmeno tanto lontano da ciò che si insegna all'Università (cfr. sopra petrelli: "i riferimenti che considero più pregnanti e credibili sono quelli a Zanzotto e Sanguineti."

e allora? scolaretti e maestri non furono mai tanto vicini? e se la prospettiva di chi è con "venti o trentenni alle spalle di poesia (chi anche con più di quaranta)" come scrive petrelli è la stessa di chi ne ha (di certo) venti trenta o quaranta davanti, allora non c'è spazio per le profezie, il soffocamento è garantito.

"imputridiranno le loro carni, mentre stanno ancora in piedi" (Zaccaria 14,12).

saluti,
lorenzo carlucci
utente anonimo

#24    29 Luglio 2008 - 00:07
 
p.s. (a se stesso?) "citare troppo spesso la bibbia è segno di rincoglionimento precoce" (XXX, aa, bb).

lorenzo
utente anonimo

#25    29 Luglio 2008 - 01:30
 
urca!
vado via qualche giorno in un posto dove l’accesso ad un internet point te lo fanno pagare 1 euro al quarto d’ora, e magari dopo essere stati in coda per un sacco di tempo a studiare come gli atri navigano su quella stessa piattaforma che tanto agogni…

… e al rientro mi trovo ben due discussioni accesissime su LiberInVersi, quella attorno alla Bettarini prima e adesso questa su Angelo Petrelli… vabbe’ il caldo / le bufere di questa stagione… sembra di essere ai “plausi e botte” d’inizio Novecento – occhio che poi, alcuni dei grandi polemisti di allora finirono per stampare in calce ai loro libri dediche del tipo “Al Duce, amico della poesia e dei poeti” (Giovanni Papini nel 1937, pubblicando la sua “Storia della letteratura italiana”), e a sottoscrivere poco dopo il “Manifesto della razza”…

di questi tempi non si sa mai… / no, non sto alludendo a Rondoni che prefà le poesie di Sandro Bondi…


dopo una ragionata lettura di entrambi, Bettarini e Petrelli, e delle discussioni correlate, inizio però a pensare che non sia affatto il caldo responsabile di questo accalorarsi, bensì l’atteggiamento intrinseco di entrambi gli autori, i quali, pur lungo vie ed esperienze ed esiti assai differenti, giungono comunque a toccare corde assai prossime ai centri nervosi dell’irritazione

con l’unica differenza che la Bettarini ha inaugurato la sua ricerca nel periodo delle cosiddette seconde avanguardie, del post-moderno, ecc. per cui si trova addosso invettive che hanno la stessa vibrazione di chi abbia visto uscire uno zombie dalla tomba in cui sperava di averlo ricacciato; mentre quelle riservate a Petrelli, di quarant'anni più giovane, suonano con voce simile a quelle dei pulcini fratellastri del brutto anatroccolo, ma un po’ più post-moderni: siccome sanno già la storia, gli dicono “perché, se tanto diventerai un bellissimo cigno, devi ostentarci tutto il grigiore di queste tue insipide piumette?”

vi chiedo scusa, Alfonso e Pierluigi, ma prendetemi così… (purtroppo negli ultimi tempi mettere a costante repentaglio stima e amicizia è una mia terribile inclinazione) – e giunga un caro saluto anche all’anonimo di turno, che da “dotte discussioni” discanta, ma con chiusa dottissima, la quale l’ignaro della Blissett epopea non capirà mai…


be’, devo dire che la citazione di Alban Berg e di Karlheinz Stockhausen fatta da Angelo Petrelli sia parecchio illuminante sulla struttura dei testi che qui sono presentati – ho poco tempo ora, ma mi riprometto più avanti di leggere anche quanto uscito su Nazione Indiana e La Poesia e lo Spirito. Del resto sono due musicisti che a loro volta hanno toccato più volte corde assai prossime ai centri nervosi dell’irritazione, i quali, ragionando da un punto di vista strettamente estetico (dal greco “aisthèticos”, che riguarda il percepire), saltano in presenza di organismi semantici dove si disattendono le leggi psicologiche della riconferma consolatoria di un sistema percettivo entro gusti consolidati (repetita iuvant…!)

ho conosciuto una volta in una comunità un cuoco-musicista (di cui ho perso, me tapino, i riferimenti, sia nominativi sia del ristorante che all’epoca gestiva nel vicentino, credo) che praticava una cucina dai sapori freschissimi, digeribile come poche altre, capace davvero di stimolare il cervello attraverso il palato; mi spiegò che i principi cardini del suo personale credo fossero l’assenza radicale del soffritto, nonché di olii vegetali cotti, ammessi nelle pietanze solo a fuoco spento. Orrore! ma è cucina questa? be’, nonostante l’amicizia e la frequentazione che continuo a nutrire per quella comunità (li raggiungerò a breve…), non condivisi affatto che quel cuoco non fosse più stato richiamato, dopo la settimana della sua miracolosa apparizione – sembrò suscitare più perplessità lui che non i cuochi che eliminano altri ingredienti dalla cucina, che ne so: la carne…


ho due domande per Angelo, sperando che sia ancora on-line in settimana e mi possa rispondere:
1. mi piacerebbe che approfondissi il concetto di “antiteatralità”: vuoi dire che la tua poesia rifiuta di prendere in considerazione strategie di tipo performativo? o ti riferisci più ad una teatralità come categoria associata nel sentire comune alla magniloquenza
2. in questo passo della composizione 45, “su questo intendo soffermarmi, sul tempo / con non esiste, che è molteplice se non lo guardi” è un refuso quel “con”, ovvero devo leggere “che”? – è l’unica nota che, nonostante anni di allenamento con la musica di John Cage, non riesco a reggere in tutta la tua partitura testuale

Mario Bertasa
utente anonimo

#26    29 Luglio 2008 - 02:11
 
ah, leggo solo ora il commento di Lorenzo, che saluto

alla lista sicuramente aggiungerei Fabio Pusterla, che insegna in una scuola superiore ticinese

l’anno scorso ad un incontro qui a Brugherio con lui e con Giulia Niccolai, dal pubblico gli venne fatta più o meno questa domanda: visto che lei è anche insegnante, ci può dire che cosa si fa nella scuola per avvicinare le giovani generazioni alla poesia contemporanea?

risposta di Pusterla: qualcosa sicuramente si fa, però vi assicuro che il primo scoglio che un insegnante si trova a dover affrontare è la grammatica, l’ortografia! i ragazzi arrivano alle scuole superiori con lacune spaventose, devo portare pazienza e trattare la poesia solo quando li avrò messi in grado di leggerla

(azz… e siamo in Svizzera…)

ci ho riflettuto parecchio, però, perché quel ragionamento contiene qualcosa che non mi convince, una sorta di falso ideologico proprio attorno alla natura intima della poesia, come se un mediatore immobiliare mi dicesse: guardi, questa casa gliela proporrò solo quando, dopo un po’ di pratica in cantiere, riuscirà a tirarmi su un muro diritto

e oggi replicherei che si potrebbe iniziare a far passare grammatica e ortografia attraverso laboratori di poesia, narrativa e quant’altro, facendo scrivere ai ragazzi prima tutte le cazzate poetiche che gli passano per la testa, così superano l’imbarazzo che dovranno affrontare leggendo più tardi ad alta voce ai compagni un carme erotico di Catullo; leggendo loro ad alta voce (e quanti insegnanti sono convinti di non saperlo fare! Solo che hanno in testa Gasmann, Albertazzi e Benigni, cazzo, e non riusciranno mai ad osare il loro talento) quintali di contemporanei per una o due ore alla settimana, magari col trucco di Pennac di iniziare un romanzo e sospenderlo all’acme della “suspence”; abolendo la dittatura del libro di testo unico per tutta la classe, come faceva John Cage nei college americani dove lo invitavano ad insegnare: ogni studente doveva scegliersi un libro di musica diverso dagli altri, leggerlo e quindi commentarlo e discuterlo in classe coi compagni

(ah, dimenticavo, siccome anch’io ho insegnato come supplente un anno in un liceo classico sperimentale, suggerisco di applicare questi format, che vi regalo, solo agli insegnanti di ruolo e con qualche santo protettore in Provveditorato)

Mario
utente anonimo

#27    29 Luglio 2008 - 10:51
 
Non ti seguo del tutto, Francesco (al # 20). Dici che l’operazione preliminare al giudizio dovrebbe consistere nel riconoscere il ‘taglio’, come dici tu, da cui si origina un testo. Bene, ma cosa deve fornire le condizioni per questo riconoscimento se non il testo stesso? E se questo riconoscimento non avviene, è proprio sempre solo colpa del lettore, della sua scarsa disponibilità verso il testo, della parzialità del suo ‘giudizio’, dell’insufficienza, come dice Petrelli, della sua umanità e della sua intelligenza?
Inoltre credo che l’unicità del testo non sia condizione sufficiente per la sua necessità. Ogni testo è unico, ma non tutti i testi sono ‘necessari’. Per ‘necessità’ intendo lo stato di grazia per cui un testo è così e non potrebbe essere altrimenti. Io ho mosso critiche al modo in cui questi testi sono costruiti. Il principio è quello dell’accumulo. Ma l’elenco è un espediente retorico da usare con cautela, perché conduce presto alla sazietà nel lettore. Non parliamo dei massimi sistemi. Verifichiamo se un testo funziona. Secondo me questi testi non funzionano per le ragioni che ho detto.

Petrelli, avrò pure un orecchio ‘classico’, la mia umanità e la mia intelligenza saranno pure difettose, ma anche a una lettura mentale i suoi versi non suonano nel mio cervello. Non è che quando leggo una poesia mi metto a contare le sillabe o a vedere dove sta l’accento. Ancora una volta, cerchiamo di essere terra terra. Legga questi versi:
This is the time of year
when almost every night
the frail, illegal fire balloons appear.
Oppure scorra un po’ più giù la pagina di LiberInVersi. Si imbatterà in questi versi:
lui viene e va, mi svuota il frigo ed esce
io morirò da vecchia in casa e sola
col latte in mano
Lo sente il ritmo di questi versi? Non c’è bisogno di stare a contare le sillabe. O il suo orecchio è già un passo avanti nell’evoluzione della specie e non è più in grado di coglierlo? Ta tà, ta tà, ta tà. Al lettore non importa sapere che sia un ritmo giambico. Per sentire il ritmo del ‘Sacre du printemps’ non bisogna mica saper leggere la partitura, no? Ma cosa coglie l’orecchio quando legge il suo Molokh? In cosa consiste la sua musica mentale? Mi faccia degli esempi. Forse il mio orecchio può essere educato alla musica del prossimo millennio...

Mario, la stima e l’amicizia restano anche se non siamo d’accordo su Petrelli, no? Anche nell’ambiente paranoico dei blog è possibile, te lo assicuro. Accetto tutto. Sono un conservatore post-moderno, il mio orecchio è fossilizzato, la mia intelligenza limitata, la mia umanità difettosa. Però giù le mani dal soffritto...

Ciao,
Pierluigi
utente anonimo

#28    29 Luglio 2008 - 12:07
 
Caro Pierluigi, non sono d'accordo su vari punti della tua analisi (sull' "accumulo", ad esempio, al quale tu riduci tutta l'operazione di Petrelli), ma credo che, almeno in questo momento, e parlo esclusivamente per me, sia difficile intendersi in uno scambio su blog: quello che proponevo al n. 20, ad esempio, era, nelle mie intenzioni, qualcosa di diverso da come è stato recepito (solo un'ipotesi, intorno alla quale anch'io lavoro da tempo), ma il mezzo non lascia scampo alle sfumature, agli "accenti", ai toni del discorso.

In ogni caso, per me non c'è polemica che tenga, solo confronto dialettico tra persone che hanno qualcosa da comunicarsi e "scambiarsi": e ciò può avvenire solo quando, a monte, c'è rispetto reciproco verso le posizioni dell'altro, c'è stima verso l'interlocutore, a prescindere. In parole povere: io non intervengo, non dialogo, mai, con chi non mi può "insegnare" niente: se sono qui, quindi, tira tu le conclusioni...

...

Caro Lorenzo, la "scuola" di Aglieco e di Guglielmin non è quella che "richiamavo" io (e il richiamo era in relazione a una precedente affermazione ben marcata), non è la scuola delle "note a pie' di pagina" che allontana i giovani dalla poesia. Per fortuna: di Aglieco, di Guglielmin e, soprattutto, della scuola, quella "vera": cioè di noi tutti.

E non è nemmeno la scuola - mi piace pensarlo - dei laureati che ripetono per decenni la lezioncina stantia e muffa dei loro maestrini accademici, di cui da sempre aspirano a prendere il posto, per ripetere, ad libitum, la stessa solfa. La scuola di chi sa tutto della "spigolatrice di Sapri" e dell'ultimo petrarchista emiliano-romagnolo, ma ignora Villa, Ermini, Mesa...

I miei studenti (faccio questo lavoro da trentadue anni) ne parlano e ne discutono nelle loro tesine d'esame... (in qualche caso, "costringendo" i docenti interlocutori ad informarsi).

Un saluto a tutti.

fm
utente anonimo

#29    29 Luglio 2008 - 14:44
 
Gentili tutti,
rispondo brevemente:
certo Mario, quel “con” ahimè è un refuso, che va sostituito da un “che”. Comunque nel libro edito non sono presenti refusi.

Antiteatrale perché non si presta alla dialettica di quello spazio performativo che è richiesto dal lirismo (quindi direi la prima definizione del punto 1 da te proposto, quasi), il lirismo di Molokh divora se stesso.

Perché il significante (anche attraverso quell’abbondante accumulo “quasi informale”) pone una distanze dalla rappresentazione che è insita nel linguaggio e dall’io, insomma, elaborando il vuoto di senso non è più l’io che sperimenta, o se sperimenta, l’io sperimenta la totalità di questo vuoto che è costruita per regole interne ed unificate e che non sono un superamento (dialettico), ma giusto “l’apnea” profondando nella neve (Molokh, lassa n.1, si veda questo link: audiopoesia.splinder.com/post/17135053) e questo è anche un discorso di ritmo mentale, ritmo che Pierluigi non sente, non perché è carente d’umanità ed intelligenza, ma perché è abituato (occhi e orecchie) a leggere versi come quelli che ha sopra citato, versi indubbiamente “facili” , che, senza offesa, non richiedono nemmeno di avere un orecchio od un pallottoliere)

In definitiva, Molokh è un’opera profondamente distruttiva, che parafrasando dice banalmente che nelle macerie non resta che un lamento. Il mio libro è un po’ come l’Écartèlement di Cioran. E non vi consiglio di leggerlo per constatare se sia “vero o falso”, ma solo per toccare con mano il fatto che sia “vivo”, perché “solo chi vive ha ragione” come scrisse Stirner.

angelo petrelli

Ps.
Pierluigi, in questo le svelerò un segreto: il post-moderno non è mai esistito in poesia, è uno spot pubblicitario con il faccione di U.Eco che sorride.
utente anonimo

#30    29 Luglio 2008 - 15:07
 
Ah, scusa Lorenzo,
dimenticavo di rispondere anche a te:
“Una poesia è buona finché si sa di chi è” .. K.Kraus


Per inciso Zanzotto e Sanguineti non li ho conosciuti a scuola, e nemmeno Delueze. Nelle università italiane non si studiano né Zanzotto e Sanguineti, né tanto meno i nietzschiani, nemmeno quando sono dei monumenti pronti a seppellirci.

angelo petrelli
utente anonimo

#31    29 Luglio 2008 - 20:22
 
così, semplicemente: io credo ad Angelo. nient'altro da dire, perché ora Angelo è del mondo, e il mondo - piccolo o grande non importa - ne parla.

la pref. scritta per lui fa parte delle ultime 3 scritte: Camporesi, Mori, Petrelli. insieme, compongono un discorso sul mondo. non ne scriverò più, perché non credo più alla *mia* critica. ma Angelo è - con tutta l'approssimazione delle parole - *una persona onesta*.
massimo
utente anonimo

#32    30 Luglio 2008 - 02:43
 
… forse… sì…
… forse sarebbe meglio iniziare a ragionare in termini di orecchi, non di orecchio…
così come in termini di scuole, non di scuola…

… di letture e non di lettura…

però al di là della fatica che a volte ci si può portare a casa durante/dopo una discussione su piattaforma weblog, trovo che certe scintille siano straordinarie, sovente ci si porta via una ricchezza invisibile ma calda e ristoratrice come un flusso di sangue dializzato

per esempio in questo momento mi è partita una sinapsi sulla potente oscillazione semantica che il numero plurale o singolare provoca dentro la medesima radice (orecch-, scuol-, lettur-, …) in relazione alla variazione oscillatoria indotta dal differente contesto e supporto di trasmissione in cui va a prodursi

mi scuso con quanti hanno già ragionato da decenni, se non da secoli, su questo fenomeno

è che quando leggo nel #28 di Marotta: “(…) della scuola, quella "vera": cioè di noi tutti”, dentro ai modi con cui questa discussione si è andata sviluppando non riesco che a provare un moto d’invidia per quegli studenti che hanno la fortuna di avere come docenti un Aglieco, un Guglielmin, un Marotta, mentre se penso ai miei dissipati anni di liceo… e insieme un moto di rammarico auto-fustigante, per aver tagliato la corda troppo presto il giorno in cui il mio animo si è rivoltato contro i criteri “docimologici” epidermici e impietosi di ex-colleghi che evidentemente della sensibilità maieutica socratica non hanno mai annusato nemmeno il profumo, apnoizzati dalla pressione produttiva del saperificio, e alcuni dei quali per giunta, in un misto di afflato bigotto-politico, asserivano che il vero obiettivo dell’insegnamento è lasciare nella testa il contenuto delle "note a pie’ pagina", chissenefrega del senso critico, è prematuro in un adolescente…

eppure, letta con la velocità randomizzante dal veicolo informatico in cui accade, una frase come “della scuola, quella "vera": cioè di noi tutti” (non me ne voglia l’onestissimo Marotta!) potrebbe suonare come un’alzata di scudi del peggior settarismo, anziché come un’accorata invocazione a guardare che cosa può succedere nel midollo del tessuto educativo della scuola quando si incontra chi vi dedica “i migliori anni della nostra vita” (Renato Zero) – miseria! che cosa ce ne possiamo fare di parole che al singolare fanno solo “io” e al plurale solo “noi”? “mio” e “nostro”? che non oscillano affatto allo stesso modo in cui “amicizia” dice una certa cosa e “amicizie” ben altra cosa? che rischiano di creare quell’identificazione spasmodica nel leader che porta un gruppo sociale verso la sua potenziale catastrofe? che rischiano di edificare imperativi culturali e canoni egemonici pronti a depauperare plurali e singolari identità, soggettività, progettualità?

(il mio palato è cresciuto col soffritto, ma mi oppongo a tutti gli chef che pretendono di elevarlo a fondamento estetico)

(il soffritto fonda tutt’al più una tradizione culinaria, e si sa che una tradizione non è un fondamento estetico, è al limite un parametro entro il quale si condivide e si giudica un oggetto estetico, e se c’è un'idea della cultura occidentale cui non rinuncerei dopo secoli in cui mette a dura prova le relazioni fra gli esseri umani, è proprio la necessità di una tensione dialettica, di rifiuto/riappropriazione, con la tradizione, tensione che ha preso i nomi più diversi nel corso di quell’effimera manciata di anni che chiamiamo storia, e che non sarà certo la contemporanea crociata contro avanguardismi e sperimentalismi di sorta a spazzare via, né la standardizzazione tecnologica e i processi di globalizzazione che la alimentano indirettamente) (guarda un po’ te, solo poche ore fa mi sono ritrovato fra le mani l’ennesimo software per la composizione musicale che “individua e realizza automaticamente gli accordi armonici”… già, perché senza accordi armonici non è musica… in effetti il buon Stravinskij che, copiando l’amico Picasso, creava sfasamenti “cubistici” fra melodia e armonia, si troverebbe in un bell’impiccio)



approfitto per salutare qui anche Massimo Sannelli, che ritrovo anche come prefatore di Angelo (“tout se tien”, dicevano certi storiografi francesi)

e per ringraziare Angelo della risposta sulla questione dell’antiteatralità, molto più carica di intuizioni di quanto possa sembrare a prima vista… del resto il significante, preso in sé, estrapolato dall’idioletto in cui il parlante/scrivente lo impiega, si direbbe già compiuta rappresentazione di ciò cui rimanda, e qui forse sta non solo il cruccio del parlante che con tale significante vorrebbe poter rappresentare anche altro, così scontrandosi col limite del linguaggio, ma anche il divergere fra i campi d’azione del poeta e dell’attore sulla parola (praticando entrambi, posso testimoniare la fatica di tenere il piede in due scarpe!), laddove quest’ultimo si trova a dover decidere una volta per tutte, stante l’unicità dell’accadere della pronuncia del significante sulla scena in cui egli agisce, che la parola “va detta così” in ordine ad un insieme di segni rappresentazionali (azione fisica, costume, disegno di luce…) di cui essa è solo un segmento de-testualizzato

del resto una ri-scrittura scenica non è per forza di cose un superamento, può essere anche una regressione rispetto alla scrittura con cui entra in relazione, o una deviazione, ma è in un certo senso la contropartita dell’innegabile bisogno del soggetto-autore di non restare intrappolato in un mondo creato dal proprio lettore-spettatore, e l’attore che vuole rendergli un buon servizio pare abbia come unica strada la “digestione” del testo (sempre che l’autore glielo conceda!) – e tutti sappiamo bene che fine fa un testo nella “pancia” dell’attore…

Angelo, ti auguro anche buon lavoro in quel del Salento, regione poetica di cui dopo aver letto Verri, Astremo, la Ruggeri, inizio a capire qualcosa di più…


vabbe’, tolgo il disturbo egotico e vado a preparare le valige…

Mario
utente anonimo

#33    30 Luglio 2008 - 08:27
 
Quando gli autori di poesia smetteranno di credersi dio in terra?
utente anonimo

#34    30 Luglio 2008 - 09:38
 
Più o meno quando smetteranno di esserci persone che li vedono come tali. Caro anonimo al #33, o si firma o ci faccia la cortesia di cambiare registri. Spiace intervenire solo in questo modo in una discussione davvero interessante e attiva come questa, ma il ruolo di moderatore, che ancora ricopro anche se in modo sempre più spesso silente, me lo impone.
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#35    30 Luglio 2008 - 13:15
 
Caro Mario, nessuna "levata di scudi" a difesa di... Porto addosso, da sempre (anche in quel campo), la più totale "diversità", la più radicale refrattarietà a ogni sorta di procedura omologante, in qualsiasi modo, o su qualsiasi piano, si dispieghi: refrattarietà e diversità che sono sempre state, immediatamente, anche "denuncia" dell'esistente.

Il mio “della scuola, quella "vera": cioè di noi tutti”, che tu riporti, è chiaramente un ottativo, una sorta di "principio speranza" inconsciamente trasformatosi in proposizione assertiva, quasi tautologica: perché, sia chiaro: (purtroppo) Guglielmin, Aglieco e pochi altri (ormai) non sono "la" scuola, rappresentano delle luminose "sacche di resistenza" all'interno di un mondo che, da almeno trent'anni, sta uniformandosi sempre più al degrado etico-culturale dei regimi imperanti, comunque camuffati. E quando parlo di "mondo", chi mi conosce sa che sto escludendo, per principio e pratica sul campo, la componente studenti.

Colgo l'occasione, comunque, per ringraziarti del "lavoro" che stai facendo in rete. Ti leggo spesso, qui o sul blog di Stefano, sempre con profondo piacere intellettuale, anche e soprattutto nei casi in cui posso dissentire dalle tue analisi.

Qualche mese fa, riordinando vecchi libri, mi è ritornato sotto mano "La baia dei barlumi". Mi sono fermato a pensare dove potessero mai essere gli autori di quel libro, quale strada avessero poi seguito nel loro rapporto con la scrittura. Nel giro di qualche giorno, ho letto un tuo bellissimo intervento da qualche parte...

A volte ho la vaga impressione che niente accada a caso.

Un caro saluto a tutti, e scusate la digressione. Voluta. Un modo come un altro per ringraziare e ribadire che un posto come "questo" rimane essenziale, necessario.

fm
utente anonimo

#36    30 Luglio 2008 - 14:19
 
(Mi riferisco, anche e principalmente, al commento che è stato cancellato, e che offendeva Carifi, Sannelli, e concludeva parlando di Deleuze.)

Se è per questo potrei fare altri nomi ben più storicizzati, ma anche in quel caso mi sentirei dire che i nomi che faccio non sono così grandi, anche se le antologie tanto in voga li contengono o sono scritte e curate proprio da loro. Mi si dica allora chi sono i grandi critici italiani. Anzi, alcuni nomi li ho già fatti “perché li conoscono” ed altri interventi critici sono in uscita. Tutt’ora nessuno sa chi siano questi grandissimi critici in Italia. Credo che a ceti lettori interessi solo il potere di questi grandissimi critici possono esercitare sul pubblico, né la serietà né la competenza né l’intuizione. Il grandissimo critico è colui che ha “potere” o no caro L.O.?! Dovrò inviare il mio libro al papa prima o poi?! O ricattare e concutere D’orrico perché possa scrive che in me riconosce il più grande scrittore dell’universo in coppia con Faletti!

Ma la poesia non ha nulla a che fare con il successo:
il dramma vero di questa poesia italiana e di questa letteratura è insito nella mediocrità di certi lettori e nella delinquenza democratica che giustifica la loro opinione.
Questa democrazia garantisce solo “l’invivibilità, l’impraticabilità della poesia in Italia, e non la sua promozione.” Qui il problema non è nell’agonismo da cui scaturiscono queste discussioni, ma è nella speranza che in esse viene tradita: se solo avessi almeno il “tono” di ciò che dici L.O., l’estensione, la superiorità, invece di pascerti con questi interventi falsamente provocatori, dovresti smetterla di balbettare tu e i tuoi compagni, e gridare a squarciagola la tua delusione.
Ma io ti perdono sciocco L.O. perché ti fu fatto un grande torto alla nascita. La tua nascita nel risentimento t’ha reso meschino, tanto da offendere Massimo (la persona di maggiore integrità e dignità che su questo pianeta io conosca). Ma è colpa del risentimento che ti dà da vivere nell’anonimato e nella sciatteria. E possa anche il mio orgoglio rendermi ridicolo se non mi sono guadagnato sul campo di alzare la voce e di emettere sentenze.


Certi poeti si credono dio, dice l’anonimo. Ma dio è assente, non ci restano che i poeti. A che servono allora le invidie? O forse non mi si riconosce nemmeno la qualifica di “povero poeta” ?! Come si faccia ad invidiarmi per me è un mistero.

angelo petrelli
utente anonimo

#37    30 Luglio 2008 - 21:25
 
Angelo, grazie per la stima, ma sono dell'idea che la conversazione con determinati stilemi si trasformi in apologia e attacco. Io spero che non ci siano altri commenti anonimi o firmati di ulteriore polemica: nel caso sarò in qualche modo costretto a classificare anche il tuo commento al #36 per i contenuti nei confronti di chi a suo tempo attaccava polemicamente e ingiuriosamente. Sicuro della tua compressione e di quella degli altri, auspico che invece si prosegua a discutere sui quanto mai proficui scambi avuti finora.
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#38    30 Luglio 2008 - 21:27
 
CompreNsione e non compreSSione ovviamente, a meno di non scambiarvi per presse o camere iperbariche. Excusez moi.
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#39    31 Luglio 2008 - 02:42
 
caro Massimo,
troppo bello questo tuo lapsus digitale! imparare a COMPRIMERSI è un esercizio utilissimo, specie per chi si occupa di arte, poesia, ecc. è la fessura, pare, da cui sgorga alla fine l'ESPRIMERSI

però non riesco proprio a comprimermi e con le valige sotto il pc, rinvio di una mezzora la partenza per lasciarmi scappare un "urca" al solo sapere che Francesco ha nella sua libreria "la baia dei barlumi"!

Ma come hai fatto? come è successo?

Mi scuserà Angelo per questa digressione dal dibattito che lo riguarda, e che rimane interessante anche proprio per le divergenze che provoca (sfrondate le estremità ingiuriose, che non giovano a nessuno)

degli altri due autori del libro d'esordio della "baia", Francesca D'Alessandro oggi ha l'incarico di una cattedra in università, i suoi corsi sono seguitissimi, alle spalle ha pubblicazioni filologiche sul Tasso, su poeti minori del '5-600 italiano e, sul versante del '900, studi critici corposi su Sereni, sul rapporto Solmi-Montale; della riedizione dell'Invito alla lettura di Montale della Mursia è coautrice con l'autore originario, Claudio Scarpati, suo, nostro, maestro - per quanto riguarda la scrittura poetica, non sbircio nel suo cassetto da tempo, ma non credo sia vuoto...

di Riccardo Mori ho perso le tracce da quando vive a Valencia in Spagna - e, prima ancora, da quando abbiamo sospeso con una brutta litigata una bellissima amicizia - ha scritto manuali come sviluppatore informatico in ambito Mac - so che fa il traduttore, specie sull'asse inglese-italiano - mi auguro davvero che continui nella scrittura poetica, all'epoca della "baia" era il più prolifico del gruppo, mai prolisso,

caro Francesco, ci sono momenti in cui il "di noi tutti" viene a comporsi in forma integrativa, non espulsiva né mistificatoria, né dominata dalla sindrome del nemico esterno, e l'appartenere non è un marchio impresso a fuoco nella carne, un'identità che ti viene chiesto di difendere a costo di azzerare la coscienza, ma è il riconoscersi parti di un progetto, magari matto e disperato, magari depresso dal sentirsi in pochi e con mezzi comunicativi più inclini a generare frettolosi fraintendimenti, o scarse tracce, oppure pletore da cui il significato è fagocitato (come fa l'inquietante Molokh di Angelo...

che durino il più possibile quei momenti, prima che il sym-bolon torni a spaccarsi e le sue parti ad errare per arcipelaghi

Mario
utente anonimo

#40    31 Luglio 2008 - 03:00
 
scusa Angelo, rileggendo il mio ultimo commento temo che il significato della frase sulla "pletora" venga travisato: il tuo Molokh non "fa" pletora! vive nella pletora, come "tutti noi" del resto, ne manifesta l'emergenza, ne produce un'esperienza rifratta, a mio modo di vedere... quindi permette di contemplare (seppur inquieto un contemplare può essere comunque un atto contemplativo) "pletore da cui il significato è fagocitato" - e magari anche di reagire, prendere posizione

Mario
utente anonimo

#41    31 Luglio 2008 - 13:03
 
Mario, fu un regalo di una carissima collega (e amica), con dedica molto affettuosa: "Sono sicurissima che ti piacerà. Tra "fuori-di-testa" vi intendete sempre".
Sono passati venti anni...

A proposito del "symbolon".
Questo blog è uno dei pochi luoghi dove la "riunificazione" è possibile, ne è, anzi, un vero e proprio tratto distintivo.

E' il sym-bolon è anche "operante", a livelli carsici, nella scrittura di Petrelli. L'accumulo, infatti, non è mai fine a se stesso e, sostanzialmente, in controluce, si risolve in una sorta di sottrazione (l'immagine che meglio rende l'idea può essere quella del vecchio cercatore d'oro, coi piedi ben piantati nella "corrente"): un passare al setaccio la messe di frammenti (de)privati di senso, nei quali siamo immersi, alla ricerca di tutto ciò che, anche polverizzato, ha mantenuto la sua natura (e la sua lingua originaria) resistendo alla rimozione e alla frantumazione omologante: una ricerca dell' "altro", dell'altra parte, del pezzo mancante, sapendo di stringere in mano solo il vuoto e l'assenza lasciati dal nostro segmento di medaglione, ormai svanito: un desiderio infinito che si dispiega anche in mancanza di oggetto.

Saluti. E buone vacanze a chi ha la possibilità di farle.

fm
utente anonimo

#42    11 Agosto 2008 - 02:35
 
Momenti intrecciati di musicalità impattante che mi hanno molto ricordato una cosa scritta da me nel 2005, Esanimando, presentata quest'anno al concorso Montano.

Si tratta di una poetica che molto mi coinvolge, certo, e mi piace trovare una sorta di anima gemella nel percorso formale.

Solo in questo, però: leggo in Petrelli una sorta di invettiva, una specie di processo continuo ad una mancanza di senso intravista, pesantemente vissuta, con conseguente verdetto. La coda del topo di Alice.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente molesini

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