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mercoledì, 18 gennaio 2006

Capitoli della commedia
La poesia di Martino Baldi
 
 
IL GIORNO CHE UCCISI MIO PADRE
 
Mio padre era un uomo libero
ma io sono più libero di lui.
Il giorno che l’ho ucciso
era un giorno qualunque.
Mi sono alzato presto, come al solito
fatto partire Grace, ho acceso il notebook
e messo sottosopra il frigo
prima di tutto il resto che si deve fare:
sciacquarsi il viso, radersi, spalancare le imposte.
Il latte era finito; sono dovuto uscire
per rifornirmi (non posso rinunciare
a una colazione degna di questo nome).
Mio padre, se ricordo bene, russava ancora
ignaro nel suo letto
mentre io, barbuto e accigliato
trascinavo il sembiante verso la latteria.
Pochi minuti dopo era già morto.
 
 
Il giorno che ho ucciso mio padre
era un giorno qualunque d’estate:
non un filo di vento o un timore di pioggia
una nube lontana a distinguerlo
da tutti i giorni uguali precedenti.
Fu un giorno memorabile
e nessuno se ne avvide.
Del resto, chi potrebbe dire
l’istante in cui l’inverno diventa primavera
il baco farfalla, l’attimo esatto in cui
il giglio è al culmine della sua bellezza
e il vino sboccato al punto giusto?
 
Dopo la colazione (mi sembra respirasse ancora)
ho letto le stesse cose del giorno precedente
sugli stessi libri, ma per poche ore.
C’era un bel tizio che diceva nulla
un altro rispondeva ohibò
e come dialogavano… per dio!
Con tutti i crismi della letteratura
più accurata e più pura, soli tra loro.
Quindi ho espletato i miei doveri di cittadino
scorrendo i titoli del televideo RAI,
e quelli d’uomo d’oggi
scrutinando le pagine 230 e 101
(dalla sua camera nessun suono sospetto).
Sono poi uscito per comprare
una camicia bella e fresca per la sera.
 
L’ultimo spasmo deve averlo avuto
intorno a mezzogiorno e venticinque
mentre io, lucido, cosparso d’olio
di cocco o d’altro frutto tropicale
fendevo le acque della vasca
numero ottanta (o giù di lì)
nella bella piscina di campagna
dove ogni giorno pratico i miei
cinque chilometri di cromoterapia
nuotando nell’azur più puro,
per liberarmi dalle tossine
e dalle scorie dello studio.
Deve essere morto proprio in quel momento
(l’istante in cui toccavo il bordo
– la bracciata tesa –
e una rapida fitta di dolore mi ha sfiorato
la spalla destra come un presentimento)
perché, tornato a casa, del suo corpo
non c’era ormai più traccia.
 
D’averlo ucciso l’ho capito tardi.
È stato necessario qualche giorno
per notare l’assenza e interrogarsi
sulla questione, trovare le risposte,
stendere il regesto, denunciare il fatto.
Non l’ho ucciso per caso: questo sia chiaro.
Il colpo era premeditato nei particolari.
Restava da decidere il momento giusto.
L’ho ucciso perché non mi ha lasciato
nient’altro da ammazzare: morti i suoi padri
i suoi nonni e anche gli zii. I suoi fratelli:
morti. Tutti prima che generasse me.
E a cosa serve un uomo se non può
esercitare il suo diritto a uccidere?
Così ho deciso: prima o poi
sarebbe morto da solo, tanto valeva
farlo con le mie mani,
per innestare in una vita grigia
almeno un mito. Quello del parricida.
 
* * *
 
Il mio paese è piccolo e la voce
si è diffusa con rapidità. Mio padre
era abbastanza noto e in generale benvoluto
(se lo meritava: era proprio un brav’uomo).
Quando fu risaputa l’identità dell’omicida
ci fu uno scandalo di dimensioni
tutto sommato contenute
(forse perché eravamo una famiglia povera).
Non in pochi mi hanno tolto il saluto
ma i più hanno preso la notizia
con la più assorta indifferenza.
Qualcuno ancora fa buon viso, qualcuno
non fa mancare una pacca sulla spalla
non so se per timore o compassione.
Io quegli sguardi (allegri, sospettosi,
di disprezzo, d’invidia, d’ignoranza…)
ormai ho imparato a non tenerli in conto
più di quanto sia bene (il bene mio);
passo in mezzo alla folla a gran velocità
sulla bici scassata, quella di sempre
e me ne vado fischiettando
un motivetto che mi piace tanto.
 
 
SCRIPTA VOLANT
 
Non le parole nude resteranno
ma il labirinto di rughe del tuo volto,
l’arrampicarsi degli occhi e delle mani
sullo specchio del tutto.
I tuoi pensieri non sono voce
ma corpo mio.
E non nella memoria vive qualcosa;
è nei sussulti dei sensi che rinasce
ciò che da sempre non sappiamo e siamo,
l’insegnamento involontario dei sospiri
le cicatrici riaperte a ogni notte.
Il resto è un cimitero di ricordi:
tombe bellissime.
 
Questo di te resta nell’eco.
Quando dicevi, senza dire, senza saperlo,
col tuo sistema unico di macerare
pagine intere, arricciolare gli angoli,
scegliere il luogo in cui riporre il libro:
«Strappa dalla parola quanto c’è d’umano.
Fanne pane. Di quanto ne rimane,
di quanto tace,
sangue».
 
 
COME SERENI
 
Potesse la neve mangiarseli tutti
cappotti impronte ombre
e lo sferraglio discreto della filovia
 
nascondere il funebre teatro
dei ricordi, memoria mobile
di ciò che non accadde
 
potesse riempire anche quel vuoto
quel buco nel palmo del passato
non solo di parole, dargli un senso
una temperatura eterna simile allo zero.
 
E invece non muore la memoria
sono io che mi consumo a poco a poco
sulle strade di sempre:
                                        lo vedo
negli specchi degli altri, nei miei laghi.
 
Potesse la nebbia ingoiare per sempre
voci parole facce che tornano, la strada
via via che scorre alle mie spalle,
questo silenzio ululante
tutto questo passato e tutta
questa lombardia.
 
 
AMORE E DESTINO
 
Quel segno, quel puntino
che ho scoperto oggi
che hai soltanto tu
che forse prima di me nessuno
ha visto, nascosto nell’iride
dei tuoi occhi
                      (e certamente
non c’è posto più bello dove stare)
mi vien da immaginare
che sia il mio nome
scritto su te in alfabeto anànke.
 
 
IL CIELO IN UNA STANZA
 
Tra la dispensa e il tavolo
già apparecchiato, abbiamo
ballato un lento a lume
di candela. La cena
l’abbiamo consumata
come due viaggiatori
in un’oasi notturna
nel tinello.
Anche a rigovernare
nel metro quadro del
mio cucinotto
mi è parso di trovarmi
con te accanto, in riva
a un fiume nel Klondike.
 
Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti
ma alberi
 
 
EXPLICIT
 
E adesso nel passato torna a escogitare
occhi celesti e sorrisi con radici
nella terra asciutta di quello che ci tocca.
La vede aprire gli occhi al mattino, ferire
con lo sguardo la luce filtrata dalle imposte
e inventa col ricordo nel suo passo
la forza disperata e incerta
di quello che si prepara al fuoco.
Inventa ma lo sa che adesso lei sorride
come un bambino scemo, un assassino
buono coi figli all’ora della ninnananna,
un padre crudele che è saggio e non lo sa.
 
E adesso sogna che lo penserà
nel giorno più piovoso di febbraio
probabilmente di mercoledì. Se lei
all’improvviso aprendo le finestre
una mattina, vedesse che le cose
i fili del telefono nel grigio
gli autobus gli alberi le case
gli scooter la fontana i passeggini
stanno lì e continuano a capire
così poco di noi, gli uomini meno
(forse qualcosa i cani)
se tornasse da lui come si torna
a una madre che muore, a una
felicità imparata tardi
col cuore in gola, di corsa, per il tempo perso…
 
Ma il tempo è il tempo: mai stato gentiluomo
coi gentiluomini; con gli altri, forse.
Mai visto qualcosa che finisce bene:
un happy end. Mai visto un uomo
generoso e solo, amato fino in fondo. Mai.
Niente di nuovo, dunque:
il buco sotto il letto non è pieno e le parole
hanno il sangue marcio di sempre.
È lui che non capisce più.
 
 
APOCALISSE ESTIVA
 
I
 
Sono rimasto solo adesso nella casa
che è sempre stata tua. Rispetto i ritmi
diventati comuni per lunga e lenta conquista.
Spalanco le finestre poco dopo il tramonto
per accogliere la poesia di Via del Vento
e la poca brezza della via maggiore;
mi permetto solamente la primissima luce
– ora diversa – del precoce mattino. Serro di nuovo.
Riempio la vasca e le bottiglie in piena notte,
sciacquo piatti e bicchieri nell’acqua intorbidita
dalle prime tazzine del caffé.
Mi difendo come posso, inutilmente
da questa interminata apocalisse estiva.
 
II
 
La strada, vista da su, è indifferente e immobile
come un Sahara di cemento che inghiotte immagini di te
e io ho preso sul volto lo sguardo disorientato e opaco
dei due cinesi che hanno affittato il fondo sotto casa
per iniziare un assurdo commercio di vetri e collanine
a migliaia di miglia da Pechino.
 
III
 
Abbiamo ritrovato briciole di un pianto e sull’agenda,
tra gli scontrini della spesa e i conti del telefono,
trascritti con calligrafia d’infante,
due versi di un poeta rimasto figlio a vita.
 
IV
 
Sarà impossibile lavare via dai muri l’ombra
delle tue notti insonni, e dalle notti il silenzio
dei passi vuoti di tutto fuorché di vuoto,
il tintinnare dei bicchieri in un Morse incompreso.
 
V
 
Parla di te, più di ogni cosa, il frigo.
Chi avrà il coraggio di gettare o mangiare
lo yogurt già scaduto e il budino,
di aprire i cartocci per sapere
cos’hai comprato nei giorni prima del suicidio?
Non so se lasciar lì ogni cosa sperando che sparisca
inghiottita dal nulla, come tutto,
senza odori né muffa.
Eppure guardo, torno, quasi chiamato, osservo ancora…
Indovino mezz’etto di affettati dalla carta,
due wurstel, un poco di formaggio.
Mezze dosi: quello che ti bastava e che strappavi
a una lotta quotidiana con la pensione minima
a un crudele risparmio del domani.
 
 
 
Martino Baldi (1970), è nato ed è tornato a vivere a Pistoia Suoi interventi critici, racconti e poesie sono stati pubblicati su diverse antologie e riviste. Ha pubblicato la prosa Morte improvvisa di un portiere di notte (2001) e la plaquette di poesie Trentadue lattine (2002), entrambe per la AssCultPress di Pistoia. È stato collaboratore-fondatore dell'e-magazine Nabanassar   ed è stato vicedirettore del trimestrale Ciminiera. Ha curato ricerche, apparati e cronologia per la mostra bibliografica su Piero Bigongiari Voci in un labirinto (Pistoia, luglio 2000) e relativo volume (Pagliai Polistampa, Firenze 2000). Ha vinto il Premio Palazzeschi 2003 con una tesi su Goffredo Parise. Ha collaborato con la regista teatrale Cristina Pezzoli, per le produzioni del Teatro del tempo presente, come assistente alla drammaturgia e alla regia. Nel 2005 ha pubblicato per la collana Parsifal di Atelier la raccolta di poesie Capitoli della commedia.

Postato da: Massimo73 a 15:03 | link | commenti (73) |
martino baldi


Commenti
#1   18 Gennaio 2006 - 15:08
 
Martino Baldi ha gentilmente accettato il mio invito, inviandomi la sua ultima raccolta di poesie “Capitoli della commedia”, pubblicata per la casa editrice Atelier nel 2005, dalla quale abbiamo estratto insieme una selezione di testi. Ringrazio Martino per l’attenzione dedicata e per la pazienza in sede di confronto con il sottoscritto e invito tutti come sempre alla lettura e al confronto aperto. Buona lettura.
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#2   18 Gennaio 2006 - 15:56
 
la prima poesia postata, dalla prima vola che l'ho letta, mi ha sempre suscitato impressioni discordanti; mi piacerebbe che Nartino dicesse qualcosa di più. per esempio: quanto deve questa poesia al "punto di vista schizoide" di Nove poeta e della letteratura pulp? quanto invece al "tragico"?
ciao

gugl
utente anonimo

#3   18 Gennaio 2006 - 15:58
 
Durissimo e strafottente (è questo l'aggettivo giusto) nel primo componimento. Elegiaco negli altri. Così, di corsa, senza approfondire.
a poi
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#4   18 Gennaio 2006 - 15:58
 
Ciao gugl :)
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#5   18 Gennaio 2006 - 16:09
 
Aspé, aspé :) In effetti da non lasciare lì, c'è la questione dei registri che tira in ballo Voc. Quando ho proposto a Martino una mia selezione, ne è risultato che la mia "vena" si era buttata su un registro particolarmente lirico-elegiaco, Martino facendomi notare che caposaldo della raccolta era il "rifiuto dello stile come identità". Inoltre quanto da me non selezionato era di sicuro qualcosa che testimoniava registri diversi (e qui si apre la questione sulla concezione inclusiva dantesca che spero Martino approfondisca). Quindi quanto da dire sui registri di questa raccolta si preannuncia corposo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#6   18 Gennaio 2006 - 16:39
 
Salute a tutti e un particolare questa splendida (e rara) occasione di confronto sui testi con lettori vivaci, liberi e appassionati. Conto di cogliere l'occasione per imparare molto anche su me stesso. Sono davvero io a dover ringraziare e non viceversa.

Ringrazio anche i primi intervenuti. Vedo che si sono sollevate già questioni caldissime e centrali. Adesso mi trovo al lavoro; per serietà e correttezza, mi riservo di rispondere a tutti i solleciti che già sono giunti e che verranno, con calma e concetrazione, da una postazione più consona.

Mi limito a scoccare una risposta secca alla domanda secca di gugl e alla stilettata secca di voc: niente di schizoide e forse niente nemmeno di tragico nel primo poemetto. E soprattutto, non ha niente a che vedere, almeno nella mia intenzionalità, con scritture pulp e strafottenze giovanilistiche. Definirei quella poesia, anzi, una piattaforma morale. Ma il discorso che vorrei fare è molto complesso. A più tardi per gli approfondimenti, dunque!

Martino
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Marziller

#7   18 Gennaio 2006 - 16:41
 
ERRATA CORRIGE - Il computer dell'ufficio fa le bizze. L'inizio avrebbe dovuto essere: "Salute a tutti e un grazie particolare a Massimo per questa splendida..." - A dopo. M.
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#8   18 Gennaio 2006 - 17:44
 
questione morale e assassinio del padre: io vado a freud, sviluppo della civiltà sulla soppressione dell'autorità. Ma lì ci sono "i figli" (la comunità dei pari), non il figlio (il principino). oppure penso a Edipo. oppure a Maso, ma allora è critica al sistema dal punto di vista dell'emarginato-scemo (per dirla meglio: della vittima sacrificale che non sa di esserlo).
quale di questi, Martino?

gugl

ps. ciao voc:)
utente anonimo

#9   18 Gennaio 2006 - 21:30
 
TRovo Apocalisse Estiva più riuscita poeticamente de Il giorno che uccisi mio padre. Quest'ultimo potrebbe benissimo ricomporsi sotto forma di racconto e probabilmente (almeno dal mio punto di vista) è la sua forma più appropriata. E' vero, non manca il ritmo, ma molti narratori badano anche a questo aspetto quando scrivono racconti o romanzi. Voglio solo dire, nulla togliendo alla potenza della'narrazione', che mi sembra un po' una forzatura aver versificato questo scritto interessantissimo per altri aspetti. Ma è solo una mia opinione. Tornerò più in là sul resto. Saluti a tutti. Alain
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente oshoosho

#10   18 Gennaio 2006 - 23:43
 
Eccomi qua. Grazie intanto per le osservazioni. Risponderei, o almeno proporrei le mie osservazioni sui due problemi finora sollevati. Il primo è quello della natura "cannibale" e narrativa del poemetto inziale.
Se mi permettete, tanto per non ripetermi con varianti che sarebbero per forza di cose non significative, riporto qui sotto una risposta già data a una domanda di Matteo Danieli sul senso di quel parricidio. Mi semba che così siano abbastanza soddisfatte, almeno in prima istanza, le questioni aperte dalle stilettate di Gugl e Oshoosho.

* * *

Il clima è chiaramente quello dell’evento di cronaca o del thriller, ma non ha niente a che vedere con precisi eventi realmente accaduti. È, se vuoi, una scelta di strategia “narrativa” per raccontare un parricidio simbolico. Il padre, credo si capisca rileggendo il testo, scompare da solo. Più che un vero e proprio parricidio alla fine è la presa d’atto necessaria di un’estinzione già di fatto avvenuta, e la propria liberazione. Non c’è l’atto omicida. Come non c’è nessuna ribellione giovanilistica, anzi. Quel parricidio per me ha significato ricominciare a pensare il mondo secondo la necessità di una “visione sistemica e non ideologica” personale e autonoma. Il nostro paese (o forse il nostro tempo) vive di una crisi profondissima soprattutto perché rifiuta l’ossigenazione del pensiero a tutti i livelli. I nostri padri, nell’arco di appena cinquant’anni, hanno costruito “un incubo a chiusura ermetica” in cui non riconoscono un vero ruolo di iniziativa alle nuove generazioni. Io credo che difendere la tradizione significhi rinnovarla in continuità; l’autorità che difende – come accade – solo le proprie prerogative porta la tradizione a consunzione, impedendole di nutrirsi. Rende se stessa semplicemente un ostacolo, come lo sono state tutte le forme sociali superate dai tempi perché non hanno saputo rinnovarsi. Questa incapacità di rinnovamento è evidente oggi, per esempio, nella morale pubblica. C’è una nuova generazione che richiede comportamenti più retti, che pensa il bene come bene comune, che ha sviluppato una capacità enorme di auto-determinazione e auto-organizzazione “moralmente compatibili” e siamo invece nelle mani di autorità (a tutti i livelli) che… insomma, ci siamo capiti. Ecco, il poemetto iniziale racconta, in un certo senso, del momento in cui ho riconquistato “la legge morale dentro di me”. E non è possibile fare questo laicamente se non disconoscendo quanto modella acriticamente, in modo silenziosamente ideologico (in quanto non discusso), le nostre coscienze di uomini, ma anche le nostre posizioni di artisti o fruitori rispetto all’arte. Una nuova e forte coscienza laica, necessaria quanto mai oggi, non può che rinascere sulle ceneri dell'atteggiamento intellettuale e della prassi dominanti, misurati sul “particolare”, e deve innanzitutto riconquistare la forza intellettuale di pensare il tutto, la capacità di pensarlo tutto insieme e il diritto di pensarlo diverso. Nonché l’umiltà di volerlo comunicare con umiltà. Questo si può fare solo entro una assoluta libertà di pensiero che contempli una ridiscussione di molti giudizi, ovvero al termine di una lunga serie di “parricidi”.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Teoktist

#11   18 Gennaio 2006 - 23:46
 
Accidentaccio! Quello sopra ero io! Ho usato l'account di mio fratello che non aveva fatto il log out! Massimo, puoi rimediare rimettendo il post con la giusta firma?

Martino
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Marziller

#12   19 Gennaio 2006 - 08:04
 
Martino, come informazione tecnica, ci ho provato ma temo di non conoscere la modalità corretta per cambiare la firma di splinder: mi ritrovo con la sola possibilità di cancellare i commenti. Non è comunque così importante: il commento #11 chiarisce tutto quanto.
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#13   19 Gennaio 2006 - 08:26
 
mi pare, Martino, che allora è la versione freudiana che hai abbracciato: il progresso portato dalle generazioni annullando l'autorità della tradizione. La cosa si complica se davvero pensiamo che noi (uomini) siamo migliori di loro, dei padri (triste presunzione della sinistra): Semmai sono migliori le nostre idee (sempre politicamente parlando).
da parte mia non credo che ci sia una nuova generazione più retta: c'è piuttosto una comunità transgenerazionale (e legata all'umanesimo di sinistra) che pone domande sensate al potere. In questo senso, per me, non si tratta di uccidere il padre (inteso come unica tradizione), ma sapere che siamo figli di tanti padri (di tante tradizioni). Padre plurale, insomma, che sfugge ad ogni generalizzazione.
Ovviamente, queste considerazioni non toccano la qualità estetica del poemetto.

con stima

gugl
utente anonimo

#14   19 Gennaio 2006 - 08:28
 
Al #10-#11. Hai fatto bene Martino a postare quello stralcio di intervista, dato che dopo averla letta in anticipo mi sentivo quasi in dovere di rispondere in tua vece. E' quindi più che esplicativa.

Quanto al commento #9 di Alain, lui fa una scelta preferenziale tra la prima poesia (o poemetto, più correttamente) e l'ultimo della selezione, "Apocalisse estiva". A mio modo di vedere sono due espressioni diverse di una componente analoga: in Apocalisse c'è la riflessione, l'elaborazione di una dipartita, la constatazione dell'impossibilità di eliminare i segni di una presenza. Ci si trova allora di fronte ad una situazione speculare sul lutto ? A suo modo anche il parricidio simbolico era un lutto. "Apocalisse estiva" apre ad una dimensione del rimpianto, inquadrata intorno alla condizione senile, che mi viene quasi da ricollegare al parricidio, pur precisando che rimane una poesia molto bella, superba in quel suo delineare il "crudele risparmio del domani".
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#15   19 Gennaio 2006 - 09:09
 
apocalisse estiva è sconvolgente. dolorosa come una spina calcagnale, come una piaga da decubito, come l'artrosi deformante. grazie. bravo. antonella
utente anonimo

#16   19 Gennaio 2006 - 09:17
 
Torno a Gugl, con la rapidità che i pochi minuti che ho a disposizione mi concedono.

Stefano, come vedi io non ho scomodato Freud né tanto meno ideologismi di sinistra. Anzi, ho fatto appello a Kant. Perché la questione deve essere vista per forza sotto forma archetipica o comunque tipologica? Non c'è nessun rifiuto della tradizione, in quella poesia. Anzi, c'è casomai il contrario. Il padre viene "ucciso" perché ha già ucciso tutto quello che c'era da uccidere. Nella tradizione si sta con un occhio al passato e uno al futuro. Quello che è accaduto in maniera più marcata alla generazione dei nostri padri è stato di interrompere la tradizione "in nome del" futuro la prima volta e di interromperla poi "in direzione del" futuro una seconda. A mio parere. E questo è l'aspetto più propriamente storico.

Poi c'è un aspetto più generale, forse anche freudiano, ma da valutare di volta in volta: la qualità della censura che l'autorità compie sempre. E qui non è, caro Gugl, proprio questione di destra o di sinistra, ma di senso della libertà e dell'innovazione. Io non ritengo in questo che ci sia un prima migliore di un dopo o viceversa, una generazione dei padri peggiore di quella dei figli o viceversa, non ritengo in sostanza che il progresso sia una questione di superamento di una generazione sull'altra. Ma anzi che si tratti di pensare la tradizione come un continuo di cui però ci si deve fare carico nei due sensi che dicevo prima. E che l'unico mezzo per farlo non è la costituzione di piccole e sempre nuove autorità censorie, ma anzi la capacità di autorinnovarsi con continuità.

In sintesi, cosa funziona da filtro censorio nella tradizione è quello che conta. La qualità? La forza? L'intelligenza? Il potere? L'autorità o l'autorevolezza? Una cosa viva e partecipabile è la tradizione di cui vorrei parlare, non un ideologismo da salvare o bruciare. E il rifiuto, il parricidio, scatta di fronte agli ideologismi di qualsiasi tipo. Non per rifugiarsi in un relativismo o in un generazionalismo. No, anzi, per inseguire una visione sistemica che non sia ideologica. Perché, ripeto, quello che credo assolutamente necessario è "pensare il tutto". E dentro il tutto c'è pure il soggetto, o meglio: i soggetti, che non ne sono il centro ma non ne sono nemmeno fuori.

Concludo. Per piattaforma morale intendevo questo. Come pensare la libertà entro una visione sistemica? O meglio, come costruire una visione sistemica che presupponga la libertà? Poi... ho scritto un libro di poesia, mica un libro di epistemologia o di filosofia politica. E quindi non vorrei nemmeno spostare troppo la discussione su questi temi, perché la questione non è esprimere la complessità di questa visione, provarla, metterla in dialettica, ecc. Ma - credo - comprendere un po' meglio cosa sta dietro i testi. Se Gugl è d'accordo, quindi, questo argomento lo darei per affrontato, salvo suggestioni, osservazioni e critiche di diverso tipo. Non per sottrarmi al confronto, eh? Magari recuperiamo l'argomento in un contesto tutto suo.

Su quanto dice Massimo e su quant'altro verrà... in un altro momento. Vado a lavoro (ho già fatto tardi!).

Buona giornata a tutti.

P.S. La stima, Gugl, è reciproca ed espressa, più che sottintesa, nell'impegno e nell'onestà dialettica che ognuno mette nella discussione. Come diceva quel tipo, "non si regala l'intelligenza e la compagnia".

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#17   19 Gennaio 2006 - 09:19
 
Stavo scrivendo e vedo solo adesso il commento di Antonella. Grazie davvero a te.

A più tardi.
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#18   19 Gennaio 2006 - 11:55
 
A me interessa la poesia di Martino, ma non per le cose dette dallo stesso autore (o, almeno dette in parte) o a quelle di Gugl., il quale forse schematizza troppo la tematica, dividendola in Freud-non Freud. Nel testo del padre, Martino attua una formidabile messa in scena, di tipo teatrale, dando ai protagonisti (lui e il padre stesso) un ruolo prestabilito e rigido (avvertendo il padre con molta ironia, come per dirgli: "Guarda che ti debbo uccidere...abbi pazienza). Tutto il tessuto trasuda di energia ironico-paradossal-simbolica, ma nel contempo pare allontanarsi da teorie "di cui, dopo la lettura, son piene le fosse". Pare che Martino goda nel mandare in vacca stilemi e teorie ricorrenti della nostra società, senza però far trasparire autentico odio nei confronti del genitore: egli vuole, del padre, il posto che il senior ha già utilizzato e che lo junior reclama, secondo i protocolli di una staffetta esistenziale. Io non teorizzerei strettamente il messaggio: piuttosto, lo manterrei sfuggente, proprio come credo voglia il testo. Debbo però contestare a Martino (se è lui che l'ha tirata fuori) questa storia del "rifiuto dello stile come identità". E' una affermazione che un po' mi infastidisce perché una tale dichiarazione fa sortire subito un "antistile" o un "a-stile" che comunque rientrano di stretta pertinenza dal cerchio dello stile-problema: di lì non si scappa: ognuno di noi ha uno stile e lo coltiva: poi se vuole affermare il contrario, padrone: ma stile c'è e viene prodotto: semmai cambia con il tempo, come del resto la morfologia della lingua. Ma non è possibile che un autore rinunci allo stile: in tal caso raggiungerebbe il silenzio e l'afasia -che sono, tra l'altro, due forme di altissimo stile-.
La poesia, seddiovuole, sfugge a idee di destra-sinistra e dietrofront: così come sfugge a teorie più o meno freudiane, e via procedendo all'infinito.
Il soffio di Martino è elegante, misurato, e prende a prestito da certi autori americani coevi felicissimi spunti che l'autore innesta col suo lessico tosco-pistoiese.Non mi pare proprio per niente.
Gianfranco
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#19   19 Gennaio 2006 - 11:56
 
L'ultima fra se sarebbe: Non mi pare proprio niente male.
Ciao Martino
Gianfri
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#20   19 Gennaio 2006 - 13:36
 
Gianfranco, arrivi puntuale sulla questione dello stile come identità, che avevo subito posto come spunto iniziale di mio particolare interesse. Mi ero permesso di citare quanto Martino mi aveva scritto per posta al proposito, parlandomi di una poesia "composita" che si può facilmente avvertire nella raccolta, di matrice "inclusiva", tendente ad inglobare più "registri". Ora, interverrà anche lui per parlarne, spero, più diffusamente, ma penso che possiamo nel frattempo anche dire la nostra al riguardo.
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#21   19 Gennaio 2006 - 16:51
 
dite quel che volete ma, di fronte all'assassinio del padre, non ci sono giustificazioni paratestuali che tengano: è un atto archetipico niente affatto schematico (poco conta se il padre muore da solo), che il testo di Martino mette in scena. poi c'è lo stile, che, come il padre, viene assassinato (sacrificato), almeno sotto il profilo metrico, nel senso che l'a-capo segue spessissimo la scansione sintattica (come dice osho,si poteva scrivere senza andare a capo e il testo cambiava di poco). La mia, non vuole essere una osservazione negativa sul testo, è piuttosto la constatazione che qui, l'assassinio dell'autorità avviene appunto due volte: nelle cose e nelle parole (ossia viene soppressa l'autorità dello stile alto).

gugl
utente anonimo

#22   19 Gennaio 2006 - 17:13
 
Sì, Gugl, mi trovi d'accordo. Ma io aggiungo che l'assassinio dello stile è pur esso uno stile: non si scappa: come scrivi, riveli uno stile che può essere puù o meno ortodosso alle regole consolidate dalla tradizione letteraria, ma pur stile è (dal momento che rappresenta la particolare cifra dell'autore). Per quanto riguarda le simbologie, o gli apparentamenti psico-critici, si è liberi di pensarla come si vuole (anzi, è auspicabile: e tu, Stefano, poni dei legami più che nobili e convincenti).
Gianfranco
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#23   19 Gennaio 2006 - 17:39
 
sanguineti: "oggi il mio stile è non avere stile"

gugl
utente anonimo

#24   19 Gennaio 2006 - 17:50
 
Ottimo lavoro! Marco S.
utente anonimo

#25   19 Gennaio 2006 - 17:52
 
Esemplificativa, Stefano, la citazione. Quanto meno.
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#26   19 Gennaio 2006 - 19:25
 
E allora, parliamo della volontà dell'autore di non avere stile. Massimo, in uno dei primi commenti accennavi ad una concezione inclusiva dantesca. Io non sarei d'accordo, perché non si tratta di miscelare registri, ma di tenerli separati in diverse composizioni. Comunque vorrei averne la certezza...

saluti
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#27   19 Gennaio 2006 - 20:03
 
Voc, sì, forse non si tratta di plurilinguismo, nè si tratta di una miscela di stili, tuttavia, questo sarebbe il caso, la raccolta lo sarebbe, vista la sua natura disomogenea.
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#28   19 Gennaio 2006 - 23:42
 
Scusate il ritardo. Cercherò d'essere il più possibile esaustivo sui temi aperti.

Credo che Gianfranco (salute a te!) abbia colto delle cose più in linea con la mia intenzionalità di quanto non abbia fatto Gugl, ma eviterei di trattenermi ulteriormente sul tema del parricidio.

Sulla narratività del poemetto dico solo che (da scrittore anche di racconti) non condivido l'affermazione per cui quella cosa "senza gli a capo" sarebbe un buon racconto. Sarebbe un pessimo racconto, secondo me. Così com'è, come racconto in versi, forse funziona: grazie alla dimensione ambigua, sfuggente, discontinua, anche delicata e soprattutto "difettiva" che acquisisce in poesia. E comunque è come dire a un musicista che un'aria che lui ha utilizzato per una sonata sarebbe stata più adatta per una sinfonia; è questione di gusto, orecchio, ispirazione, immaginazione. E soprattutto a decidere è quel senso della coerenza dell'immagine che si riesce a sottrarre all'infinito degli inesistenti. La sensibilità formale, insomma. Ognuno ha la sua, no? E quella è probabilmente la carta d'identità di chi scrive. Eheheh... lo stile!

Andando allo stile, appunto. Non sono così folle da pensare che Gianfranco e Gugl non abbiano detto a tal proposito cose esatte. Certo che ognuno ha il suo stile e che non esiste un non-stile! Non ho mai detto il contrario. Già con Gianfranco e con un agguerritissimo Manzoni ne discutemmo in una mitica lettura maceratense. Ma io ho detto che sono avverso a una concezione dello "stile come identità", che è ben diverso. Ho affermato cioè, per me, una precisa concezione di stile. Ed è una concezione inclusiva che, semplificando moltissimo, si può identificare con una linea dantesca, in contrasto con una linea esclusiva o, semplificando, petrarchesca. Con tutto ciò che ne discende.

Questa concezione di stile fa pendant con una concezione inclusiva e reticolare della conoscenza. E qui preannuncio le mie scuse per un linguaggio forse non appropriato tecnicamente (azz... di fronte al Gugl poi!!!) ma non sono un filosofo e cerco semplicemente di dare corpo in tempo reale a quelli che sono, per me, non sofismi o costruzioni mentale ma sentimenti del reale.

C'è chi ritiene che la conoscenza sia uno spogliarsi di sé e di tutti gli orpelli esterni fino alla massima concentrazione della sapienza in un punto. E questa si potrebbe definire una concezione della conoscenza esclusiva. Naturalmente ci sono varie gradazioni di questa concentrazione, dalla logica alla mistica.
Io credo invece in una conoscenza inclusiva (che conosce altrettanto diverse gradazioni, fino anch'essa alla mistica). Credo che la conoscenza sia un tenere insieme i reali (e i possibili) con pari dignità. Credo che comprendere la realtà significhi aumentare la propria capacità di dislocamento di sé, non per essere in un punto solo fuori di noi, ma per essere presenti ovunque, coscienti ovunque di noi e di tutto. Allargàti e non concentrati. Io chiamo questo “pensare il tutto”.
Questo si traduce, certo non meccanicamente, in uno stile che non ha degli imperativi normativi, che non ha quindi una mira prestabilita. La rappresentazione e il suo fine non sono mai prestabiliti a priori nella mia scrittura. Non c'è un percorso di conoscenza da fare, da qui a lì. Nella realtà ci si perde. E io mi perdo pure nella poesia. Per usare la famosa metafora calviniana, non sono affatto convinto che vincere la sfida al labirinto significhi trovare la via d'uscita.

Certamente non penso a questo quando scrivo un testo, è chiaro, ma il senso della varietà dei registri del libro (in un dis-equilibrio che nel libro è molto curato e che era impossibile da riprodurre in una scelta per il blog) è – “comediamente” – quello: essere inclusivi, abbracciare tutta la realtà, dare conto e dignità di tutto. Gugl, per questa forma dispersiva di conoscenza, ha giudicato il libro “giovanile”. Che dire? Lo prendo per un complimento sapendo che per me è il massimo e per lui è un limite. Scrivere un libro giovanile dopo quindici anni di studi e scrittura e dopo aver attraversato di tutto è quanto di meglio potessi aspettarmi. E nel futuro non mi auguro di “maturare” troppo, quanto di mantenermi tale. Di essere sempre fedele alla vita. Di tradirmi continuamente.
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#29   19 Gennaio 2006 - 23:52
 
Maledizione! Mio fratello ha colpito ancora! Stavolta mi ci incazz.... ehm ehm!!! Quello sopra ero io "sub specie fraternitatis". :-) Buonanotte a tutti.
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#30   20 Gennaio 2006 - 00:44
 
Di Martino Baldi, prima di leggere i testi postati da Massimo, conoscevo soltanto la bellissima, struggente “Canzonetta”, nella quale la dimensione privata, col suo carico di dolore, finiva con l’elevarsi a significazione universale dell’esistenza, e l’esistenza, guardata attraverso la lente della memoria, a simbolo della poesia stessa, del suo farsi e porsi come matrice più vera dei giorni, anche di quelli increati, mai vissuti e, forse, proprio per questo, più veri, capaci di sfidare e superare in un balzo le macerie dell’inesistenza quotidiana e mostrare “a chi ama e a chi non ama cos’è il nulla”. Perché mi sono soffermato su questo testo, in particolare? Perché nelle poesie che qui leggo vedo emergere la stessa stratificazione a più piani; vedo lo stesso sguardo, sempre identico, che si muove in più direzioni, quasi cercasse un punto di osservazione privilegiato, senza perdere l’essenzialità della visione a cui si presta come strumento. Una poesia che ri-capitola, riconduce a uno stesso assunto, ad una stessa cifra di senso, le rappresentazioni che incrocia, lasciando il divenire metamorfico, il cambiamento di scena, a una pluralità di registri linguistici che solo in quella unità pensata (l’unità dell’atto, dello sguardo) trovano la loro giustificazione. E’ poesia, in quanto atto creativo, e, contemporaneamente, azione scenica, teatro, rappresentazione, mimesi dei contenuti (i vari quadri, le sequenze quasi narrative) e delle forme scelte per vestire (o denudare) quegli inconsapevoli portatori di mondo e di realtà. Pur afferrato, tentato da questa deriva, il poeta/spettatore guarda il flusso farsi materia dolente e, vigile, come un guardiano delle correnti, registra il passaggio dei relitti, nella consapevolezza che il suo sguardo fermo non è estraneo al colore dell’acqua. Non a caso, credo, l’autore ha chiamato questo libro “Capitoli della Commedia”: perché Dante e il teatro, il teatro “sperimentale” di Dante, è il modello alto che presiede l’atto della scrittura, mentre la parola scritta (inconsciamente) scivola e deborda verso il suo superamento. Il teatro, etimologicamente, non è il “luogo” della rappresentazione, ma l’atto del guardare: il luogo dove pupilla e lingua si fondono, nel momento esatto in cui chiedono, solo apparentemente, di guardarsi da lontano. La catarsi, alla fine, è tutta nella mimesi linguistica che sola assicura, nella deriva dei registri scelti (o imposti dalla materia stessa) l’unità strutturale di uno sguardo che non vuole perdersi, che non vuole lasciarsi annegare: pur sapendo che è, comunque, parte del naufragio, in quanto testimone, in quanto erede. Il vero parricidio allora, fermo restando l’archetipo che Stefano Guglielmin sottilmente vi coglie, è, secondo me, quello della lingua-non-più-lingua della tradizione, quando essa, museificata da rituali e formule, non sa più accostare l’alfabeto delle risacche. Lo strabordare nei versi del linguaggio “basso”, colloquiale, quotidiano; la ricostruzione della “storia” di tutti attraverso il recupero di lacerti di nulla (dal vuoto televisivo, ai poveri miti privi di sangue e futuro di un oggi svuotato di speranza); la rottura voluta, cercata, del verso che vede sfumare la sua aura e la sua staticità in flussi narrativi quasi ininterrotti: tutto questo, ed altro ancora, mi sembrano una scelta ben ponderata dell’autore, quasi cercasse, utilizzando una timbrica policroma, cangiante a secondo delle macchie di colore che incontra, di far emergere dall’impoetico una stilla di sangue e di fuoco, quasi a ricordare che solo la poesia è capace di recuperare l’umano che sotto le ceneri del vuoto ancora arde, forse vive, resiste. Magari dico qualcosa che l’autore probabilmente smentirà, ma credo che alla genesi di questo libro non sia estranea una rilettura più che meditata (o presente solo a livello inconscio, il che molte volte vale gli stessi esiti) dell’Epistola XIII di Dante. Colgo un altro particolare, non secondario, se corrisponde al vero: il “presunto” parricida si alza e fa colazione ascoltando “Grace” (avrebbe potuto ascoltare qualsiasi altra cosa, perché allora proprio quella canzone?): sono i preparativi di un banzo nell’ombra, come chi si appresta a osservare e ad attraversare una latrina infernale sapendo che solo da lì, dal quel sottosuolo che rilascia reliquie e liquami putrescenti di senso e di memoria, può levarsi la voce di un angelo, dell’angelo: non il canto che salva o riscatta la maceria, ma quello che si fa udire in nuovi accenti, e li offre, insieme alle ali, per superarla. Se ciò è vero, Capitoli della Commedia non è un tentativo di superare il Dante-tradizione, ma un tuffo nel sangue del padre, alla ricerca di un grumo, anche minimo, anche apparentemente inessenziale, che consenta di riprendere il cammino qui, dove anche la superficie del mondo infero ha i colori stagnanti del vuoto di voce, di vita.

Antonio D.
utente anonimo

#31   20 Gennaio 2006 - 00:46
 
Non vorrei apparire ripetitivo, ma giusto perché Martino riprende il discorso sulla ‘narratività’. Il fascino di ‘Un giorno uccisi mio padre’ risiede, a mio parere, su ciò che viene narrato, quindi sul contenuto (ed infatti è quello che ha provocato la discussione prevalente sul blog). La forma adottata, con gli a capo, non aggiunge (sempre a mio parere) assolutamente nulla (in questo dissento dall’autore sia sulla sua valutazione che sarebbe ‘un cattivo racconto’ che sul fatto che funziona grazie alla dimensione ambigua, ecc.). E proprio perché non aggiunge nulla l’ho ritenuta una forzatura. In poesia, mi insegnate, la scelta della forma è sempre un fatto essenziale, direi che la poesia stessa, ma per ‘funzionare’ deve aggiungere qualcosa in più sia rispetto al contenuto che agli artifizi retorici eventualmente utilizzati.
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#32   20 Gennaio 2006 - 00:47
 
direi che la poesia stessa (direi che è la poesia stessa)
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#33   20 Gennaio 2006 - 00:50
 
Qualche precisazione.
1) Quando ho iniziato a scrivere non era ancora comparso l'ultimo intervento di Baldi. Lo leggerò domani con attenzione.

2) Se pensate che l'intervento sia troppo lungo, considerate che avete evitato trentadue citazioni dai testi. :-)

3) Se ho scritto delle c....te, abbiate la bontà di perdonarmi, soprattutto l'autore (ma non credo, comunque, di averne scritte tante...).

Un saluto a tutti e buonanotte.

Antonio
utente anonimo

#34   20 Gennaio 2006 - 08:14
 
Al commento #30 Antonio cita "Canzonetta". La poesia è rintracciabile su Nabassar a questo link

http://www.nabanassar.com/capitbaldi.html

che era già stato segnalato, ma lo ricordo per chi si fosse messo all'ascolto solo ora. Il brano non è stato volutamente inserito in selezione per evitare la dupplicazione con Nabanassar.
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#35   20 Gennaio 2006 - 08:58
 
Al #28: Martino, questo tuo ulteriore intervento definisce e chiarisce ulteriormente la questione sul rifiuto dello stile come identità.

Quella sullo stile che "non ha degli imperativi normativi, che non ha una mira prestabilita" e che segue una concezione reticolare della conoscenza, una matrice "inclusiva", è una riflessione per me quanto mai interessante.

Ci eravamo soffermati più volte avvicinandoci alla poesia di altri autori alla loro concezione "epistemologica", ma questa volta abbiamo da parte dell'autore una precisa dichiarazione. Inoltre la differenza di base con la maggior parte degli altri autori visti sin qui (a mio avviso, almeno dal punto di vista dichiarativo) si situa in questa pretesa molteplicità di stili e differenza di registri *appositamente per* dare un peso analogo alle componenti della "percezione", a tutti gli elementi della realtà. Quello che in altri autori che si riferivano "con più peso" ad una tradizione, sembrava essere un movimento di penetrazione (anche ramificata) nella realtà, qua si traduce in una sorta di esplosione, di raccolta a raggiera delle impressioni, delle esperienze, del vissuto, insieme a quanto dato dalla realtà, i canoni dell'"attualità".

Per citare Antonio: "lo stesso sguardo, sempre identico, che si muove in più direzioni, quasi cercasse un punto di osservazione privilegiato, senza perdere l’essenzialità della visione a cui si presta come strumento". E io aggiungo che ci troviamo poi di fronte ad uno sguardo, se possibile, di volta in volta diverso, che "costruisce" scene e rappresentazioni nell'atto di guardare con matrici diverse, come diverse in questa concezione sono le volute della realtà (si tratta di ri-capitolazione, di storia come commedia, di chi, come dice l'autore, sente di "aver attraversato di tutto", componente forse non trascurabile nella direzione stilistica scelta).

La tradizione, poi. Ce n'è qua un superamento ? Martino ha scritto che l'onorarla significhi "rinnovarla continuamente". Il rinvio all'epistola a Cangrande fatto da Antonio (così come il discorso da lui approfondito su Dante), è interessante a questo riguardo per comprendere che la tradizione è ben presente consapevolmente in questi testi. Che la concezione poetica costruita "in tempo reale" ha trovato senza dubbio un riferimento. L'esperienza linguistica di varietà di registri che ne scaturisce è la partenza, forse, per un nuovo dibattito che spesso è partito in sede di ragionamento sulla poesia civile, sulla funzione Dante (ricordo qua i numeri passati de "La Gru"). Per quanto riguarda invece la maturità dell'opera, penso che non sia io a dover valutare questo e in questa sede. Posso solo affermare con sifficiente decisione che si tratta di sicuro di un punto di partenza verso lo sviluppo di una via poetica che vorrei continuare ad esplorare.
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#36   20 Gennaio 2006 - 09:25
 
Buongiorno.

Quanto dice Antonio, considerato anche che non era ancora apparso il mio commento e che dice d'aver letto soltanto "Canzonetta" e le poesie comparse qui, è per me un rispecchiamento sconvolgente. Sconvolgente perché coglie davvero il cuore della mia coscienza poetica, per giunta per un aspetto che credevo si perdesse tantissimo proprio nella selezione fatta insieme a Massimo. Il libro nella sua totalità è ancora più teatrale di quanto appaia in questa scelta. Mi commuove poi che sia stato rintracciato e toccato il punto vitale del mio rapporto con Dante, che per me è prima di tutto un grande maestro di libertà e di pensiero poetico, e QUINDI: come poeta, esempio di atteggiamento verso la lingua e la scrittura; come uomo, esempio di atteggiamento verso la morale e l'esistenza.

La connessione strettissima della parola di Dante con la necessità di essere portatrice di un senso alimentato fino alle sue radici è unica e incomparabile nella storia della letteratura: la parola di Dante a ben vedere è sempre antinormativa, inventa continuamente se stessa plasmandosi su un'intelligenza sempre accesa ed aperta ai variabili. Nell'aristotelismo di Dante non c'è nessun apriorismo, come non ce ne sono mai nemmeno nella sua scrittura: è questa la sua grandezza. Ogni cosa è funzionale a un'idea di bene che non sta mai altrove. Che non è mai "data". Perfino Dio è dentro il sistema. E l'unica cosa che può esprimere questa totalità è la poesia. Una poesia che, a sua volta, non è sopra o fuori, ma dentro le cose.

Non solo l'Epistola a Cangrande, Antonio. Tutto Dante, teoria e poesia, è talmente rivoluzionario da mettere i brividi. A legger Dante viene veramente da pensare che tutto il resto (o quasi tutto) dopo di lui sia letteratura. Sì, per me si è trattato davvero di ripartire di lì, da un maestro, da un padre, insuperato e mai autoritario.

Salute a tutti. Scappo al lavoro.

P.S. Antonio, potrei avere il piacere di offrirti una copia del libro appena ne rientro in possesso? Mi faresti avere un tuo indirizzo in privato? Se preferisci restare anonimo, anche un Fermo Posta: come in un film di Tinto Brass! Grazie.
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#37   20 Gennaio 2006 - 09:31
 
Non avevo visto il nuovo commento di Massimo. Buongiorno anche a te. Ci leggiamo più tardi.

Martino

P.S. Pure l'arcangelo-Buckley!!! Antonio, ma chi sei? Mio fratello? Il mio psicanalista? Il mio computer? :-)
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#38   20 Gennaio 2006 - 10:09
 
vado di fretta e non ho tempo adesso di leggere gl interventi, però una cosa è certa: Martino è uno dei pochi poeti che discute della propria poesia con pacatezza, rispondendo con intelligenza alle osservazioni critiche. spesso invece i poeti vivono le critiche ai testi come un attacco personale. Occore distinguere, e Martino lo fa benissimo.
ciao a dopopranzo
gugl
utente anonimo

#39   20 Gennaio 2006 - 15:30
 
trovo che l'intervento di Antonio sia una recensione assolutamente da pubblicare (Martino, trova una rivista cartacea che lo faccia!).

sul giovanile: può essere che sia il punto di vista stereotipato sulle donne oppure una certa insistita spavalderia nel tono, non so; oppure la critica alla civiltà dei consumi filtrata dal un citazionismo postmoderno... forse questi tic non li ho sentiti capaci di aprirmi in modo originale il presente. Mentre altre poesie, come scrive Antonio, sono di assoluto valore.

gugl
utente anonimo

#40   20 Gennaio 2006 - 16:17
 
un mix del primo Cucchi con la prosa dell'ultimo "baricco"...
utente anonimo

#41   20 Gennaio 2006 - 16:22
 
Chi è al #40 ? Firma !
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#42   20 Gennaio 2006 - 16:41
 
Posso permettermi di preferire il padre Tim Buckley (ma l'avete mai ascoltati Lorca, Starsailor?) al figlio Jeff? Così, tanto per restare in tema di padri, parricidi, autorità e dintorni.

un saluto e scusate l'excursus
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#43   20 Gennaio 2006 - 17:46
 
Un passaggio veloce, causa il lavoro. Sarebbe bello prendere parte al dibattito, ma il tempo è tiranno. Un salutone all'amico Martino e a tutti gli altri partecipanti. Ciao Massimo!
Gianfranco
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#44   20 Gennaio 2006 - 18:26
 
Ciao Gianfranco, anche io non sono stato più bravo di te, non facendomi vedere dalle tue parti :-) Un caro saluto,

M.
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#45   20 Gennaio 2006 - 18:53
 
Gugl, naturalmente non concordo con quelle definizioni ma, soprattutto, che intendi per "punto di vista stereotipato sulle donne"? Questa non la capisco davvero.

Alain, non so proprio spiegarti perché quell'ispirazione secondo me fosse nata proprio per essere poesia e non racconto. Tra l'altro proprio adesso mi è giunta una lettera di un poeta, uno vero,un bel po' più grande di me, che mi dice la stessa cosa: che il libro magari funziona anche ma che vi è in atto la forzatura di versificare la prosa e che quindi non arriva mai "dentro".

Potrei impegnarmi in un'argomentazione analitica e forse ne tirerei fuori anche qualcosa di comprensibile, naturalmente senza convincere nessuno che già la pensi diversamente, ma snaturerei quella che è la vera e propria radice dell'ispirazione che soggiace al libro,. Su questo, quel che posso dire mi sembra d'averlo detto già sopra. E soprattutto non voglio analizzare troppo l'ispirazione perché non voglio chiarirla, pulirla, anatomizzarla, renderla qualcosa di perfettamente osservabile nemmeno per me. E' un mistero con cui mi interessa confrontarmi continuamente ma che non mi interessa svelare, uccidere in quanto tale. Le autopsie si fanno a cadavere freddo, no?

Voc... Che c'entra Tim Buckley? Ho scritto pure una poesia sulla birra Orval: dovremmo per questo discutere se è meglio la Orval o la Chimay? Fidati, non ci poteva star altro che "Grace" in quella poesia e sono veramente felice che qualcuno se ne sia accorto!
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#46   20 Gennaio 2006 - 21:20
 
Appena trovo un attimo di respiro, vi rispondo con molto piacere. Intanto grazie, in particolare a Martino, e un saluto a tutti. A prestissimo.
Antonio
utente anonimo

#47   20 Gennaio 2006 - 23:24
 
Martino, pienamente d'accordo sull'ispirazione e sul mistero. Augurissimi per la tua attività poetica. Alain
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#48   21 Gennaio 2006 - 07:54
 
voglio dire che, spesso, le donne-ragazze cantate nel libro sono figurine bidimensionali o semplici oggetti del desiderio di un adolescente (lo so che non lo sei più da secoli, però...). o sarà che io sono un vecchio bacucco? mah!

gugl
utente anonimo

#49   21 Gennaio 2006 - 09:23
 
Stefano, così getti ombre da ospizio su di noi :) ti prego :)
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#50   21 Gennaio 2006 - 11:24
 
no, tu sei ancora fra gli adolescenti:-)))

gugl
utente anonimo

#51   21 Gennaio 2006 - 11:56
 
Ah, ecco cos'era quell'acne stamattina allo specchio :) L'adolescenza di riflusso :)
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#52   21 Gennaio 2006 - 12:14
 
Dici che poteva e doveva essere solo Grace in quel componimento (anch'io la trovo calzante, ma forse fin troppo stereotipata), invece intendevo un po' sfatare il mito di Jeff Buckley, ecco tutto. Il padre stava almeno 2-3 gradini più sopra. Ma questo non c'entra nulla con la poesia.
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#53   21 Gennaio 2006 - 14:15
 
Verso le dieci di stamattina, approfittando di una pausa di lavoro, avevo postato un lungo intervento (ormai è un vizio!) che, purtroppo, non vedo in circolazione. Maledizione, ci avevo lavorato parecchio stanotte, ma devo aver schiacciato il tasto sbagliato. Cercherò di recuperare qualcosa dagli appunti che avevo scritto, sperando di non essere licenziato nel frattempo. Aspettatevi nuove a breve.

p.s.

Voc, il rapporto Jeff/Tim c'entra eccome con la poesia: io credo che quella scelta (Grace) contenga, simbolicamente, ma non solo, il rapporto
padre/tradizione vs figlio/parricidio su cui è giocata la poetica di Baldi. E sono particolarmente contento di averne trovato la conferma nei suoi interventi: contento soprattutto per me, intendo, perché mi fa ben sperare sulla mia capacità, nonostante gli anni, di tenere a bada il processo di rincoglionimento che comunque si profila. :-)

Antonio
utente anonimo

#54   21 Gennaio 2006 - 14:29
 
...al rapporto col padre Tim a dire il vero non c'avevo pensato. Però, caspita se è pertinente! Certo ci doveva stare il figlio e non ci poteva stare il padre. Verissimo! Ringrazio Antonio... e il mio inconscio! :-)

A dopo. Sono davvero curioso di vedere cosa uscirà fuori dai brogliacci di Antonio!
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#55   21 Gennaio 2006 - 15:15
 
Massimo, aiuto! E' andato via tutto un'altra volta, appena schiacciato il "pubblica commento". Riprovo subito, visto che sono riuscito a salvare il testo.
Antonio
utente anonimo

#56   21 Gennaio 2006 - 15:25
 
Seguo con molta attenzione, compatibilmente con tutte le altre esigenze, il dibattito che da sempre esiste su queste pagine, il dialogo, molto spesso di altissimo livello, tra l’autore e i lettori-critici. Lo seguo anche quando non intervengo direttamente, magari perché mi sembra inopportuno ribadire concetti chiaramente espressi sui quali mi trovo d’accordo. L’osservazione, l’ascolto attento delle varie voci, mi ha suggerito una serie di riflessioni che vorrei proporvi, sperando di non andare fuori tema e, soprattutto, di non provocarvi una crisi di rigetto, sempre possibile e in agguato. Queste noterelle contengono, credo, anche una serie di risposte alle domande poste da Martino Baldi, non solo a me.


Vorrei partire da una molto pertinente osservazione di Stefano Guglielmin in un suo commento. La estrapolo così, indipendentemente dal significato che aveva in quel contesto: “i poeti vivono le critiche come un attacco personale”. Come lettore e amante della poesia, cerco di tenermi aggiornato, sono abbonato a due riviste di valore (per me) e, soprattutto, quando ho un po’ di tempo a disposizione, navigo in rete alla ricerca di novità in questo campo, per cercare, magari, nuovi orizzonti esplorativi alla mia passione. Quello che vedo – e spererei di sbagliarmi, ma purtroppo dev’essere, è, proprio così – è un pullulare senza precedenti di iniziative, con alcune (poche) isole di intelligenza, cultura e sensibilità perse in un mare di banalità, di arroganza (sic!), di terrificanti luoghi comuni, anche critici: poeti e critici di ogni età (in particolare giovani e giovanissimi: mi dispiace davvero dirlo) si propongono come i nuovi guru della letteratura, della poesia nello specifico, quella “vera”, cioè la loro, tutto il resto è passatismo, spazzatura da deridere e, possibilmente, oscurare, alla luce di questa sorta di neoilluminismo con l’acne de noantri. E tutto questo a partire da cosa, da quali presupposti teorici, etici, estetici? In molti casi da quattro letture in croce masticate male al liceo e digerite peggio all’università, da una presunzione, con sommo sprezzo del ridicolo, pari soltanto alla sciatteria stilistica e contenutistica dei testi che presentano, e che spesso affidano ad antologie di cui si farebbe volentieri a meno. Perché dico questo? Semplice: perchè non sono parte in causa, nel senso che non scrivo, pur essendo il destinatario, in quanto lettore, dell’oggetto libro che, senza la mediazione della mia lettura, affonderebbe nella nebbia delle buone, o cattive intenzioni; e perché, in particolare, mi piacerebbe che questo posto, cioè Liberinversi, mantenesse la sua unicità di “comunità dialogante”, il suo substrato dialettico di matrice etica, la sua distanza, spero sempre più marcata, dal vaniloquio di cui sopra. Si discute molto, e lo fate a buon proposito anche voi, di cosa sia la critica, del suo valore oggi. Io non so cosa sia, e forse non mi interessa nemmeno saperlo: ma so (pasolinianamente, ne ho le prove) quello che non dovrebbe mai essere. Se fossi un poeta, desidererei sempre avere dei lettori/critici come Massimo, Stefano, Fabrizio, Voc, AlainB, Antonella, Matteo, Gianfranco…etc. (chiedo scusa, ma i non citati sono da me comunque inclusi per statuto); sarei capace di andarli a cercare direttamente, per saperne qualcosa di più su quello che scrivo (e su di me, non solo in quanto poeta), perché in loro avverto quella capacità, quello sguardo moralmente orientato che mi porta, automaticamente, ad evitare, in questo campo, l’abbraccio (a volte solo di circostanza) degli amici e dei sodali più o meno interessati che mi dicono: bravo, sei il migliore. La poesia, quando è vera, quando è espressione di studio, di sacrificio, di sangue, (un concetto più volte ripetuto da Baldi e da tanti altri poeti che su queste pagine si sono succeduti) rifugge festival e classifiche, è un “dono” che si offre e richiede la stretta (non solo simbolica) di una mano autentica, che restituisca, arricchendola, la gratuità del gesto che porge. E mi piacerebbe dialogare con loro, perché in tutto ciò che dicono io avverto il rispetto totale per l’oggetto che ho costruito, cioè il rispetto totale per la mia spiritualità, per il mio essere che in quell’ “oggetto” di manifesta, chiede l’incontro con l’altro, senza il quale non potrebbe esistere come dono, sarebbe vano esercizio retorico, destinato a consumarsi del suo stesso nulla.

In che modo si lega questa riflessione a quello che stiamo discutendo, al dialogo, che vedo molto costruttivo, tra noi e la poesia di Baldi?
Ve lo farò sapere stasera, spero, da casa, quando avrò ricostruito il resto della mia meditazione (?) notturna. Adesso il mio problema è quello di evitare di ritrovarmi a spasso lunedì mattina. : -)
A presto.
Antonio Desantis
utente anonimo

#57   21 Gennaio 2006 - 15:35
 
Ok, Antonio. Ci sei riuscito: sempre salvare prima di postare, primo comandamento di splinder.
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#58   21 Gennaio 2006 - 15:43
 
Non ho letto ancora tutti gli interventi. Concordo con Alain. Apocalisse estiva, per sua natura, è più riuscita perché meno dichiarativa e più allusiva. In questo anche più lirica. Ma d'altronde Il giorno che uccisi mio padre ripropone un punto fondamentale: quanto può essere sottile il confine tra poesia (scrittura in versi) e prosa? La narrazione in versi che prova a fare Martino sfida questo punto, entra in questo dialogo. Personalmente preferisco una maggiore liricità (passatemi il termine), una limatura degli aspetti dichiarativi e 'saggistici'. Questo richiede anche una forte fiducia nei propri mezzi, perché ogni volta che ometto passaggi logico narrativi faccio un salto nel buoi, rischio l'oscurità, la gratuità, persino il 'ridicolo'. Insomma il fallimento.
Martino dice di fare volontariamente (seppure non come una serie di esercizi di stile) appello alle diverse opziponi possibili. Ovviamente, come capita a tutti nel libro d'esordio, può centrare più o meno bene l'obiettivo.
Il libro a me, comunque, piace molto. La prima poesia di 32 lattine (qui non mi pare riportata) è molto bella, contiene versi memorabili sulla solitudine vuota di senso che accompagna molte esistenze.
Gabriel
P.S. ho scritto di fretta in un internet point, perdonate gli errori.
utente anonimo

#59   21 Gennaio 2006 - 15:51
 
E dopo questa mia norma di saggezza (al #57), Antonio, lasciami dire che sono, sì, contento per quanto ho letto sopra e da te scritto. Essere una "comunità dialogante" è semplice e complesso allo stesso tempo. Avere un "substrato dialettico di matrice etica" distante dal vaniloquio che citi, dipende dalla ricerca di ognuno: detto più volte, io ricerco conoscenza e confronto, relazione e nesso. Assieme alle mie (davvero) quattro letture in croce, cerco la meglio masticazione :), come posso, ma davvero è solo soddisfazione leggere persone come te, per cui la poesia è soprattutto incontro e dono, impossibile senza "studio, sacrificio e sangue". In questo incontro e in questo dono compiuto sta, per quanto mi riguarda, la passione e l'entusiasmo che sfida tempo e stanca di tutti i tempi. E lo stesso credo valga per gli altri qui.

Se volessi poi scrivermi un'email per scambiare ulteriori idee, senza nulla togliere a questo canale, sei il benvenuto. Un caro saluto,

M.
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#60   21 Gennaio 2006 - 18:07
 
Grazie anche a Gabriel che - va detto - è un amico e quindi è un interlocutore "avvantaggiato" ma non rientra nella schiera dei sodali come li ha delineati Antonio. È vero: è molto difficile trovare persone in grado di distinguere tra un giudizio onesto sul proprio lavoro e il rapporto personale. Ho perduto o allentato molti rapporti che credevo più “veri” per questo motivo. E vi assicuro che fa parecchio male. Per quanto mi riguarda, sono convinto che procedere serenamente, nell'arte, significhi non aver paura a riconoscere a se stessi il valore di una critica intelligente e, soprattutto, disinteressata. Anche aspra, se centrata. A scanso di equivoci però, visto che non si tratta semplicemente di intraprendere una strada di perfezionamento tecnico, ma di congegnare opere efficaci (beh, qualcosa di meno freddo di come appare detto con queste parole!!!), è chiaro che il rapporto con chi ti è più vicino è addirittura più proficuo, se quel qualcuno è intellettualmente onesto. Dunque, aprirsi alla dialettica serve a spiegarsi agli altri e talvolta anche a se stessi, serve sicuramente ad arricchire la propria visione e il proprio linguaggio, sì, certo, ma soprattutto bisogna essere sicuri di chi si è e di cosa conta per noi stessi. E comportarsi (e scrivere) di conseguenza.

Per questi motivi, senza falsa modestia (e comunque non credo - si sarà capito - che si debba parlare di modestia o arroganza quanto di onestà intellettuale), posso comprendere ma certamente non assumere buona parte delle osservazioni, per esempio, di Gugl. Come posso comprendere ma assolutamente non fare mie le parole di Alessandro Ceni, che mi scrive, a proposito dei “Capitoli”che preferisce stilisticamente alcuni testi (pochi) «rispetto al resto, tutto annegato in sarcasmi, umorismi, commozioni, nostalgie, freddure, occhieggiamenti, malinconiche propensioni al pianto trattenuto, ecc. [...] Nella prosa ci puoi mettere di tutto e agitare bene; nella poesia no. Non perché la poesia sia cosa “pura”, macché, ma perché è cosa “vera”. Diretta. Esplicita».
Per quanto ritenga Ceni uno dei migliori poeti in circolazione, se non il migliore, l'abisso che mi separa da una visione del genere è talmente grande da rendere poco proficua, per me, una critica del genere. E, a costituire l'abisso, come – credo – anche nel caso di Gugl, è la concezione dello sguardo. Per me la poesia è pur sempre rappresentazione. E quindi per essere “vera” deve comprendere o sottintendere la presenza del rappresentante, dello sguardo(/i), della direzione (/i). Perché, per me, l'unica cosa che nella rappresentazione, come nei giudizi non provabili, ha uno statuto di verità è il rapporto tra soggetto e oggetto.

Ad esempio, a mio parere, la poesia di Gugl, col suo tema della spoliazione dell'io, è assai più ingenua di quanto lui e Ceni rimproverino di essere ingenua la mia. Perché la loro ingenuità è addirittura nel fondamento della loro maturità; è radicale. Ma anche questa è elemento in gioco e non discrimine di giudizio, tanto che il valore maggiore della poesia di Ceni e di Gugl, secondo me, sta proprio nella densità potentissima con cui esprimono il loro sguardo, quindi la loro soggettività, ma certo non la realtà (ci mancherebbe!). Alla fine quindi come si può dire che la poesia di Gugl riesca nel suo intento, se stilisticamente fa proprio il contrario di quanto si ripromette? La poesia se è vera, lo è perché mette in scena con verità proprio il rapporto tra un Io e il mondo, ma mai la verità del mondo. Ci mancherebbe! Ed è sempre narrativa e teatrale proprio per questo motivo. In quell'assenza di io, altro addirittura non c'è che una scena in cui compare solo un persoanggio: “io”.

Ribaltando la questione, è molto più ingenuo il mio tentativo di affrancarmi da un'idea di stile come identità andando in cerca delle diverse verità in ogni dove e in ogni forma o quella di chi con inesausta fedeltà alla propria ricerca e alle proprie categorie (e a uno stile), ambisce a una rappresentazione “vera”, proprio tirandosi fuori dalla sua rappresentazione come parte in causa?

Per concludere, e sintetizzare, alla teoria per cui certe cose si fanno in prosa ma non in poesia o viceversa oppongo una visione di pari dignità delle arti di fronte al reale. Tutte le arti si abbeverano per me allo stesso serbatoio, ovvero la rappresentazione del mondo che gli soggiace, che è il “proprio” dell'artista: quell'informe a cui ognuno, e ognuno con i propri mezzi (che sceglie liberamente), cerca di dar corpo per comunicarla agli altri. Poi, se uno è bravo o capace o dotato o predestinato o quant'altro, quella rappresentazione funziona, tocca, commuove, apre orizzonti di conoscenza e quant'altro ci si aspetta (o non ci si aspetta ma succede) che un'opera d'arte faccia.

P.S. Così, non potrete dire che non mi sono impegnato!!!
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#61   21 Gennaio 2006 - 18:10
 
Scusate gli errori e alcune ripetizioni. Mi è partito il tasto del "Pubblica" prima che potessi rivedere il testo.

Saluti a tutti.

Martino
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#62   21 Gennaio 2006 - 18:11
 
vorrei ringraziarti antonio per questo tuo lungo e interessante post e per avermi citata, immeritatamente, assieme a nomi come Massimo, Fabrizio, Voc, Gianfranco e tutti gli altri, grazie; ma qui lo sanno tutti che sono l’asina ignorante, tu però no, e così te lo dico io. sono l'asina ignorante. per il resto concordo con te in tutto. non c’è niente di più deludente e inappagante e sconfortante, per chi, come me, tenta di scrivere qualche verso decente e cerca disperatamente qualcuno che ti dica in faccia questi versi fanno pena o che ti incoraggi in modo costruttivo e ti consigli, che ti capisca, che ti legga insomma, che legga i tuoi versi come devono essere letti, per quello che sono realmente, e invece in rete per carineria, ipocrisia, vigliaccheria, o chissà per quale altro motivo spesso ti dicono brava bene bis e tu sai che non è così e allora ti senti una scema, ma che volevo dire? ah, sì, grazie.
ps. ma io sono stata fortunata perché in rete ho incontrato Massimo, Fabrizio… che sono una ricchezza per me…. wow!
antonella
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#63   21 Gennaio 2006 - 19:06
 
Al #62: Asina ignorante non ti calza, Antonella. Per niente, dammi retta :)
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#64   21 Gennaio 2006 - 19:42
 
Cerco di riannodare i fili del discorso e di arrivare a una (mia) possibile conclusione. Aperta. E’ chiaro, ma è sempre bene ribadirlo, che parlo a titolo strettamente personale e che qualunque mia affermazione non ha, e non vuole avere, nessun valore di assolutezza, vuole problematizzare, non de-finire: così impostata, essa vale esattamente quanto un’eventuale proposizione di segno opposto e chiede, solo e unicamente, di essere integrata, ampliata, magari virata anche su altri sfumature di colore, proprio come un qualunque “giudizio” degno di questo nome si aspetta: ma sempre nel rispetto della buona fede di chi scrive, al modo in cui io rispetto la buona fede e l’onestà intellettuale di chi viene a propormi uno sguardo, una lettura diversa. Se la critica si riducesse a un mareggiare tra queste due rive, forse il problema sarebbe risolto alla radice, con l’unica conseguenza di una ricaduta positiva sul processo di maturazione di tante voci poetiche, di (potenziale) notevole rilievo, costrette spesso tra estremi che non sempre si conciliano, almeno a guardare il panorama attuale a cui prima facevo riferimento: la febbre solitaria, claustrale della ricerca, anche di anni e anni; e l’ansia di visibilità a tutti i costi, anche a quello di perdere l’unicità della propria dimensione, cioè della propria voce.

Quando l’altra mattina ho letto l’intervento notturno di Martino Baldi, sono rimasto sconvolto: ma solo per un istante: il tempo di prendere coscienza, di far riaffiorare ciò che nel mio mondo di lettore è verità da sempre. Io avevo cominciato a scrivere il mio commento verso le ore 23.00; se non avessi perso molto tempo ad eliminare dal testo alcune citazioni (da Dante e dai testi di Baldi) e a risistemare in qualche modo il tutto, avremmo pubblicato, quasi nello stesso momento, due interventi sostanzialmente convergenti su molti punti. Cos’era successo, in definitiva, ammesso che uno non voglia credere a coincidenze magico-miracolistiche? Semplice, a mio modo di vedere: c’era stata una immedesimazione totale tra me lettore e i testi che avevo in mano, che mi suggerivano sensi e direzioni, non solo di lettura, che venivano a sistemarsi nel mosaico della mia esperienza e delle mie conoscenze: si era, molto banalmente, chiuso il cerchio dello scambio simbolico, e si era chiuso unicamente perché, mettendo da parte la “mia” idea di poesia, io mi ero avvicinato a quell’oggetto, che mi si offriva nella nudità del suo essere in forme di creatura testuale, con la nudità del mio sguardo, liberato dalle incrostazioni del mio piccolo-grande sapere (della mia idea di poesia, in definitiva). E allora tutto quello che il mio sguardo vi ha colto non è frutto di capacità divinatorie, che esistono solo nella mente bacata di chi ci crede, ma era quanto il testo stesso mi dettava, mi suggeriva, perché io gli avevo dato, in cambio di ciò che mi donava, la mia disponibilità all’ascolto: ciò che gli serviva per essere esattamente quello che è e sarà sempre (almeno in quelle vesti). A Dante, ad esempio, non ho mai pensato, prima di iniziare a leggere, tantomeno poteva solleticarmi il titolo dell’opera: l’operazione dantesca che il poeta perseguiva (e badate che non ho mai fatto nessun accenno al valore delle poesie) mi si è rivelata dopo la seconda, terza lettura. Dante è il poeta della maggior rarefazione, soprattutto quando, apparentemente, accumula schegge di senso, i materiali più disparati, anche dal punto di vista linguistico, quanto a prima vista sembra refrattario al “poetico” comunemente inteso (è l’operazione, scientemente perseguita, in “Il giorno che uccisi mio padre” e in altri testi analoghi). L’accumulo, non di “senso” ma di “sensi”, avviene dove al primo sguardo brilla, invece, il breve incendio della sottrazione e la voce sembra farsi canto, lirica (come avviene in “Apocalisse estiva”, ad esempio), e, secondo me, non lo è, perché è solo lo stampo rovesciato della stessa immagine precedente.Non lo è perché, stando a quello che io colgo in tutti i versi che ho letto, in “questo momento” (o in quello in cui scriveva questi versi) della sua ricerca, la “lirica” è una “pensione minima”, “un crudele risparmio del domani”. Quello che gli importa, nel qui e ora dei Capitoli della Commedia, è la “ricerca” del padre (sì, avete letto bene: ricerca), cioè “riempire anche quel vuoto // quel buco nel palmo del passato // non solo di parole, dargli un senso”. Ma Dante, prima ancora, era già lì, nella struggente accorata eco, quasi un sibilo inudibile senza amore, dell’unico grande poeta “dantesco” del Novecento europeo: Paul Celan.
“Strappa alla parola quanto c’è d’umano.
Fanne pane. Di quanto ne rimane,
di quanto tace,
sangue”.

Bellissimo. Devastante. Grandissima poesia.

Antonio Desantis
utente anonimo

#65   21 Gennaio 2006 - 19:58
 
Quando ho iniziato a scrivere, avevo presenti i commenti fermi al # 59. Inizio a leggere solo ora gli altri. Vi prego soltanto, cortesemente, sempre ammesso che non abbiate voglia di mandarmi a c...re, di leggere, quando ne avrete tempo, il mio intervento in modo unitario, come una riflessione unica e non distinta in due segmenti. Vi ringrazio. A risentirci presto.
Con affetto.
Antonio Desantis

p.s.

Martino, appena capisco come fare (l'indirizzo, intendo) provvederò. E' chiaro e lampante che al libro ci tengo. Così risparmio un po' di soldi. Visti i tempi, non si sa mai. :-)
utente anonimo

#66   21 Gennaio 2006 - 20:01
 
Lasciatemi dire, riprendendo al #60 la "chiusa" di Martino, che vi siete impegnati tutti e che questo dibattito sarà sulla sessantina di commenti, ma la densità, la lunghezza e il dettaglio di questi, fa di questo incontro una delle occasioni megli sfruttate per discutere e comprendere la poesia.

Rimanendo allo stesso commento, Martino, concordo con te sul fatto che tutte le arti si abbeverino allo stesso serbatoio e che al riferimento di Ceni, sulla poesia che è "vera" occorrerebbe opporre un altrettanto denso e approfondito dibattito per capire cosa realmente intendesse (spero non che la poesia è vera perché lirica e quindi espressione di una realtà che non contenga "finzione", ma posso aver completamente travisato).

Lasciamo poi, Martino, ringraziarti per questo tuo impegno nello "spogliarti di quanto si ha addosso" e per l'aver spiegato così bene gli assunti e i punti della tua poesia.
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#67   21 Gennaio 2006 - 20:24
 
Se il dibattito continua (mi attendo almeno una stoccata di risposta dal buon vecchio Gugl!), qualche altra cosa da dire ce l'avrei, visto che - grazie a questo clima di serena discussione e a un sabato di raccoglimento - ho avuto l'occasione di riordinare un po' di pensieri.

Antonio, la mia mail è marziller@excite.it. Puoi farmi avere lì il tuo indirizzo e appena torno in possesso di qualche copia disponibile, te ne spedisco una molto volentieri.

Buona serata a tutti.

M.
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#68   21 Gennaio 2006 - 20:35
 
Il dibattito continua, c'è spazio insomma, virtualmente all'infinito su questo post. Avviso però che, ahimé, questa volta, come da piano anche concordato con l'autore, domani verso metà giornata, se nulla osta, proseguiremo con alcune poesie inedite di Luigi di Ruscio. Buona serata anche da parte mia.
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#69   22 Gennaio 2006 - 02:05
 
Come già ti chiesi di attendere per il mio inserimento che si fosse esaurito il precedente dibattito, sarei dell'idea di mettere fine a questo con l'inserimento del nuovo autore. Mi sembra già impegnativo concentrarsi su un solo autore e trovo giusto che ognuno abbia l'attenzione incondizionata di chi desidera partecipare ai lavori del sito. Quindi, se non ci saranno novità a cui rispondere da qui al nuovo inserimento, vorrei semplice ringraziare tutti quelli che sono intervenuti per la serietà e la serenità con cui è stato possibile impostare e continuare la discussione. In particolare desidero ringraziare Massimo (eccellente padrone di casa), Gugl, Alain, Gianfranco e Antonio. Non potrò garantire nei prossimi dibattiti la mia presenza ma farò il possibile per partecipare almeno a quelli in cui penso che la mia opinione possa arricchire la discussione compatibilmente con i miei impegni ordinari, a cui purtroppo non potrò sottrarre il tempo e l'attenzione di questi 4-5 giorni.

Buonanotte.

Martino
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#70   22 Gennaio 2006 - 02:24
 
Buonanotte Martino, dopo aver letto tutto quanto scritto qui sopra ti rinnovo il mio consenso per "Come Sereni" e per le quattro parti de "La casa gialla" che - usando le tue parole - per me sono "una rappresentazione che funziona". Ciao.
Nicola
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#71   22 Gennaio 2006 - 10:34
 
Buongiorno. Stamattina, tra le coperta, rimuginavo quanto scritto da tutti in questa discussione e mi sembrava che ci fosse almeno bisogno da parte mia di chiudere il cerchio perché l'intera discussione, essendo stata centrata sui temi della rappresentazione invece che su quelli più strettamente della poesia, non sembrasse pretestuale o di lana caprina.

Il fatto è dunque che si tratta di definire quale sia il territorio dell'arte e quale sia il suo compito. Io credo che lo spazio dell'arte si distenda proprio lì dove c'è da riempire di senso condivisibile l'abisso tra l'oggettività e la soggettività. Mi sentirei quindi di tradire il mio compito di artista se attraverso l'arte compissi delle scelte soggettivamente arbitrarie come quelle di "definire" cosa sia il vero. Trovo invece che il mio compito sia quello di ampliare al massimo la portata della rappresentazione; tenerci dentro il maggior numero di elementi. Quello aperto tra soggettivo e oggettivo è lo spazio in cui, secondo me, correttamente si pensa non cercando una conoscenza-definizione ma una interpretazione-orientamento. Per questo ritengo che una visione (anche stilisticamente) normativa dell'arte corrisponda di fondo il massimo grado di totalitarismo del pensiero, ovvero all'ideologia, perché è il tentativo di imporre arbitrariamente una definizione di ciò che è per definizione indefinibile.

Tutto ciò non significa che si debba arrenderci al relativismo o che - tornando appunto a quanto detto all'inizio - che non si debba avere uno stile, ma di sicuro che le parole d'ordine, qualunque esse siano, nell'arte sono bandite e che quindi siano irricevibili i giudizi di impoetico o le sottrazioni arbitrarie di libertà.

A questa capacità di educare alla pluralità delle rappresentazioni (e c'è anche una plurarità anche per profondità di investigazione, eh), alla reticolarità della conoscenza, alla sistematicità della visione, ecc. l'arte, soprattutto in un momento di così terribile sbandamento morale, non dovrebbe abdicare rifuggendo in tentazioni totalitarie o relativistiche di nessun tipo. Anzi è suo compito, secondo me, fare tutto il contrario: additare la possibilità della libertà entro una visione sistemica non relativistica e non oggettiva. Questo è quanto.

Forse sono riuscito a chiudere il (mio) cerchio? Vado in piscina per la "prova del nove".

Buona giornata a tutti.

Martino
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Marziller

#72   22 Gennaio 2006 - 11:17
 
Caro Martino, buongiorno anche a te. Nel tuo intervento al #71 spieghi bene e chiudi senza dubbio un cerchio di riflessione e approfondimento. La programmazione di LiberInVersi, peraltro da me voluta e, credo in parte, da rivedere e rendere più flessibile, non permette, tiranna, di discutere su argomenti che tocchi questa mattina e che necessiterebbero di giornate intere: il compito dell'arte e il suo territorio e, lo spazio oggettivo e soggettivo in rapporto a questo compito/territorio. Quest'ultimo punto, poi, tocca un'area di mio profondo interesse, per come, anche alla luce delle recenti ricerche delle scienze cognitive e della filosofia del novecento, si sovrapponga al nostro modo di essere, scrivere e "interpretare" l'arte e la poesia in questo inizio di secolo/millennio. Mi auguro che si riesca, come in parte già fatto, ritornare a discutere di tutto questo passando per altri autori e altri confronti, senza mai dimenticare le "boe" che abbiamo insieme calato insieme per il ritorno e il recupero. Mi auguro comunque di leggerti ancora su queste pagine, come ti ho già scritto. Un caro saluto,

M.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#73   22 Gennaio 2006 - 16:54
 
caro Martino, hai colto bene parlando di ingenuità quale forma dello sguardo, nei miei testi del "beato confine". Ed è vero che le poesie presenti fanno resistenza, anzi l'io stesso "proprio mio" resiste alla volontà dell'autore di farne "cosa dai quattro cantoni". In questo si gioca la non proprietà dell'autore sull'opera e quel di-più che l'opera sempre è rispetto a chi la fa.

ciao
gugl
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