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domenica, 30 aprile 2006

CHIARA DE LUCA
Il mondo capovolto
 
 
Dall’antologia La coda della galassia, Fara 2005
 
 
LUCE
 
 
Pare ci sia in giro Dio, stamane
entra senza chiedere permesso
né bussare in ciò che resta
 
del mio monolocale, e chi
se lo aspettava, mi dico,
proprio adesso - - -
 
È una luce troppo chiara e amara
 
irreale limpida e sfuggita
tra nubi come macchie
sul cielo che è uno straccio
allo stremo teso sulle case
 
 
È a suo agio, comincia a camminare
a luminosi passi silenziosi
sopra il pavimento a scivolare
tra scarpe, libri, fogli, fotocopie, un mucchio
 
sparso di CD per terra e poi si siede
sulla sedia e mi vergogno
degli abiti che fanno una catasta colorata
cresciuta a dismisura in questi giorni
 
Troppo in fretta, caro Dio, è arrivato
il fine settimana, perché non hai avvertito
non mi hai dato tempo per tornare
 
alla civiltà (se esiste), e liberare
 il lavabo dai piatti da lavare
rintracciarti una tazzina e strofinare
 
per offrirti un bel caffè tra i fiori
freschi e non questi cadaveri
di plastica col capo reclinato
 
 
sopra libri ancora, e sigarette,
monetine, gadget, dizionari,
cartelline, lettere d’offese
di stima, e di bugie, poesie
 
un rimborso FS di due euro da riavere
 il certificato elettorale
la lista delle cose da non fare
 (fumare, cercarlo, mangiar male)
 
che appena lasciano filtrare
il marmo (di plastica) del tavolo
 
Grazie, Dio, per essere venuto
dove ormai non entra (per fortuna)
più nessuno, tendimi una mano,
che mi alzi e in tutta fretta vinca
 
questa mia stanchezza invalidante
la mestizia soffocante che mi toglie
il fiato per tornare ad essere all’incirca
quella che sembravo prima d’incontrarlo
 
Mi dici di salvare le mie piante (si sporgono
 ti cercano), che io lascio seccare
guardandole morire per potere
uccidere qualcuno anch’io, a mia volta.
 
Dio, accomodati pure, non ti formalizzare
non mi rimproverare se mi lascio
un poco andare e mi circondo
 
del disordine in cui hanno messo
il mondo, lo so che hai altro da fare
 ma liberaci, se ti capita, dal male
 
fatto da quelli che usano il tuo nome
e non sanno cos’è la compassione
dalle umiliazioni che c’inducono a ingoiare
 
i pavidi, i pazzi, i polli, i potentelli
gli pseudocredenti e tutti quelli
che non trovano altro modo
per potersi realizzare
 
Ma piano, mio Dio, così mi accechi
non ero preparata a tutta questa vita
a una primavera arrivata nonostante
 
e al tremito di luce sulle mani stanche.
 
 
PIOGGIA
 
Non lava via la pioggia niente
ma ticchetta e tiene compagnia
nel divario aperto con il senso
in questo giorno denso di nondetti
 
 ti seguo per inerzia sulla strada
solo per uscire dalla melma che ho
alle spalle, ti chiederei, se posso,
di sederti un attimo con calma
 
guardarmi negli occhi e di spiegarmi
 
che hai deciso, hai qualche piano in mente
o altro non fai che seguire un nuovo niente
come fai a essere sicura di dovere
fare a tutti i costi la dura per piacere
 
spiegami che ti suggerisce
che sia la strada giusta da seguire
vorrei tu ci pensassi, amica
 
e calcassi un attimo sul freno
perdessi un treno, ti sedessi
qui sul pavimento, dove corri, vita
 
non ti sei accorta che mi hai seminata?
 
 
NEVE
 
Coperti di neve i tetti sfociano nel bianco
 
quasi diresti che si fondano in foschia
nel cielo scia immobile
di latte
 
Ma manca un orizzonte per segnare
il confine tra la terra
e il mio guardare
 
Nel cortile silenzioso le panchine fanno cerchio
 
in un’assemblea nella sua fine
addormentata prima ancora di parlare
 
 La vita qui da noi è i motorini all’alba
grandi insetti invischiati
 
da tre giorni nella neve
un uomo che scava con le mani nude
 
si arrende e si stringe
nelle spalle, se ne va
 
lo sguardo basso
sul sorriso fesso
 
il casco appeso
come un cesto al braccio
 
salirà su un autobus stipato
che arranca enorme mulo
 
paziente nel fango sulla strada.
 
*
 
Nulla nel week end di periferia
 
ti dice quando è l’ora
 
di svegliarti, alzarti dal letto,
prepararti per uscire
 
Qui il silenzio è quasi mite
 
un ampio globo a mille
uscite, perfetto,
circolare
da spezzare
 
Qui puoi mettere il cappotto
 
chiuso bene sul pigiama,
vecchie scarpe rotte,
un berretto col pompon,
 
uscendo puoi cercare
 
il primo bar aperto
alle due del pomeriggio
un caffè per cominciare
 
la scintilla breve di un incontro
 
un volto in una rara
macchina che passa sulla strada
 
fare finta
che il tempo non esista
sconvolgere gli orari e ignorare
 
l’orologio abbandonato
sulla scrivania per inventarsi
un ritmo sgangherato 
 
passo dopo passo ricreare
la settimana passata
smistandola dal male
 
Un cane alza la zampa contro il Limite
 
Invalicabile. Zona
Militare, la padrona
legge nonchalante il suo
giornale 
 
Mentre due giovani in divisa
fumano e sorridono
davanti alla caserma
 
Sembra quasi che in zona
periferica la pace oggi imponga
 
felice e beffarda un armistizio
con la guerra.
 
 
PARMA
 
e mi ritrovo a vagare
sul fiume bevendo
un brio che solo
 
l’acqua può dare
come portandosi
lontano il dolore 
 
quest’aggregazione ha qualcosa
di diverso non è
confusione
ma ripetizione e cent’anni
 
scorrono qui
nel patchwork di case
di strani colori abbracciate
a nuovi palazzi
 
e le gru animali
scarniti appesi ad un filo
nel cielo 
 
occhi lampioni
sbattono ciglia leggere
sul fiume, e luce 
come di uomini buoni 
 
se mi volto
a destra c’è un’acqua
in parallelo, uno scroscio
di ruote, fari di sguardi
 
affilati come di uomini
innamorati
respinti da una barriera
 
di fumo che sale
si sperde
lontano 
 
il corso si apre
gli alberi fanno da coro
o da coda di sentinelle 
 
divise gemelle
di fredde cortecce 
 
e una breccia si apre per me 
 
le nuvole sono una freccia
piantata nel costato del cielo
straziato al tramonto
 
o arrossito d’amore 
 
in lontananza una coppia
sembra un gigante
 
monumento alla mia sola
presenza, e all’improvviso 
 
lo sguardo del fiume in distanza
fa riaffiorare i tuoi occhi e fa
 
così male - - -
                      
 
Da “Tellusfolio”, 19/04/2006
 
                                a Federica
 
Il tuo corpo lanciato in volo inerte sull’asfalto
quella linea sottilissima di sangue sulla fronte
Stai lontana piccolina non guardare
i tuoi capelli biondi attorno al volto silenzioso
in alto il grido spaventoso di mia madre
 
subito sparita dietro te nell’ambulanza
mentre all’improvviso si serravano le porte
a sirene spiegate verso l’ospedale
stai tranquilla, non piangere, non ti preoccupare.
 
Conoscere nei mesi seguiti all’incidente
un qualcosa di più definitivo della morte
 
giocando da sola all’infinito con il niente
vivisezionando nel silenzio la paura
 
fra le mani i tuoi scritti, i tuoi pensieri, i tuoi progetti
per il nostro “Miniclub delle Giovani Marmotte”
 
la candela che danzava inesausta contro il muro
graffito nella casa dell’infanzia in via Mentessi
 
il tuo corpo negli anni che cresceva e si formava
ma cosa ti accadeva, nella mente, Fede,
 
costretta giorno e notte dentro il buio a non vedere…
 
Riesplode ancora uguale la rabbia lungo il fiume
stringi i denti frangi il fiato spezza quelle gambe non gridare
 
di quella che sarebbe potuta diventare
della scheggia divelta dall’acciaio del mio cuore
 
Dio l’ha liberata,
mi hanno detto, Fede
a ventotto anni finalmente se n’è andata.
 
*
 
dovrei credere che mi ami
 
in tutta questa quiete gonfia e immobile
di disperazione come la stagnanza
 
d’acque dove tutto muore giorno
dopo giorno dal non più cercare
 
dovrei credere che mi ami
anche nell’apnea di pianto
 
che non esce, e nonostante
non si salvino ragioni, credi,
illusioni nell’impercettibile
trascorrere leggero di stagioni
 
dovrei credere che mi ami
da questa mia costante
assenza ormai di fede
e questo corpo che non riesce
a risollevarsi, dovrei credere
 
che mi ami nel guardare
questa luce, il suo spaccare
i vetri per colpire gli occhi ormai
da mesi abituati alla penombra
insonne nel bruciare
d’incensi e di candele
 
dovrei credere che mi ami
nonostante non ti veda più
nei volti che svaniscono
di amici che non riescono
ad essere in silenzio
presenti al mio morire
 
dovrei credere che mi ami
in questo mio vagare senza più domani
in questi giorni uguali e notti
e giorni ancora senza
scopo e successione
 
dovrei credere che mi ami
in questo tuo silenzio primordiale
in quest’alto grido d’animale
che rimane dentro e che discarna
prima che si formino a milioni
le parole
 
dovrei credere che mi ami
anche se di quegli abbracci
distillati e di quei baci
concentrati nei minuti
 
di un avaro amore in cui cercavo
il bene non rimane
che polvere di tomba
da non scoperchiare
 
dovrei credere che mi ami
anche se da tutto il mio cercarti non ho avuto
che un posto in prima fila fra i dannati d’ospedale
dovrei credere che mi ami
e allora aspetto, Dio,
 
una prova seppur piccola d’amore.
 
 
NONOCCASIONE
 
Senza la pretesa di scoprire un senso
a questo sabato in silenzio scivolato
via dalle braccia spalancate dell’estate
 
ho incontrato casualmente una quasiquiete
tra quattro pareti, un addio annunciato
sperando che stavolta venga mantenuto
 
un morire nuovo che sembra già archiviato - - -
 
Ho pensato che se fosse stato inverno
sarebbe stato meglio e con il freddo
il contrasto sarebbe esploso dall’esterno
 
mi sono riscoperta al di fuori d’ogni tempo
con le gambe incrociate, sopra il pavimento
 
perché essere serena non è in fondo che la fine
a lungo attesa del rischio d’impazzire
 
la pace dell’aver esaurito le parole
demandando ad altri il trovarne nuove
 
spargendo i CD e facendoli girare
uno dopo l’altro per cercare
la musica migliore per la nonoccasione
 
aprendo libri a caso per ben nonsapere
cosa avrei bisogno di cercare
 
mi sono ritrovata nel mio mondo di bambina
pieno fino all'orlo del nientedispeciale
 
che amo fare, con stupore
ho avuto l’impressione
 
di trovarlo intatto
al di fuori d’ogni dove
 
 
da “Poesia”, Nr. 175, Luglio/agosto 2005
 
 
                                                       a mia madre
 
Dammi l’amore dovuto a un bambino
per il solo miracolo del suo respiro
lascia che ti appoggi il capo sul ventre
e ti guardi dal basso
il collo sottile
il viso di tutte le sere
che poche sere rivedo
 
passa le mani tra i miei capelli
massaggiami il capo
con il soffio gentile
dei polpastrelli
 
dammi l’amore dovuto a una bambino
perché possa vedere di nuovo
   la luce.
 
 
dalla raccolta inedita “senza”
 
 
TEMPO DI STAZIONE
 
Qualsiasi tempo può passare
se impari a far passare
il tempo di stazione.
 
Ho imparato la rassegnazione
quando il cellulare suona a ripetizione
 
se qualcuno ti aspetta già da un’ora
a 100 e più chilometri di strada.
 
Ho imparato a sedare
l’ansia con l’osservazione
 
delle facce che sfilano
ostinata processione
 
a provare di capire dove stanno andando
se stanno partendo, o come me
fuggendo.
 
Ho imparato a camminare molleggiando
a dosare il passo,
con misura, risparmiando,
 
ho imparato ad arrampicarmi sui muretti
facendo forza con il palmo della mano
per spiare di là dal mio binario.
 
Ho affinato la lettura del labiale
mentre ascolto musica e il mondo
si muove al ritmo che gli ho scelto.
 
Ho imparato che la sigaretta
che mi sto fumando, è sempre
”l’ultima, mi spiace”
 
che “mi hanno rubato il portafogli”
 ogni volta che “dammi una mano
mi mancano due euro per il treno”.
 
Ho imparato a ricacciare in gola
ovunque mi trovi la tua assenza
 
a far finta che posso fare senza
qualcuno che si accorga se ritorno a sera,
 
ho imparato tutti gli angoli del sottopassaggio
la macchima per foto
che le sforna meno brutte.
 
Ho imparato ad allontanarmi dalle lotte
consumate in fila alla biglietteria
a non stare ad ascoltare le esplosioni di follia
 
a lasciar passare quello “scusi ho fretta”
ad abbozzare con chi vuole litigare.
 
Ho imparato a bilanciare lo zaino sulla schiena
perché poggi sulle reni e non tiri sulle spalle,
 
ho imparato a sorridere a chi mi risorride
ad ascoltare chi piange sulle scale,
 
ho imparato a chiudermi a ogni forma di domanda
a fingermi straniera o “non sono di Bologna”.
 
Ho imparato che se perdi
un treno ce n’è un altro
che per farlo arrivare non serve disperare
 
e che tutti alla fine ti dovranno perdonare
 
 
*
 
C’è qualcosa chiuso dentro
nel silenzio c’è qualcosa
coda di lucertola,
l’amore,
mostro in mille occhi che intercetta
ogni strada imboccata
dal pensiero per sottrarsi
asfissia il ricordo nel caldo coltivato
al vuoto ermetico intentato
echi imprendibili
di cupe intemperanze
le parole tante
che in gola hanno strozzato
le domande urgenti
che ci hanno allontanato
violare nel buio
gli sguardi del silenzio
schiacciare sotto il piede
i movimenti dell’amore
 
imboccare il sentiero
intentato il pianto
ma il sangue, bloccato,
quel giorno, è di cemento.
 
 
dal poemetto inedito Il mondo capovolto
 
*
 
Sotto la sottile pioggia senza suono
oggi lungo Via del Carrozzaio
non ci sono fuori neanche i capannelli
di stranieri usciti dalle imprese
a chiacchierare in cerchio in pausa pranzo
 
Mentre procediamo a stento
cozzano gli ombrelli alla rinfusa
s’incrociano le grida e c’inzuppiamo
 
ho Chicco stretto a fianco
e Titti appeso al braccio,
che sotto il cappelletto
rosso piange piano
se le auto non ci lasciano passare
 
e penso che sarebbe stato bene
prendere negli occhi ieri un po’ di sole
 
ma lascio che s’imbevano le pieghe
dei jeans nelle pozzanghere
 
mi vedo nello specchio
di un camion parcheggiato e rido
dei capelli che mi scendono sul viso perché so
 
che ho i vostri passi strambi e dolci alle calcagna
e sempre qualche mano che mi stringe forte e che non molla.
 
 
*
 
Mentre alla TV il cardinal Tonini illustra
l’utilità indiscussa delle figurine dei santini
hai chiuso gli occhi sul tuo volto
così magro e buono da stordire
 
poi mentre al pianoforte la cantante
grida una canzone che risveglia
un vago tuo ricordo risparmiato
tu che lasci scivolare sempre poche
tra le labbra semichiuse le parole
 
”Non ne posso più” e poi spalanchi
gli occhi “perché sempre a sedere
non ne posso più, sempre a sedere”
 
e non mi salverà stavolta
sorriderti o riaprirti
la mano chiusa a pugno
 
che ci sembra sempre basti poco all’occorrenza
per rimediarvi in fretta un qualche senso
 
anche quando già da tante ore sono
naufragate tutte le mie inutili e bellissime parole.
 
 
Chiara De Luca si è laureata presso l'Università di Lingue e letterature straniere di Pisa, ha frequentato la Scuola europea di traduzione di Magda Olivetti a Firenze, il Master in traduzione letteraria per l'editoria dell'Università di Bologna, e un dottorato in Letterature europee. Ha collaborato come insegnante con diverse scuole di lingue e di italiano a stranieri, e come traduttrice con diversi festival internazionali di poesia. Ha tradotto per gedit La vita promessa di Guy Goffette e Tra le mani il divino di John Deane, e poesie di Douglas Dunn per "Nabanassar" e "La Clessidra". Sue poesie sono state pubblicare su "Sinestesie", "Poesia", "Faranews", "Tellusserra". E' inclusa nell'antologia La coda della galassia (Fara, 2005). Ha pubblicato i romanzi La collezionista, ovvero la sindrome di Babbo Natale (Fara, 2005) e La Mina (stra)vagante (Fara, 2006). Collabora con “Poesia”, "Sinopia" e “Nabanassar”. Ha realizzato e gestisce il sito http://www.chiaradeluca.com, che ospita diversi artisti italiani e stranieri, e il blog http://chiaradeluca.leonardo.it/blog. Al momento lavora come operatrice per Anffas onlus di Bologna e come jolly teacher di inglese, francese e tedesco per l'Istituto Vico di Bologna. A maggio non si sa. Nella sostanza, corre dieci chilometri al giorno ed è soltanto ciò che scrive e che ama.

Postato da: Massimo73 a 20:11 | link | commenti (180) |
chiara de luca


Commenti
#1    30 Aprile 2006 - 20:17
 
Chiara De Luca ha gentilmente risposto al mio invito, mandandomi una selezione di testi ch equi inserisco. Per effettuare un’ulteriore selezione e portare il tutto a dimensioni di inserimento, è stata una bella lotta con me stesso. Vi giro l’invito a leggere le poesie di Chiara e di dire la vostra, come al solito. Buona poesia.

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#2    30 Aprile 2006 - 21:56
 
caro Massimo,
ti ringrazio tantissimo della gentilezza che ti contraddistingue, dell'ospitalità e anche della cura nella selezione, che ti ho un po' vigliaccamente affidato :-)
a chi passa di qua... spero che mi aiuterete a riflettere su questi testi e a capirli ;-)

chiara

utente anonimo

#3    01 Maggio 2006 - 01:01
 
straordinaria Chiara, lucida, affilata, penetrante.

qui:
http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D66&cmd=v&id=941

c'è un'altra selezione di testi di Chiara che ho avuto modo di leggere e commentare (senza nulla togliere all'ottima scelta di Massimo) e dove avevo (ho) espresso un mio personale apprezzamento per la poetica di Chiara, pacata e attenta.

fabiano
utente anonimo

#4    01 Maggio 2006 - 09:51
 
Mi piace il versificare di Chiara, così intimo, quotidiano ma con delle belle staffilate!Mi erano piaciute le poesie della 'Coda della galassia'. Devo però confessare che di Chiara ho apprezzato assai 'La collezzionista': secono il mio modesto parere in prosa è ancora più diretta ed efficace! Buon lavoro e spero presto di leggere tue nuove poesie...;-)
Un caro saluto
Liuk
utente anonimo

#5    01 Maggio 2006 - 11:31
 
grazie mille a Fabiano! per quello che dici qui e per ciò che hai scritto in "Tellusfolio", uno sguardo profondo e oggettivo, che si spinge con pazienza oltre le apparenze, come lo è il tuo sguardo in poesia

e grazie a Luca dell'entusiasmo di sempre. non so, prosa e poesia rispondono in me a due esigenze diverse e complementari. sono incaricate di dire cose diverse. in prosa c'è più ironia e a volte anche cinismo, ma anche più nascondimento...

grazie a tutti!
chiara
utente anonimo

#6    01 Maggio 2006 - 11:40
 
Grazie a te Chiara, è raro trovare una poesia piena eppure lieve.
fabiano
utente anonimo

#7    01 Maggio 2006 - 11:55
 
Ecco, intanto saluto Chiara (anche su queste pagine oltre che per posta), Fabiano e Luca.

Quello su cui concordo è quanto dice Fabiano. Poesia lucida e affilata. E' il lucido poi che mi colpisce nelle forme e nei modi che Chiara propone. Intanto non è estranea alla forma poemetto e quanto si sviluppa dai testi è a mio modo di vedere una certa sensibilità narrativa. Non ho mai letto sue opere in prosa, di cui rilevo la buona impressione che Luca ne ha avuto, ma scorgo in questi lavori l'occhio attento dello scrittore che cerca il particolare, il dettaglio, la cosa che tutti guardano ma che solo il poeta vede ed intercetta con uno sguardo diverso da tutti gli altri. La poesia non va in cerca di stile e di funzione del linguaggio, o per lo meno raggiunge questo risultato per una via minima, lungo una linea di "quel tanto che basta" per sospendere il lettore nello sguardo dell'io poetante. Il risultato è che si ha l'impressione di essere su una sottile e leggera superficie di definizione del reale, che a tratti si infila come un tagliente foglio nelle crepe di un rapporto con il "tu", al quale spesso viene affidata l'intermediazione con l'Altro (come in Luce). Mi viene in mente il pezzo della raccolta inedita senza: "l'amore / mostro in mille occhi che intercetta". E' forse proprio questa capacità di vedere, di acquisire, di una poesia non direi visiva, ma, meglio, visuale, inclusiva in termini quasi prismatici, alla quale si affida ad un certo punto il poco e il tanto che si ha:

mi vedo nello specchio
di un camion parcheggiato e rido
dei capelli che mi scendono sul viso perché so

che ho i vostri passi strambi e dolci alle calcagna
e sempre qualche mano che mi stringe forte e che non molla.


E' in tutto questo ravvisabile il legame forte con qualcosa che è sempre certo, ritrovabile in una mano che stringe forte e che non molla, un "essere insieme" che è dato dalle percezioni ed è esso stesso legame e relazione, storia (come è ormai evidente che mi piace dire) anche con il linguaggio, al quale si dà la libertà di esprimere in bellissime parole, inutili magari, non necessarie, eppure profonde, delicate, belle in un "naufragio" che non si legge spesso nella poesia contemporanea, eco di altri naufragi di poesia e così attualizzato, così ripreso e rivissuto.

Ecco, un po' di impressioni sulla poesia di Chiara.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#8    01 Maggio 2006 - 13:06
 
La poesia di Chiara De Luca si presenta tutta pervasa da una religiosità (etimologicamente intesa) senza dogmi e ansie metafisiche, naturale, epifania di stupori infantili che inseguono e coniugano il respiro delle cose che il corpo attraversa inoltrandosi nel loro trascorrere elementare. Tutti gli aspetti del reale quotidiano sono sacralizzati da un occhio che in essi ricerca e riscopre la sua dimora originaria, il luogo da cui il dire si genera per vocazione connaturata alla parola che crea, perché “non c’è nessun confine tra la terra / e il mio guardare”. L’apparente mancanza di registri alti del dettato è il centro gravitazionale cosciente di una poetica che cerca di modellare la voce sulle tonalità dello sguardo, uno sguardo che traduce ogni ente reale in un glifo, un universo ancora contratto, al suo primo apparire, da riguardare alla luce della metamorfosi e del naturale divenire, che è il suo stesso respiro profondo, e in esso immergersi, fino a diventare res amissa nello stesso chiarore primitivo che l’immagine proietta sul foglio.

Anche la forma prediletta del poemetto, nella sua intrinseca natura narrativa, risponde a questa esigenza, a questa ricerca di legami che il racconto lirico riannoda nel disegno unitario di un cosmo di piccole realtà, l’ordine immutabile delle cose che si parlano con la loro voce più vera. Noto anche, e questa per me è una variante fondamentale che distingue questa poesia da analoghi percorsi di ricerca – la sua cifra più originale, credo – un controllo netto della materia poematica e del dettato, non in ragione di una calligrafica pulizia del verso a tutti i costi (che potrebbe sfociare nell’esercizio manieristico, come molto spesso succede nell’attuale produzione lirica), ma nel senso di una presenza distante che il poeta si ritaglia, pur rimanendo parte integrante del paesaggio umano e naturale che canta, una sorta di terzo occhio dove cultura, sapere, ispirazione vigilano la costruzione del verso, contribuendo a creare cesure, zone d’ombra, fratture, visioni oblique a cui sembra tendere lo sguardo come alla ricerca di percorsi e di sensi futuri. Questo controllo, che si risolve in una apertura sapiente e calibrata sull’altro, è fondamentale nella poesia della De Luca, e mostra tutte le sue potenzialità nella bellissima “Monoccasione”, dove il canto non viene lasciato tracimare proprio perché emerga quella traccia allusiva che, spezzando volutamente il ritmo, incide nella carne viva di un fare poesia che è, sostanzialmente, ricerca interminata della propria voce, delle infinite possibilità che contiene.

Francesco Marotta
utente anonimo

#9    01 Maggio 2006 - 13:21
 
Francesco, sono proprio contento, questa volta, del fatto che abbiamo detto cose abbastanza simili: la narratività, la poetica dello sguardo, la leggerezza di uno stile non alto eppure netto. Sono contento :) Un caro saluto a te.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#10    01 Maggio 2006 - 13:45
 
Nel sempre troppo veloce vagare da un blog all'altro, sono riuscito, qui da Massimo, a leggere la prima poesia di Chiara e sono rimasto felicemente sorpreso da questo suo colloquiare con l'Assoluto, tentando di farlo scendere nel nostro contingente piccolo e terreno. Potrebbe essere una micro favola tesa a semplificare il complesso rapporto che ognuno ha col Dio suggestionante e "terribile". Chiara se lo fa amico e gli offre perfino un caffè -come dire: se il senso dell'Infinito non si riesce a raggiungerlo con la nostra piccola protervia della Logica, tentiamo allora di possederlo con la procedura che i bambini usano per possedere i primi rudimenti dell'alfabeto. Chiara qui ci insegna l'alfabetizzazione del rapporto spirituale -anche se non rinuncia a dirci, al termine del proprio discorso, che troppa confidenza con Dio potrebbe annientarci-.
Un abbraccio, mia cara.
Gianfranco
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#11    01 Maggio 2006 - 13:57
 
E un saluto a Gianfranco, necessario quanto la sua acuta visione, la sua lettura della poesia.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#12    01 Maggio 2006 - 14:08
 
grazie a Fabiano, Massimo e Francesco... avete detto delle cose così belle e profonde che ora mi si intrecceranno i diti sulla tastiera... quello che indago io in poesia è la realtà di tutti i giorni, quella che mi sta intorno, l'unica di cui mi sento in diritto di parlare, perché la conosco, o provo a conoscerla, a scoprirla come qualcosa che nasce ogni giorno, come ogni giorno rinasco io (molte mie poesie descrivono il risveglio, per esempio Luce, Nulla nel week end di periferia, ma anche Nonoccasione) risveglio dal buio, dal dolore, dall'incoscienza, da una delle mie tante morti, ma anche dal non vedere, dal non avere visto prima.
credo che si possa scrivere soltanto a partire dall'esperienza. la realtà è fatta di microcosmi, io mi sento di passare ogni giorno dall'uno all'altro, dal mio quartiere, al centro di Bologna, dalla periferia lontana in cui lavoro, alla scuola, al supermercato, alle stazioni... ognuno di questi microcosmi è una realtà differente, e il passaggio provoca a volte in me un senso di spaesamento e inappartenenza, ma anche di pienezza tale a volte da non poterla sopportare, da andare in cortocircuito per non poterla contenere tutta. non c'è bisogno di andar lontano per raccogliere mille storie anche incredibili, gioie, e tanto dolore. per poterlo accogliere bisognerebbe dedicarci ogni giorno tutta la giornata, senza fine... invece a volte arrivi a sera così "pieno" che non riesci nemmeno ad aiutare un amico che sta male. allora forse è superfluo e anche un po' presuntuoso cercare di dire i massimi sistemi e le grandi catastrofi di cui non si ha neanche un'idea, per quanto se ne possa anche soffrire fino a sentirsene impazzire (uno dei miei più grossi mali è nel non aver mai accettato mai l'esistenza del male e la sua gratuità).
il senso del metafisico nella mia poesia è lo stupore, l'ansia della ricerca, la curiosità che si rinnova, l'amore. con Dio ci dialogo al di fuori di ogni dogma e senza intermediari, ci litigo, mi arrabbio, perché, come diceva Tiziana Cera Rosco qualche post fa "anche Dio non dovrebbe bestemmiare" :-)
sicuramente le mie molteplici letture, lo studio delle lingue straniere, il lavoro sulla traduzione, la frequentazione di ambienti "culturali" influisce (bella l'immagine del terzo occhio, è proprio così) senza prendere il sopravvento. perché ho sempre cercato di non allontanarmi dal mondo, di non "staccare" la letteratura (e la mia scrittura) dalla vita, anche (di necessità)affiancando all'attività letteraria una miriade di lavori che con la letteratura avevano poco a che fare, e mi aiutano a tenere i piedi per terra e a stare nella realtà.
quello della mia poesia è "il mondo capovolto" che ha scelto Massimo per titolo, e che è titolo della mia nuova raccolta. è un mondo in cui ciò che conta davvero è la parola nella sua essenzialità, deprivata di orpelli, tesa a comunicare senza nascondere o abbellire, dove ciò che da la misura sono i gesti, il contatto con i compagni di viaggio, la sincerità di un abbraccio che è soltanto un abbraccio. ed è, in questa raccolta, il mondo dei ragazzi disabili con cui lavoro. capovolto, non sbagliato, perché ti ci senti al sicuro, perché ad essere capovolte sono le tristi dinamiche che spesso informano l'agire nel mondo dei "dritti"

grazie ancora
chiara
utente anonimo

#13    01 Maggio 2006 - 14:15
 
caro Gianfranco,

grazie per l'acuta lettura... sì, è un po' un tornare all'ABC nel rapporto con Dio, come i bambini, ma con un'altra consapevolezza.

un abbraccio
chiara
utente anonimo

#14    01 Maggio 2006 - 14:55
 
Chiara ha un modo di versifcare che sa farci entrare in media res con leggera e al tempo stesso con vulnerante immediatezza. Inoltre apprezzo questo modo di essere empatici senza risultare retorici né tantomeno melensi o tardivamente romantici: c'è una acutezza di visione che rende forse ragione del suo (dell'autrice) nome. La trasparenza che ci rende le cose in una verità che non possiamo non fare nostra, e qui – come dice chiara – chi scrive si lascia trapassare dagli altrui occhi, senza neanche lo schermo dell'(auto)ironia e dell'umorismo così sapientemente usati nella prosa.
Un solo esempio:

del disordine in cui hanno messo
il mondo, lo so che hai altro da fare
ma liberaci, se ti capita, dal male

fatto da quelli che usano il tuo nome
e non sanno cos’è la compassione
dalle umiliazioni che c’inducono a ingoiare

qui il rapporto è con un Dio che mi pare andare oltre le definizioni teologiche e gli inquadramenti spesso dogmatici dei sapienti, qui c'è un Dio che è molto vicino a quello rivelato da Gesù, senza orpelli, senza le proiezioni che spesso fanno di questo nome impronunciabile, la divinizzazione del nostro presuntuoso io.
Alex R
utente anonimo

#15    01 Maggio 2006 - 15:12
 
Ma come diavolo si fa a lasciare un commento dopo quel dannatissimo Francesco!? :D

Premetto che ho semplicemente gettato un "fleeting glimpse" alle poesie di Chiara De Luca e non avrei ancora (forse meglio dire "mai" al posto di "ancora") le carte in regola per dire qualcosa (il tutto si complica dopo gli interventi di Francesco... a proposito, spero che adesso il nostro amico si sia ristabilito).
Tuttavia volevo appena tentare di tramutare in segni linguistici alcune mie impressioni. Mi fanno riflettere i titoli delle liriche (o meglio dire: poemetti) estratte da La coda della galassia: Luce, Pioggia, Neve. Si riferiscono a fenomeni afferenti alla fisica e alla natura, insomma sono eventi naturali, del tutto indipendenti, nel loro accadere, dalla vita umana, che nel caso specifico si pone come spettatrice, osservatrice. Poi non continuo perché mi addentrerei malamente nei temi tanto splendidamente posti sul piatto e sviscerati da Francesco.

Salut
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#16    01 Maggio 2006 - 17:39
 
caro Voc... ehm, non per "bastonarti" di nuovo, eh... però quei testi, "Pioggia", "Nebbia", "neve" , che fanno parte della sezione "Quartiere", volevano essere proprio una metafora dell'esistenza umana. In tutti questi testi c'è il dramma del vedere/non vedere, che informa un po' tutta la mia poesia. In pioggia c'è il perdere se stessi, essere lasciati indietro dalla propria stessa vita, dal proprio stesso sé (il "tu" cui mi rivolgo è la vita stessa), l'infangarsi ("la melma che ho alle spalle", e non c'è catarsi (pioggia salvifica) che tenga. La nebbia è la vita stessa, il continuo passaggio dalla luce al buio, dalla speranza alla disperazione, la spinta verso l'assoluto, e la paura che in realtà non racchiuda che la fine, e anche nella vita in fondo non hai altro che il tuo sangue a scaldare e non hai altro che la faccia per scavarci una braccia". La neve è invece ciò che avvolge e nasconde, che "invischia" e fa "arrancare" ... In "Luce", testo d'apertura della raccolta, c'è invece quello che resta, nonostante

chiara
utente anonimo

#17    01 Maggio 2006 - 18:45
 
dopo anni, mi sono reso conto che forse l'unico rapporto possibile con Dio è quello di cui parli, sfrondato da ciò che appesantisce e spegne. il disordine dei vestiti - per la bibbia il vestito è la persona - è il caos della vita - innegabile per una mente sana: quelli che si credono in ordine sono i veri folli. ma proprio il disordine è la chiave, perché lo spirito lotta (ed "esiste", dunque) dove c'è il vertice del caos - la "carne", per esempio: altrimenti tutto è sottovuoto, e si vive una vita artificiale. i versi sono limpidi, non hanno nulla da nascondere, e proprio così nascondono un segreto, rivelato ai semplici, che sanno di trovarsi sull'orlo di un abisso. la chiarezza è figlia dell'oscurità, come diceva Jung, che per me viene subito dopo Cristo. mi viene in mente l'assurda (per me) polemica sul trobar clus e leu. il linguaggio del sé non si baratta con nessuna scelta stilistica. c'è una necessità, e questa necessità vedo in te, al di sotto di ogni possibile e ragionevole opzione.
un saluto a tutti
fabry
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#18    01 Maggio 2006 - 18:49
 
infatti mi riferivo solo ai titoli :p
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#19    01 Maggio 2006 - 18:55
 
be' la boccaccia non era per Fabrizio, ma per Chiara, alla quale va anche un sorriso :)
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#20    01 Maggio 2006 - 19:49
 

mi piacciono questi quattro fogli bianchi
che il tempo, la rabbia di un momento o qualcosa d'altro
provvederanno a farne pezzettini.
e che sempre ritornano nella poesia
come nella mente di un paranoico.
naturalmente non avrebbero senso
(o nonsenso, a seconda di cosa si preferisce)
da soli, se non tornassero
come l'alba o il tramonto, o meglio ancora come
l'onda che 'risospinge' sempre e comunque un'altra onda


il caos è sparso a 'terra' e non altrove
tra i libri e i cd, le scarpe e i vari
“dammi una mano
mi mancano due euro per il treno”.
per non andare in nessun dove, in fin dei conti.
e tuttavia si è stanchi di stare "sempre a sedere"
e di sapere, tra l'altro, chi e dove andare a cercare.
e allora?


la pioggia la neve la nebbia la luce
(i quattro arti, se vogliamo, di un solo elemento,
gli altri tre ci sono pure ma meno evidenti,
forse a sottolinearne una più profonda precarietà)
ritornerrano
ma più di tutti è la paura a ritornare,
altrimenti non ci sarebbe nemmeno fede,
a farci tremare fino alle calcagna nostre e non di altri,
in questo 'mondo capovolto'
la paura di non essere preparati nel momento in cui
ci dovesse davvero capitare
di trovarsi di fronte all'Assente
(che se ne va in giro, forse a spillare due euro,
a chiedere sigarette e informazioni, e chissà
quali altre mani e braccia e tutto il corpo,
a chiedere e a mai dare se ci fate caso,
non in maniera diretta almeno,
sarebbe troppo facile, e che c.z.o!
- mi scuso per i puntini.)

insomma, la paura di scoprirsi, e anzi riscoprirsi
"al di fuori d’ogni tempo
con le gambe incrociate, sopra il pavimento

perché essere serena non è in fondo che la fine"

saluti a tutti
marcosoriano
utente anonimo

#21    01 Maggio 2006 - 20:25
 
Tempo per un saluto agli intervenuti più recenti: Alex, Voc, Fabry e Marco Soriano. E naturalmente, ça va sans dire, a Chiara: grazie per questi interventi e per la presenza, vuol dire molto per capire al meglio la poesia.
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#22    01 Maggio 2006 - 21:11
 
grazie a tutti dell'accoglienza, ad alex, che non avevo visto prima, marco e fabry...
per Voc: hai ragione :---)
quello che dite mi conforta, perché vedo che le intenzioni della mia poesia in qualche modo arrivano...
come dici, alex, c'è una volontà di libetrare la parola dalle scorie, di essere diretta ed immediata, chiara :-) sia nel dire la realtà, cercando di evitare la retorica e i pietismi di maniera, sia nel parlare con Dio, perché come per te, fabry, anche per me ora l'unico rapporto possibile (nato per opposizione "a quelli che usano il tuo nome") è quello immediato, amichevole, un po' incasinato come lo è quella stanza. molto profonda e puntuale anche l'analisi di Marco, e la notazione riguardo al "chiedere" al "prendere", se vuoi al "pretendere", che implica il non vedere l'altro, l'essere incentrati su se stessi... e potremmo pure togliere i puntini :-)

grazie
chiara
utente anonimo

#23    01 Maggio 2006 - 21:40
 
Quello che mi sorprende principalmente nel modo di scrivere di Chiara è la mancanza di sovrastruttura; e sì che di studi ne ha fatti (tanti, tutto il cursus, no?), ma non sono riusciti a irregimentarne la personalità né scolpire lo stile. E' anche molto prolifica: poesia, prosa, traduzioni, collaborazioni (con realtà anche marginali come la nostra e-zine nabanassariana). Non mi sentirei di metterle un cappello, al momento: le auguro solo di continuare così, sempre in spinta. ---GiusCo---
utente anonimo

#24    01 Maggio 2006 - 22:01
 
la necessità di non staccare la letteratura dalla vita, l'amore e soprattutto il nuovo approccio verso il mondo della corsa (perchè chiara è stata un' atleta di livello nazionale) che l'aiuta ad evadere e non evadere, in qualche modo m'accomuna a lei, con le dovute proprorzioni.
scrittuta lucida, diretta, semplice ma non semplicistica la sua.
un saluto di passaggio (come sempre)
Roberto
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#25    01 Maggio 2006 - 22:09
 
scherzi GiusCo? Il cappello mi scompiglia i riccioli :-))
credo che la mancanza di sovrastrutture sia dovuta al fatto che ho sempre pensato che la vita sia superiore alla letteratura, quindi non c'è bisogno di renderla "letteraria", di snaturarla o "incastonarla", imbrigliarla nella forma. la forma è per me funzionale, non voglio divenirne funzione. c'è un senso di impotenza della parola, di qui il desiderio di provare tutte le forme espressive di cui mi posso impossessare (di qui anche l'amore per le lingue straniere) di provarmi. ma nessuna esperienza è marginale, la realtà di nabanassar mi ha dato molto, e nulla di ciò che ti dà molto e ti fa crescere è marginale. ciò che conta per me più di tutto, più di ogni riconoscimento, o spazio ufficiale o recensione, sono i rapporti umani, la possibilità di comunicare, con libertà, coraggio e apertura, senza quella mi sento soffocare. mi sono mossa in accademie e simili come una spia, prendendo il meglio, schivando la polvere, restando tenacemente attaccata al quotidiano che descrivo. per me scrivere è nato dal desiderio di essere compresa e di essere me stessa, quindi ogni nascondimento o mascheramento mi allontana dal mio desiderio. per il resto... sempre in spinta!

chiara
utente anonimo

#26    01 Maggio 2006 - 22:15
 
Veramente bellissime queste poesie di Chiara: ne sono immensamente colpita e compiaciuta. Ciao, Chiara, che delicatezza, quel tuo occhio sul mondo. Erminia
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#27    01 Maggio 2006 - 22:17
 
caro Roberto,
leggo il tuo post dopo aver scritto il mio. ed è esattamente come dici: desiderio di non staccare la letteratura dalla vita.
e la corsa procede per me paralellamente alla scrittura. quando corro sono libera, posso cacciare i piedi nel fango, nell'erba, nell'acqua, stare fuori dal mondo senza uscirne, sfidarmi e sfinirmi liberando del tutto la mente. molte poesie, idee, racconti nascono lì, nel territorio franco della corsa, in cui puoi contare solo sulle tue forze, sulla tenacia, la pazienza, in cui sei solo

chiara
utente anonimo

#28    01 Maggio 2006 - 22:18
 
grazie mille anche a Erminia!

chiara
utente anonimo

#29    01 Maggio 2006 - 22:37
 
A Chiara vorrei chiedere qualcosa del suo lavoro di traduttrice e, soprattutto, delle sue scelte e delle sue opzioni teoriche in questo campo, se e come influiscono, poi, sul suo lavoro creativo. In particolare penso all'incontro con la scrittura di un autore come Dominique Grandmont, la cui opera, e la cui poetica, è difficilmente inquadrabile in un'ottica lineare, ricca com'è di riferimenti e di echi abbastanza prossimi a percorsi che in Italia, per antica deformazione critica e volontà di etichettare, definiremmo "sperimentali" (sto pensando, in questo momento, al suo bellissimo saggio "L'envers d'ècrire").

Poi mi piacerebbe, a titolo di pura curiosità, sapere se conosci la poesia di Paola Febbraro: anche se vi muovete su piani stilistici, con soluzioni testuali e in ambiti di ricerca diversi, a me sembra che la vostra poesia nasca come da una comune sorgente, una sorta di sentire originario, la consapevolezza di una perdita d'innocenza rispetto alla quale il verso è l'unica voce che può in qualche modo colmare la distanza.

Mi permetto di chiedere perché, oltre ad essere una brava scrittrice e poeta ("Nonoccasione" è uno dei più bei testi che abbia letto ultimamente), e oltre a possedere l'indubbia cultura che possiedi, sai disporti nei confronti di chi ti legge con la stessa ammirevole semplicità e umiltà dei tuoi bei versi.
Ti ringrazio.

Francesco Marotta
utente anonimo

#30    01 Maggio 2006 - 23:02
 
Ha ragione Marotta, "Non occasione " è un testo davvero "quintessential" della rinuncia alla pretesa poetica. Di una limpidezza intelligente ed involuta, una diagnosi perfino filmica dell'Io nella sua ritrovata, riscoperta capacità di uno stupore originario. Malgrado la dichiarazione di Chiara di una volontà di isolamento, sembra di potere condividere intensamente questa riscoperta, come se essa fosse in attesa, o in agguato, per ciascuno di noi: una rivelazione del senso dell’esistere, e dunque della meraviglia allo stato puro, che implica anche lo sgomento. Mi piace molto la disposizione degli oggetti intorno al corpo e alla mente di chi li percepisce: questi si animano a definire uno spazio colmo di significati, dunque si rivelano e rivelano allo stesso momento l’Io e il mondo, ne mediano l’azione reciproca, apparendoci, venendoci incontro senza conflitti o negazioni irrisolvibili. Mi chiedo in oltre, cara Chiara quanto il tuo nome di battesimo abbia contribuito a definire in te l’abilità di distillare tale netta e fine penetrazione del reale.
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#31    01 Maggio 2006 - 23:56
 
@ Francesco Marotta:

dici (anzi chiedi) " Mi permetto di chiedere perché, oltre ad essere una brava scrittrice e poeta ("Nonoccasione" è uno dei più bei testi che abbia letto ultimamente), e oltre a possedere l'indubbia cultura che possiedi, sai disporti nei confronti di chi ti legge con la stessa ammirevole semplicità e umiltà dei tuoi bei versi.

Mi permetto di rispondere io, prima che lo faccia Chiara.
La risposta è: Chiara è vera, scevra di meccanismi, lontanana dai blabla delle combriccole, è seria senza essere accademica o impolveratamente noiosa e sopratutto da importanza al valore umano, al cuore, il cuore lo sente, lo vive, lo offre.
(e poi va in Vespa ! e scusate se è poco...)

fabiano
utente anonimo

#32    02 Maggio 2006 - 00:51
 
grazie a tutti...
per Francesco: non so dire esattamente quanto il lavoro di traduzione abbia influito sul mio stesso scrivere... sicuramente è stata una palestra, tradurre è una lotta con il linguaggio, devi ri-scrivere un testo, fare in modo che suoni come se fosse stato scritto nella tua lingua. quindi l'esercizio è quello dello scrivere, ma non hai la libertà sul contenuto, sulle scelte lessicali. "L'envers d'écrire" è un libro bellissimo, Grandmont un autore difficile da rendere, per questa cadenza "nervosa", questo spezzamento del flusso del verso che è piuttosto insolito anche per il francese e rischia di divenire doppiamente insolito nella mediazione della traduzione. come gli altri autori che ho tradotto ha contribuito ad insegnarmi a mettermi da parte di fronte a un testo, per poi entrarci, dialogarci, cercare di andare in profondità. la traduzione mi ha insegnato soprattutto quaesto: leggere in profondità e cercare di tenere in considerazione tutte le possibili stratificazioni del verso, non dare nulla per scontato. e credo che abbia allenato il mio orecchio alla musicalità (quella stessa che poi mi diverte spezzare)

confesso di non conoscere abbastanza Paola Febbraro, ma mi incuriosisce quanto dici e cercherò di rifarmi...

quanto alla terza domanda è un po' difficile... ringrazio Fabiano di aver risposto per me, e di aver detto cose così belle...qualche tempo fa ho citato nel mio blog una poesia di quasimodo che termina con i versi "forse il cuore ci resta / forse il cuore" e in effetti questa è la cosa che resta sopra tutto, oltre ogni umiliazione o "sottrazione", quella con cui andiamo incontro agli altri. per il resto ho imparato che non sono i libri, i titoli, i riconoscimenti a darci la cultura, che è piuttosto rispetto, apertura, umanità, e questo, in tante accademie, o tanti circoletti appunto, manca. io so soltanto cosa non voglio essere, ovvero una persona così incentrata su se stessa e la propria autoaffermazione da non vedere più gli altri, come ne ho conosciute tante. ho sempre avuto il terrore di diventare così... ci sono invece persone che non hanno titoli, e non leggono libri, ma mi hanno insegnato moltissimo, mi hanno fatto provare gratitudine e sorpresa, mi hanno fatto capire che la grandezza sta nei gesti, e di gesti grandi ne hanno fatti molti più di me che ho letto tanto. a capire le persone non ce lo insegna nessuno, soltanto la vita, il dolore. allora meglio mettere da parte l'ego, perché solo così si rafforza davvero, e la cosa più difficile e ammirevole è essere una Persona... il che non vuol dire non commettere errori, non lasciarsi pure talvolta contaminare, ma essere duri ed esigenti con se stessi, e tentare di ritrovarsi sempre. e in effetti girare in Vespa aiuta. son creaturine genuine e autentiche :-)

per Erminia... in effetti devo tenere fede al mio nome, e la chiarezza è una cosa che cerco in me stessa e negli altri... l'isolamento è in quella poesia (come anche il luce) il punto di partenza da cui partire per riaprirsi al mondo. perché poii alla fine ne veniamo delusi, feriti, anche annientati, ma ne abbiamo bisogno. e da ogni chiusura o implosione nasce qualcosa di nuovo, e inaspettatamente, anche la capacità di stupirsi ancora. è il buio che ci fa vedere la luce

grazie
chiara
utente anonimo

#33    02 Maggio 2006 - 01:02
 
Le conoscevo già, ma è sempre un piacere leggerle.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente GianRuggeroManzoni

#34    02 Maggio 2006 - 09:22
 
uno scrivere fluido, pacato, intenso e quotidiano.
piacevolmente colpito.

St. L.
utente anonimo

#35    02 Maggio 2006 - 09:29
 
grazie anche a Gian Ruggero e Stefano

un abbraccio
chiara
utente anonimo

#36    02 Maggio 2006 - 10:18
 
Chiara, grazie per le risposte e, soprattutto, per quello che dici a proposito della cultura, che, o è apertura, dialogo, partecipazione e condivisione, o si risolve in sterile erudizione fine a se stessa. La stessa cosa vale per la poesia, credo, dove la ricerca del consenso e della visibilità a tutti i costi porta a chiudersi in circuiti autoreferenziali che impediscono di guardare e di ascoltare ciò che a volte si muove ed esiste appena a un palmo dal proprio naso. Il confronto, invece, come tu giustamente dici, credo sia fondamentale, anche perché allontana la presunzione, oggi tanto di moda, purtroppo, di aver scoperto il senso della poesia e di possederlo nella propria scrittura e nei proipri versi. La traduzione, come confronto costante con l'altro, così come la lettura attenta di esperienze e di scritture diverse dalla nostra, dovrebbero rappresentare un buon antidoto a qualsiasi pratica onanistica, individuale o di gruppetto che sia.

Per quanto riguarda Paola Febbraro, invece, te l'avevo citata proprio perché, avendola letta e conosciuta qui su Liberinversi, mi aveva regalato le stesse emozioni e suggestioni che ho ricavato dal confronto con i tuoi testi: non si trattava di un paragone (in poesia è quanto di più deleterio possa esistere, insieme alla pratica oscena delle etichettature), ma un implicito complimento nei tuoi confronti, visto che "La rivoluzione è solo della terra" della Febbraro è uno dei libri più belli e autentici che abbia letto negli ultimi cinque anni. E, per fortuna, di autori capaci di scrivere opere di grande valore Massimo ne ospita tanti. Ed è un bel leggere e confrontarsi, per chi lo vuole, e ci crede.
Sono veramente contento di averti conosciuta.

Francesco Marotta
utente anonimo

#37    02 Maggio 2006 - 10:55
 
Un saluto a tutti gli intervenuti di recente, a Giuseppe Cornacchia, Roberto Ceccarini, Erminia Passannanti, GianRuggero Manzoni e Stefano Lorefice.

La chiarezza in poesia. E' un bene averla affrontata e raffrontata con la misura della poesia di Chiara, di un'autrice. Sono contento quando il confronto fa emergere le cose così: evidenti. Come dice Francesco la condivisione e il confronto sono ciò che fa vivere cultura e poesia, ciò che allontana il rischio di stolida ricerca del consenso "one way" e autoreferenzialità, onanismo. Mi auguro che sempre queste pagine possa essere questo: diffusione, sì, ma anche e soprattutto confronto e condivisione. Grazie a tutti voi.
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#38    02 Maggio 2006 - 10:56
 
Quanto a Paola Febbraro, credo sia pleonastico, ma ricordo che un'essenziale sua selezione è raccolta proprio qua, al link al suo nome, a sinistra.
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#39    02 Maggio 2006 - 11:01
 
E poi: un OT bello e buono.

Domenica 7 Maggio (salvo imprevisti) sarò alla Fiera del Libro di Torino. Non sarò lì, lo dico, in veste di scrittore, né di assistente stand. Non avrò neanche la "mia" unica casa editrice presente. Sarò lì come semplice visitatore. Se qualcuno dei consueti partecipanti a liberinversi fosse lì quel giorno, l'auspicio è di incontrarlo :)
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#40    02 Maggio 2006 - 13:33
 
Mi dispiace in tutto questo che si colga sempre l’occasione di parlare male della poesia accademica, intellettualistica (si badi “parlar male” non già criticare), che è semplicemente un’altra forma, un’altra necessità della poesia, la quale ha una contiguità con le lettere e dunque con gli istituti che consentono lo studio, la diffusione e la salvaguardia della poesia come disciplina. Gli accademici come Carducci, Quasimodo, Fortini, per citarne solo alcuni, non sono forse stati anche grandi poeti? Discriminare la poesia intellettualistica (Sanguineti?) significa effettuare la stessa operazione settaria di quei cattedratici limitati che discriminano tra letteratura alta e letteratura popolare, ma oggi il trend non è da tempo più questo…Non vorrei si ritornasse a queste dicotomie avvilenti. La poesia non è solo la poesia lirica nel senso stretto della parola, l’emoazione, il sentimento, il canto o la ballata popolare, è anche poesia autorefernziale, concettuale, astratta, come avviene e per gli imagisti, che distillano il vero fino al punto da renderlo irreale, i language-poets, poesia che riflette su se stessa, sulle proprie realtà…! Il mondo come referente della poesia deve potere essere “una scelta” è non una costrizione. C’è chi vuole liberamente poetare sul condizionale, sulla perifrastica, poetare sul sonetto in quanto tale, come fenomeni… perché no! Il mondo come soggetto della poesia non deve diventare una tirannide, un cappio. Ci sono inoltre motivi profondi per l’esistenza della poesia astratta, che si prende a spunto per poter far progredire anche quelle forme che si rapportano al reale. Mi dispiace,perché ogni intolleranza vero l’intellettualismo nasconde larve di populismo, anche nelle arti. [Erminia]
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#41    02 Maggio 2006 - 13:57
 
Erminia, tocchi il punto caldo. In effetti quando parlavo di chiarezza nella poesia avevo proprio in mente questo genere di discorso. Come forse sai, su queste pagine molti sono stati i commenti intorno alla poesia per così dire "intellettualistica", la poesia-problema, l'enigma del testo. Qui però, vorrei dirlo a nome mio, non si va verso questo genere di dicotomie, tenendo bene presente che la poesia è composta da flussi diversi nella produzione contemporanea. Altrimenti non avremmo qui come ospiti fissi poeti come Stefano Guglielmin, come Francesco Marotta e come te. Quindi non leggerei in quanto è stato scritto fino a qui alcun segno di intolleranza verso la poesia astratta e la poesia-problema. Vorrei inquadrare (mi piacerebbe) tutte le discussioni di questo spazio in un complesso generale, in una big picture della poesia italiana contemporanea, partendo dalle voci giovani e meno giovani, ma attive oggi. Ecco allora che non è necessario creare dicotomie od opposizioni, quanto mai, concordo con te, avvilenti. Fammi sapere cosa ne pensi.
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#42    02 Maggio 2006 - 14:01
 
hai ragione Massimo... quella sulla Febbraro era una discussione che mi ero persa, non ricordo per quale incasinamento di routine
grazie Francesco, anche io sono contenata di averti "incontrato" e aver incontrato tutti voi...
Erminia... forse mi sono un po' persa, ma non mi era sembrato si parlasse male della poesia accademica o dell'intellettualismo in generale... ognuno è libero di fare la poesia che vuole, anzi, e non si condanna l'intellettualismo, l'importante è che non sia avulso dalla vita, dal rispetto dell'altro, chiunque sia. sono un po' stanca e non so se riuscirò a spiegarmi. certo non ho stima, e neppure forse più rispetto di molti accademici, intellettuali, esimi poeti e scrittori che ho incontrato, tanto che ho quasi paura di essere identificata con loro. ma il mio sconcerto è a livello umano, e non faccio di tutta un'erba un fascio. in accademie e ambienti culturali ci sono passata per caso o mia ingenuità, sono stata ammessa per caso o per errore di valutazione, cambiando varie città, prima che ogni volta mi sgamassero come persona indipendente, il che è il più grave delitto che si possa compiere, e mi facessero fuori perché "non mi sapevo muovere". sarà che io mi pongo sempre sullo stesso piano con le persone, titolate e non, e non ho sempre avuto il rispetto, la civiltà, l'umanità che mi pareva di portare, ne ho avuta più lavorando in mense e ristoranti, ne ho avuta più qui dove si discorre in tutta amicizia, e si prova a dialogare alla pari e a confrontarsi. le regole di civiltà sono universali, e forse innate. la mia stanchezza di certi ambienti intellettuali e accademici e di certi circoletti poetici è tutta umana, non culturale o concettuale. per cui mi viene più spontaneo scrivere e parlare una lingua rivolta alle persone che mi sono davvero vicine e che sento umanamente più affini. ho brutti ricordi...

chiara
utente anonimo

#43    02 Maggio 2006 - 14:07
 
Nel mio piccolo (per modo di scrivere, formazione, indole e preferenze), non posso che sottoscrivere l'ultimo post di Erminia. Dovremmo cercare maniera di divulgare riferimenti e bibliografie di base; che ne dici, Erminia? Ciao da Gius(eppe) Co(rnacchia).
utente anonimo

#44    02 Maggio 2006 - 14:28
 
Chiara, non alludevo a quanto tu abbia espresso o altri, in questo tread, ma riferirmi ad una certa distinzione che cade sempre ai danni della poesia scritta da accademici o intellettuali, come se essere accademici sia necessariamente una stigmata al non essere poeti. Dunque con cognizione di causa, vorrei citare Petrarca, e chiedervi: era Petrarca capace di poesia lirica?
Per scrivere poesia intellettualistica, astratta, di ricerca o concepire opere letterarie altamente intellettuali non c’è bisogno affatto di essere accademici: che ne dite di John Ashbery e Wallace Stevens. Entrambi scrivono profondamente congetturando, formulando ipotesi sulla realtà sconclusionata che ci circonda. Entrambi sanno che non si può mai conoscere la realtà, mai accedere alla natura ultima di tutte le cose, tanto meno attraverso la poesia: sarebbe una strana pretesa. Si può al massimo parodiare questa ambizione, ed è questo che la poesia intellettualistica spesso fa credere di ritenere di saper fare. Volevo solo sottolineare che ci sono accademici capaci di poesia semplice e pura, di lirismo allo stato puro, e gente del popolo, poeti senza laurea capaci delle massime astrazioni. Dunque qui si parla di un’altra pretesa. La pretesa di chi si dice “poeta” al di sopra dei comuni mortali (lo stolto pretenzioso aspirante Poeta laureato), e non uomo tra gli uomini,tra menti ugualmente poetanti.
erminia
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#45    02 Maggio 2006 - 14:29
 
volevo dire "thread....2 MI SCUSO PER IL TYPO.
erminia
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#46    02 Maggio 2006 - 14:32
 
... tra i poeti più importanti per me ci sono poi Paul Celan e R. M. Rilke, che non sono proprio i più immediati :-)

chià
utente anonimo

#47    02 Maggio 2006 - 14:45
 
cara Erminia,

ho postato mentre tu scrivevi. sono d'accordo con te. per me non c'è alcuna limitazione, e io stessa ho scritto e scrivo anche testi ben diversi, anche se in questo momento preferisco la chiarezza e l'immediatezza. poi la presuzione la odio tout court. non credo che il poeta sia un uomo superiore, né che abbia mai la verità in tasca. poi un testo astratto ti può colpire con la concretezza di un pugno nello stomaco, anche se non ne hai compreso immediatamente tutto, e un testo all'apparenza semplice e lineare può nascondere mille profondità e stratificazioni concettuali. nel mio sito ospito poeti molto diversi tra loro, leggo e amo poeti molto diversi tra loro. probabilmente sono casinista, e non ho una coerenza di gusti e di scelte, ma ho scritto in un qualche romanzo che "amo tutto quanto è espressione di un animo che respira". poi ognuno respira al suo ritmo, ci mancherebbe. mi piace vedere la poesia come uno spazio di libertà assoluta

chiara
utente anonimo

#48    02 Maggio 2006 - 14:59
 
Cara Chiara, tu sei traduttrice e dunque hai avuto l’epifania di scoprire i sensi stratificati in un testo apparentemente piano. Vorrei dunque citare il Nobel Seamus Heaney, irlandese contadino, (quindi divenuto accademico inseguito a un Atto che consentiva ai figli dei contadini di potersi laureare gratuitamente,con delle borse), che nel 1993 ho tradotto. Ecco il testo apparentemente di un lirismo lineare in cui tuttavia, a ben vedere, al di là del palese e dovuto understatement dettato da problematiche di classe, è calata l’intera dotta storia di Irlanda, del presente politico, del suo fitto sostrato ideologico, della critica heaniana a concetti quali nazionalismo, “kinship” (letteralmente legame di consanguineità con implicazioni mafiose) e vendetta. Per chi non conoscesse l'inglese, il titolo va tradotto "Scavando", e l'immagine d'apertura è quella del figlio-poeta del contadino irlandese che studia nel suo studio, reggendo la penna tra le dita "come una rivoltella" mentre di sotto, nel campo, sente suo padre tenere tra le mani la pala, che scava il senso vero della vita e della storia. Quale dei due modi di scavare sarà il più veritiero nella reatà dei Troubles. il più efficace è il più innocuo per sé e per gli altri della colletività? Buona lettura! (posso tradurre il testo per chi volesse)----- erminia


"Digging


Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.

Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.

My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner's bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I've no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I'll dig with it.

Seamus Heaney

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#49    02 Maggio 2006 - 15:21
 
Davvero piena di livelli questa poesia... A quelli della lingua, vanno aggiunti quelli della traduzione. Se qualcuno non sa che in inglese "snug as a bug in rug" (il "manzo manzo" italiano) è la base di variazione di "snug as a gun", anagramma allitterante...
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#50    02 Maggio 2006 - 15:34
 
Vetede, io credo che il livello allegorico e anche simbolico della poesia di Heaney “Digging” non è qui concertato per il solo piacere estetico e sensuale della poesia lirica nelle sue più elevate forme di adesione al reale (la terra, lo scavare le zolle, le patate che sono fredde e profumate, il rumore raspante della ghiaia…eccetera), ma per fini palesamente didattici…come far capire alla collettività di contadini così come alla comunità di intellettuali lo stesso messaggio: non è tempo per usare la pistola e spararci l’un l’altro, è tempo per usare la penna per comprenderci l’un l’altro, per allegorizzare il reale, ed eliminare i fraintendimenti culturali e le barriere politiche, il settarismo. Qui la chiarezza è illuminante, umanitaria e pedagogico, ma anche ha un secondo fine, che è espressamente partitico, politico. [erminia]
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#51    02 Maggio 2006 - 15:47
 
MOlti i punti che state toccando. Eppure sono rimasto impresionato dal breve quadro che Chiara offre del mondo accademico peggiore, quello finto. Quello dominato dalle convenzioni di chi si sente comunque parte di una elite, seppure sconfitta. Meglio Vasco Rossi.
Sullo specifico del dettato poetico )intellettuale vs semplice ecc.) non si può non concordare con quanto dice Chiara, sulla libertà delle scelte. Si tratta di un discrso se volete ovvio, ma si vede che poi tanto ovvio non lo è, se sentiamo il bisogno di ridircelo.
Gabriel
utente anonimo

#52    02 Maggio 2006 - 15:56
 
Tra l'altro sappiamo bene come, dal punto di vista critico, categorie come 'poesia intellettualistica', o 'semplice' o 'chiara' ecc. non hanno valore. Servono a volte per comunicare facendo 4 chicchiere, per intenderci. MA se poi intendo approfondire il discorso lasciamole stare. Diverso se parolo di uso espressionistico della lingua, di stile prevalentemente narrativo, di scelte vicine ad un classicismo lirico moderno ecc.
Il posto c'è per tutto, ma non tutto ha lo stesso posto.
Gds
utente anonimo

#53    02 Maggio 2006 - 16:03
 
Si, appunto, GDS, lasciamole stare questa categorie, perché o le approfondiamo come dici tu, oppure ci insabbiamo in dicotomie sterili e inutili. Oscurità e luce...no,non bastano a spiegare quello che avviene in poesia attraverso epoche e generazioni di poeti...Oppure parliamone, ma a fondo, senza timore.....di fraintenderci o di creare delle rivalità. (Chi sei, GDS?)
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#54    02 Maggio 2006 - 16:06
 
Gds= Gabriel Del Sarto, lo stesso del post precedente.
Concordo con te, che concordi con me eheheh
Gds
utente anonimo

#55    02 Maggio 2006 - 17:09
 
chiara è una donna splendida (in tutti i sensi) per cui mi permetto di fare questa osservazione: mi pare che certi suoi versi riprendano il linguaggio comune (i tic linguistici della civiltà di massa) senza ben esserne consapevole, per cui certi passaggi si spersonalizzano, tendono a svuotasi.
esempi: "passi silenziosi", "toglie il fiato" "tutti quelli
che non trovano altro modo
per potersi realizzare", "fumo che sale si sperde lontano"...

con stima
gugl
utente anonimo

#56    02 Maggio 2006 - 17:50
 
Saluto anche Gabriel e Stefano, tra l'altro ben tornato dopo tanta assenza :)

La poesia che hai inserito, Erminia, rende bene l'idea su quale sia la difficoltà di differenziare le scelte di poetica e di farlo con tratto secco e deciso. Ugualmente Gabriel, che parla di 'non valore' delle categorie succitate, centra un bersaglio: il problema della classificazione e della canonizzazione degli stili e delle vie è quanto mai complesso e non si riduce certo a poche categorie, come semplice vs. complicato. Tuttavia è un bene, come dice Giuseppe al #43, che per discorsi approfonditi su tutto questo siano presi in considerazione riferimenti e bibliografie di base.
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#57    02 Maggio 2006 - 18:00
 
Si, caro Massimo, infatti la poesia di Heaney ricorda appunto questo movimnento dlelo scavare che penetra attraverso glis tratid el suolo, ma anche c’è il movimento del poeta che cala i sensi, lo sguardo e l’udito verso il basso: è tutto uno scendere e un penetrare, fino a quando il padre contadino stanco si leva su, stirando la schiena, ritrovandosi 20 anni più il là, in una diversa Irlanda, ,….e il figlio colto, il poeta ritorna all’alto della immaginazione e della speculazione, dunque entrambi con un movimento alto e basso, che affonda e scava, che di questa polarità ha necessità, che non la può negare, che la può solo approfondire, complicare, problematizzare , arricchire(vedi sottolineature):

“Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.”

Mi pare che Chiara cerchi di fare una stessa cosa, solo che Chiara penetra la vita reale nella pienezza orizzontale del giorno, degli agenti atmosferici, delle relazioni parentali, dei sentimenti, dell’immediatezza, magari facendosi anche male…rischiando….come la Lola del famoso film Tedesco….Lola corre, non so se l’avete visto….
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#58    02 Maggio 2006 - 18:44
 
Eh caspita, Erminia, è stato uno dei primi film che ho programmato in rassegna, nel 1999, "Lola corre". Ricordo che mi aveva impressionato abbastanza per i finali alternativi e per la quasi totale assenza di emozione indotta dal plot (forse perché all'epoca mi sembrò troppo un videoclip, ma alla fine mi convinse) :)
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#59    02 Maggio 2006 - 20:50
 
rieccoci qui... quanti begli spunti ancora...
grazie Gabriel. sì, il problema è principalmente quello della chiusura elitaria, c'è quasi paura della novità, di chi rischia, indaga affannosamente. tutto deve venire dall'alto per concessione e ciò che crei con le tue mani è quasi uno sgarro.
ma direi meglio De André, sto ascoltando adesso "Smisurata preghiera". Lo so che non si dovrebbero citare i cantautori, però senti qui che bello: ricorda signore questi servi disobbedienti / alle leggi del branco / non dimenticare il loro volto / che dopo tanto sbandare / è appena giusto che la fortuna li aiuti / come una svista / come un'animalia / come una svista / come un dovere"...
quanto alle categorie sono d'accordo... e il confine tra le tante (più o meno convenzionali) spesso è labile, incerto. categorizzare, paradossalmente, porta confusione, ed è sempre riduttivo. meglio forse considerare opera per opera, voce per voce, come qui da Massimo.
bellissima la poesia di Heaney...
grazie a Erminia per averla riportata. e anche di aver citato quel film... in effetti c'è un correre verso le cose e le persone, e ovviamente, andando a forte velocità, alto rischio di schianti. ma una mia amica di Firenze, Ilaria (già nel nome c'è una affinità con me :-) mi chiamava Wil Cojote, quello che si spiattella sempre da qualche parte, ma alla fine ricomincia a correre :-)
grazie a gugl per le tue parole su di me (dopo questa discussione finirò per credervi :-) prendo nota della tua osservazione. a tratti riprendo apposta frasi trite e detti del quotidiano, magari per ribarlatrli o giocarci, ma in effetti in questo caso era inconsapevole... mi rileggerò con occhio e orecchio più attento...

chiara
utente anonimo

#60    02 Maggio 2006 - 20:54
 
ah, dimenticavo... so che purtroppo siamo tutti sparpagliati, però... se qualcuno domani si trova a passare allo studio8 di Pistoia, alle 21:30, presento la mia piccola Collezionista con Simone Molinaroli. Ottimo poeta secondo me.

finito il mio stream of consciousness, per ora :-)

chiara
utente anonimo

#61    02 Maggio 2006 - 23:02
 
Di De Andrè conosco solo le più famose, quelle che si suonano sulla spiaggia d'estate. Alcune (dove più che cantautore è menestrello) mi piacciono molto, altre le trovo tristissime. Soffocanti e troppo ambiziose. Ma chissà fra quelle che non conosco quante me ne potrebbero piacere.
Onestamente i miei gusti musicali sono piuttosto lontani dai cantautori italiani.
Poi ognuno anche fra loro si trova le influenze più diverse. Ad esempio il Ligabue di Certe Notti mi ha insegnato tanto su come intercettare un certo vissuto, un clima della nostra provincia (non solo la mia west coast) rendendolo al contempo 'mitizzabile'. Così funzionano alcuni fra i migliori testi degli 883 (Anni è un vero affresco generazionale, comprensibile anche a me, che di quella generazione non facci propriamente parte).
Ora lo so che a dire queste cose mi tiro addosso critiche o sorrisini ironici, e non mi va neppure di difenderle e argomentarle. Mi basta sapere che sono realmente più in debito con Ligabue, Vasco Rossi (chi è passato dal sito di Gianfri in questi giorni ha potuto leggere la mia risposta Senso, una delle sue canzoni più interessanti), Max Pezzali, che De Andrè, Battiato, Guccini o altri, forse più amati dagli scrittori e dai poeti.
Ma la canzone di musica leggera, lo sappiamo, è una forma d'arte diversa dalla poesia, con altre regole.
Erminia, non so l'inglese, si può avere la traduzione?
Gds
utente anonimo

#62    02 Maggio 2006 - 23:23
 
ti farò un Cd di De André, ho già convertito un po' di gente :-))
ascolto generi diversissimi di musica, a seconda del momento e dello stato d'animo (in alcuni momenti ossianici mi servono anche quelle strazianti di De André :-), in genere preferisco gli stranieri però rispetto a quelli che nomini... Guccini mi piace dove non è retorico e non parla di cose che non sa. Gli 883 li ho ascoltati molto, adesso meno, ma non so perché... amavo moltissimo "Pappagallo". Ligabue ha scritto testi cui sono molto affezionata, come "Certe notti", "Piccola stella senza cielo", "Quella che non sei" "Hai un momento Dio", "Tu che conosci il cielo", ma anche "Vivo, morto o X", "Figlio di un cane"... ma se continuo Massimo sarà costretto a chiudere il blog :-))
Vasco Rossi mi piaceva, ma adesso non più, non so il perché, forse è legato a una fase...

cieu
chiara
utente anonimo

#63    02 Maggio 2006 - 23:30
 
Lo so perchè non ti piace l'ultimo Vasco Rossi: con la vecchiaia è diventato "rattuso". Hai sentito quanto disgustosa è l'ultima canzone "Segnorita" sulla ragazzina che dovrebbe aiutarlo ad avere un orgasmo e a cui invita di mettergli la mano sulla patta?
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#64    03 Maggio 2006 - 08:59
 
interessante... no, non la conoscevo. non è che non mi piace l'ultimo Vasco, non l'ho proprio più seguito. però ci sono canzoni sue che da giovane ho suonato con la chitarra, anche perché erano facili gli accordi :-) credo si sia fatto un po' il verso come personaggio, come molti
sono in ritardo indegno!!

chiara
utente anonimo

#65    03 Maggio 2006 - 09:14
 
Grazie Chiara per la segnalazione della tua presentazione di Pistoia.
Quanto alla chiusura del blog, ci mancherebbe :) Musica (e cinema !) sono codici e generi per lo meno contigui se non compatibili.

Cosa ne pensi di "Non al denaro non all'amore né al cielo" di De Andrè ? E' l'album suo che mi piace di più...
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#66    03 Maggio 2006 - 10:39
 
...caspita...
ieri sera sono venuta a sbirciare il blog e ho letto finalmente qualcosa di Chiara (che da tempo mi chiedevo....)
Poi è successo che mia figlia, mentre ero davanti al pc, ha riesumato una moneta del vecchio conio, una 100 lire. e continuava a ripetermi "testa o croce?", ma così tante volte...non riuscivo a leggere...finchè l'attenzione non ha fatto un sovrasforzo ed è stato come accedere ad una strana forma di lettura di pesi....
Mi dai il tuo indirizzo, CHiara? Voglio capire, tra noi, chi è la Testa e chi la Croce.....
Un Abbraccio
Tiziana Cera Rosco
utente anonimo

#67    03 Maggio 2006 - 10:59
 
ommioddio Gabriel, ma che cazzo ascolti? un poeta sopraffino come te che conosce poco de andré e ascolta max pezzali!!!! °_0 :D

perdonatemi, ma io nemmeno Vasco Rossi sopporto! e nemmeno Ligabue (aad eccezione di 2-3 canzoni).

Capossela no?

Massimo, l'album di De André da te poc'anzi citato è uno dei migliori (maa io sono più legato a Creuza de ma) :)

voc

PS
scusate la mia scempiaggine snobistica
utente anonimo

#68    03 Maggio 2006 - 11:08
 
Graaaaaaaaaaaaaaande Vinicioooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!


Il problema di Gabriel sono proprio gli 883 :D

bacio
Tiziana
utente anonimo

#69    03 Maggio 2006 - 11:09
 
Voc....tra un blog e l'altro sto capendo che abbiamo gli stessi fili musicali......

Lultimo di vinicio "ovunque proteggi" è un capolavoro (come altri prima)
La prima canzone (non trattare)...vabbevabbè...

Tiziana
utente anonimo

#70    03 Maggio 2006 - 11:44
 
Oh, vedi che Voc mi viene in contro. Creuza de ma è pure molto bello, ma lo ascolto statisticamente di meno.

Gli 883... Che dire ? Che qualche canzone non mi dispiace neanche, ma dire che mi piaccia il lavoro (nel senso di opera tutta) di Pezzali è decisamente troppo.

Aspettate, però, che ci tenevo a tirarne fuori una che poi mi dite: nessuno di voi ha almeno un minimo debole per i Modena City Ramblers ? :)

E un saluto a Tiziana: sempre benvenuta, sempre.
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#71    03 Maggio 2006 - 12:10
 
....grazie :) Massimo
più che un piacere di visita....
Tiziana
utente anonimo

#72    03 Maggio 2006 - 12:35
 
Grazie a Chiara per la "normalità" che riempie le tue belle poesie così piene di oggetti tranquillizzanti e slanci che ti colgono alla sprovvista.
"Nonoccasione" sembra musicabile ma non riesco a dire di più.
Ciao
Nicola M.
utente anonimo

#73    03 Maggio 2006 - 13:05
 
si proceda a musicare Nonoccasione!!!

I Modena City Ramblers sono un po' dinosauri per me, Massimo ;) fanno musica un po' già ascoltata.

Vinicio è grandissimo, su questo sono d'accordo con Tiziana e posso considerare un privilegiato chi abbia avuto la fortuna di esser presente ad un concerto di Ovunque Proteggi Tour (io ci sono stato ed è un'esperienza difficilmente dimenticabile).

Brucia Troia! :)

voc
utente anonimo

#74    03 Maggio 2006 - 13:23
 
Caro Voc, che te devo dì. Come ha scritto recentemente mi pare Borselli sull'espresso (o comunque un famoso critco musicale di quel settimanale) per me Max Pezzali è il più geniale scrittore di testi per musica leggera.
Due anni fa uscì su Contemporanea, rivista di letteratura dell'Università di Pisa un bellissimo e dottissimo saggio di Simonetti proprio sulla metrica e retorica degli 883. Lascio a loro l'argomentare, a me non importa.
Almeno, però, non sono l'unico a pensarlo eheheh.
Cmq davvero da alcuni loro testi, come da alcuni di Ligabue (ovvoi che siano pochissimi, ma anche le poesie che amo di Sereni saranno 15), ho imparato delle cose, che mi sono servite per scrivere. Mi hanno insegnato come rendere certe immagini, certe atmosfere. Cosa che non mi è mai successa con quel poco che ho ascoltato di De Andrè e altri.
Tiziana lo sa che a me non ineressa l'arte degli altri (qualsiasi arte sia) se non per rubare qualcosa da mettere nelle mie poesie. Dove non trovo nulla da prendere mi annoio. ;-)
Gabriel
utente anonimo

#75    03 Maggio 2006 - 13:30
 
Egoista - individualista! :p

voc
utente anonimo

#76    03 Maggio 2006 - 13:37
 
Sì Voc al #73, hai trovato il modo per darmi del dinosauro ;) va bene, però qualche pezzo secondo me è molto brillante... Poi è vero che quanto a world music forse dovremmo parlare di altre "entità". Ma ho detto "world music" o sbaglio ? :)
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#77    03 Maggio 2006 - 13:40
 
ciao a tutti!!
e benvenuta Tiziana! Voilà: chiadeluca@hotmail.com. mi sa che io son la croce, o la piaga :-) a parte gli scherzi, mi sono piaciute molto le tue poesie che ho letto qui da Massimo, quelle che raccontano di te e dei tuoi figli, di una casa che è un mondo, e non si restringe certo a quattro pareti e una dimensione solo intima e domestica...
Massimo: penso che "Non al denaro non all'amore né al cielo" sia un album straordinario, non ne ha sbagliata una, non una parola, compreso il titolo, che gli ruberei volentieri. Non riusciranno mai a convincermi che "Un malato di cuore" non è una poesia :-) poi mi piacciono da morire "Un matto", "Il suonatore Jones"... e poi tutte le altre a seconda dei momenti...

L'ultimo di Capossela.. me lo ha appena spedito un mio amico che ha avuto la fortuna di sentirlo dal vivo... io lo conoscevo poco, è davvero grande!

dai, però non fate gli snob, qualcuna di Ligabue e Pezzali si può anche ascoltare, e far due salti. Oppure "Rotta per casa di Dio", quando parti con le scarpette per correre :-)))
ogni tanto va bene anche Caparezza e i C.S.I.
poi torni e ti puoi anche fare in vena di Gorechzki, o Gasparian, che mi ha fatto conoscere gugl, surreale e bellissimo...
Grazie mille anche a Nicola

chi è allora che mi musica nonoccasione!? :-D

baci
chiara
utente anonimo

#78    03 Maggio 2006 - 14:04
 
Io preferisco "un chimico" e poi "Il suonatore Jones" :)

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#79    03 Maggio 2006 - 14:27
 
un chimico l'ho amata e riascoltata e riascoltata e anche odiata, come quelle idee che vorresti ti venissero smentite
per Tiziana: anche io di fronte ai tuoi testi mi sono posta spesso la domanda tua, e di tua figlia. ti aspetto
mo' sono di corvée :-( e poi a Pistoia, vi rileggo stanotte...

chiara
utente anonimo

#80    03 Maggio 2006 - 14:32
 
Ecco una cosa che fa davvero dispiacere. Altro che le cattiverie del post precedente! Vuoi mettere... aver suonato e cantato praticamente tutto il repertorio di De Andre' a pochissimi amici intimi, tra cui Gabriel Del Sarto, meno di un anno fa e trovarlo poi qui a sminuire Faber in confronto agli 883!!!

Cos'altro ci toccherà sopportare in nome dell'amicizia...? :-)

Marzi
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#81    03 Maggio 2006 - 14:33
 
A Pistoia! A Pistoia!
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#82    03 Maggio 2006 - 14:33
 
Ti sto leggendo con interesse, chiaradeluca.
G.M.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente proteus2000

#83    03 Maggio 2006 - 14:36
 
io dico che spezzali porta avanti un discorso piccolo-borghese (i valori dell'inetto piccolo borghese). de andrè e capossela sono evidentemente lo spirito critico dei senza-potere. quei senza potere che sfiorano la tunica di cristo e l'olio del tornio in fabbrica.

lo so che questa categoria farà girare la bocca a tanti, ma sarebbe il caso di riprenderla anche nell'analisi critica della poesia.


gugl
utente anonimo

#84    03 Maggio 2006 - 14:54
 
Io adoro de André, ma non mi pare che sia espressione dello spirito critico dei senza potere. Faceva parte di una famiglia borghese che più borghese non si può. Il suo essere anarchico e il suo interesse verso i reietti e verso le pieghe più nascoste della società li considero più una forma di rifiuto nei confronti della classe sociale di cui faceva parte, del mondo in cui era cresciuto.
A me pare che il suo fosse più un approccio descrittivo, le sue canzoni sono una specie di megafono con il quale intendeva sottoporre agli occhi di tutti determinati aspetti della società.
utente anonimo

#85    03 Maggio 2006 - 14:54
 
scusate, non ho firmato...

Matteo. P.
utente anonimo

#86    03 Maggio 2006 - 14:57
 
Hai ragione Stefano: e mi infiammi :) Be', adesso non proprio infiammi. Tuttavia sarebbe davvero interessante per me riprendere una sorta di "traduzione" delle classi. Questo piccolo-borghese (magari inetto, che si trascina dai primi del '900 ed esce dai romanzi di Svevo e naviga per tutto quanto il secolo breve) e quei senza-potere e i loro eredi. Come li distinguiamo ? Anche alla luce proprio di quello che dici sull'analisi critica della poesia, Stefano. Che potere hanno questi inetti piccolo-borghesi e chi glielo dà ? Che potere li distingue nell'indifferenziato acquisto di beni finanziati a tasso zero ? Un dubbio mio, ma sono pronto ad ricevere un bel cazziatone :)
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#87    03 Maggio 2006 - 15:09
 
Relazione del poeta con il cantautore.

Parlo di quello che mi attiene:

1. Ho amato James Taylor. Ho visto tre sue concerti. Anche Bob Dylan e Lou Reed. Cantavo le canzoni prima che l’album fosse pubblicato.
2. Al loro confronto i testi di Vasco sono testi provinciali, compromessi in partenza. Ma Vasco ce l’ho affianco a me sempre, anche se per interposta persona. Infatti la mia più cara amica è la madre del figlio di Vasco, Davide Rossi, che oltretutto somiglia al papà tale e quale. Lo sento cantare a casa, parlare in romanaccio, denudarsi per casa. La sua mamma è la mia amica rituale ma anche di giovinezza dalla prima liceo, inseparabile. Dunque Vasco solo come nuova ipotesi nel suo bellissimo e molto dotato figlio. Ha fatto una piccola parte in un film ma chissà cosa ci aspetta: ha solo 19 anni, Davide.
3. Ligabue…quando lo sento alla radio spendo, dovunque io sia. Non so perché ma penso porti sfiga. Un tempo venni a conoscenza non so da quale fonte che era piuttosto violento verso la sua donna. Non ho saputo superare quella diceria. Credo che canti ogni canzone nello stesso modo e che ogni canzone si fondamentalmente la stessa, dunque non ci ho mai perso tempo, in quanto per me non è un interprete, ma un ripetitore.
4. De Andrè. Il grande poeta salernitano mio caro amico, Daniele Medici, era un appassionato storico di De Andrè. Si è suicidato nell’agosto del 2000. La mattina hanno trovato che aveva messo su il disco citato. Era il suo leit-motif.
erminia
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#88    03 Maggio 2006 - 15:22
 
a Matteo P.: io dico che, per essere spiriti critici, bisogna aver avuto il privilegio di studiare, di sporcarsi gli occhi sulle pagine. Poi, per quanto possibile, si tratta di scegliere da che parte stare. "Per quanto possibile" conta di più che "da che pare stare": de andrè (così come gran parte del cantautorato genovese) ha avuto l'intelligenza di comprendere l'ingiustizia intrinseca allo sviluppo del capitalismo. Di questa comprensione ha fatto una scelta di vita. E così Capossela, che pure viene da una vissuto più drammatico.

per quanto riguarda la questione posta da Massimo, ci vorrebbe più tempo per affrontarla, ma credo che rileggere pasolini sia un punto di partenza chiaro e imprescindibile.

gugl
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#89    03 Maggio 2006 - 15:59
 
E in effetti ho letto poco Pasolini, non ho giustificanti.
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#90    03 Maggio 2006 - 16:08
 
Gugl, la mia era solo un'opinione... Comunque io credo che in de André la componente anarchica abbia un peso specifico maggiore rispetto alla critica del capitalismo. Penso all'album storia di un impiegato o a canzoni come "un giudice". Questa è la mia visione, probabilmente non mi sono sporcato le mani abbastanza...
con strima

Matteo
utente anonimo

#91    03 Maggio 2006 - 16:09
 
io adoro de andrè, ricordo a memoria tutti i suoi testi, e mi meraviglio visto che quel poco di poesia che ho studiato a scuola non lo ricordo, non ricordo Foscolo, non ricordo dante, montale, ungaretti, ma de andrè lo ricordo tutto. ho cominciato ad amarlo nel 73, il ragazzo che poi sarebbe diventato mio marito lo adorava, mio marito suonava la chitarra e cantava le sue canzoni, così mi sono innamorata di mio marito e di de andrè, non ho capito però se ho amato de andrè per via di mio marito o mio marito per via di de andrè ))) . ligabue è un rospo, una volta l'ho incontrato all'aeroporto di catania, era assieme a giovanotti, lorenzo è un bel ragazzo alto e solare, ligabue un rospo, non sapevo portasse sfiga, strano che non sia caduto l'aereo. saluto chiara che non ho commentato perchè non lo so fare ma che ho letto con piacere e interessa. brava. a.
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#92    03 Maggio 2006 - 16:09
 
volevo dire "sporcato gli occhi". Chissà perché mi è venuto fuori "le mani". Mah...
utente anonimo

#93    03 Maggio 2006 - 17:45
 
Caro Marziller, eppure lo sapevi... Ho fiducia che il tempo mi darà ragione, come sempre :-)
Poi meglio Battisti di De Andrè, soprattutto in spiaggia d'estate (sono solo ricordi i miei...)
Alla fine però il buon hard rock inglese degli anni 80, l'easy listening americano, mi piacciono troppo di più...
Gds
utente anonimo

#94    03 Maggio 2006 - 18:13
 
Gugl, come dire... è uno dei motivi per cui ti adoro! :)

avrei scritto le tue stesse motivazioni, ma non sarei mai riuscito a dirle meglio.

una scelta anarchica non è una presa di posizione abbastanza chiara? E poi penso che gente come De André o Capossela (visto che sono i due tirati in ballo) non hanno la necessità di gridare "abbasso il capitalismo" per farsi capire, basta che osservano la realtà anche dal buco della serratura...

PS
Chiara, i CSI vanno bene. Sempre. :)

PPS
Massimo, il fatto del dinosauro era una provocazione bella e buona! :D
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#95    03 Maggio 2006 - 18:19
 
Ah Chiara, non ti ho ancora detto che mi piace il sintagma: "week end di periferia", è molto evocativo. Certo il tuo registro così narrativo a volte mi pare 'soffochi' la potenza di alcune immagini, ma si tratta di un parere davvero di parte.
Gds
utente anonimo

#96    03 Maggio 2006 - 18:42
 
ma guarda che OT...
Modena City Ramblers: sono retorici, ma mi tocca dire che con i Funerali di Berlinguer mi commuovo, e Una perfetta scusa la sento anche cinque volte di seguito (retorica, vabbé... però arriviamo cantando o non arriva nessuno mi pare un bel programma).
V.
utente anonimo

#97    03 Maggio 2006 - 19:01
 
Ah Vincé' (#96) e già che siamo qui, a Morte di un poeta non lasciamo proprio niente ? ;)

Voc (#94), sì, ammetto era una provocazione bella e buona :)

Inoltre: un saluto agli ultimi intervenuti, Antonella, Matteo e Vincenzo.
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#98    03 Maggio 2006 - 19:39
 
Martino (ciaooooo), lascia stare, battaglia persa quella con Gabriel. E' capace di tenerti a ragionare sull'etica dei testi provinciali che cariano la bocca di Pezzali, come fossero gli alberi di Fortini. Digli "si" e finiamola. Io ci ho già sofferto a mio tempo....

Grazie Chiara, per quel che dici sui miei testi. Se mi mandassi delle altre cose tue, così, per leggerti coi miei tempi...se vuoi... mi farebbe un gran piacere davvero....così, per fare "testa o croce"....ma lo sai che potremmo fare una cosa insieme su questa mometa?
tizianacera@hotmail.com

...noto che in questo blog - massimo, gusti un po' vecchiarelli ce li hai....- la musica...ehm ehm... ehehehehe.... se non lo avete ascoltato Gommalacca di Battiato o I DIeci Stratagemmi: ecco, meritano...giusto per non dover trovare poesia nei testi...
bacio di buona serata a tutti
Tiziana
utente anonimo

#99    03 Maggio 2006 - 19:56
 
Al #98: Tiziana, è che per politically correctness ho tirato fuori solo le cose più italiane... In realtà sono supporter e ascoltatore ad ampio spettro (livello discografia) anche della musica di: Bruce Springsteen, Pink Floyd, Queen, Jethro Tull, Bon Dylan, Pete Seeger, Mina, Francesco De Gregori, Dire Straits/Mark Knopfler, REM, Franco Battiato, Nomadi, Leonard Cohen e Rondò Veneziano :)

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#100    03 Maggio 2006 - 21:08
 
massimo, rondò veneziano, però...:-)))

grazie Voc, se fossi una donna... saprei cosa dirti:-)

gugl
utente anonimo

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