CHIARA DE LUCA
Il mondo capovolto
Dall’antologia La coda della galassia, Fara 2005
LUCE
Pare ci sia in giro Dio, stamane
entra senza chiedere permesso
né bussare in ciò che resta
del mio monolocale, e chi
se lo aspettava, mi dico,
proprio adesso - - -
È una luce troppo chiara e amara
irreale limpida e sfuggita
tra nubi come macchie
sul cielo che è uno straccio
allo stremo teso sulle case
È a suo agio, comincia a camminare
a luminosi passi silenziosi
sopra il pavimento a scivolare
tra scarpe, libri, fogli, fotocopie, un mucchio
sparso di CD per terra e poi si siede
sulla sedia e mi vergogno
degli abiti che fanno una catasta colorata
cresciuta a dismisura in questi giorni
Troppo in fretta, caro Dio, è arrivato
il fine settimana, perché non hai avvertito
non mi hai dato tempo per tornare
alla civiltà (se esiste), e liberare
il lavabo dai piatti da lavare
rintracciarti una tazzina e strofinare
per offrirti un bel caffè tra i fiori
freschi e non questi cadaveri
di plastica col capo reclinato
sopra libri ancora, e sigarette,
monetine, gadget, dizionari,
cartelline, lettere d’offese
di stima, e di bugie, poesie
un rimborso FS di due euro da riavere
il certificato elettorale
la lista delle cose da non fare
(fumare, cercarlo, mangiar male)
che appena lasciano filtrare
il marmo (di plastica) del tavolo
Grazie, Dio, per essere venuto
dove ormai non entra (per fortuna)
più nessuno, tendimi una mano,
che mi alzi e in tutta fretta vinca
questa mia stanchezza invalidante
la mestizia soffocante che mi toglie
il fiato per tornare ad essere all’incirca
quella che sembravo prima d’incontrarlo
Mi dici di salvare le mie piante (si sporgono
ti cercano), che io lascio seccare
guardandole morire per potere
uccidere qualcuno anch’io, a mia volta.
Dio, accomodati pure, non ti formalizzare
non mi rimproverare se mi lascio
un poco andare e mi circondo
del disordine in cui hanno messo
il mondo, lo so che hai altro da fare
ma liberaci, se ti capita, dal male
fatto da quelli che usano il tuo nome
e non sanno cos’è la compassione
dalle umiliazioni che c’inducono a ingoiare
i pavidi, i pazzi, i polli, i potentelli
gli pseudocredenti e tutti quelli
che non trovano altro modo
per potersi realizzare
Ma piano, mio Dio, così mi accechi
non ero preparata a tutta questa vita
a una primavera arrivata nonostante
e al tremito di luce sulle mani stanche.
PIOGGIA
Non lava via la pioggia niente
ma ticchetta e tiene compagnia
nel divario aperto con il senso
in questo giorno denso di nondetti
ti seguo per inerzia sulla strada
solo per uscire dalla melma che ho
alle spalle, ti chiederei, se posso,
di sederti un attimo con calma
guardarmi negli occhi e di spiegarmi
che hai deciso, hai qualche piano in mente
o altro non fai che seguire un nuovo niente
come fai a essere sicura di dovere
fare a tutti i costi la dura per piacere
spiegami che ti suggerisce
che sia la strada giusta da seguire
vorrei tu ci pensassi, amica
e calcassi un attimo sul freno
perdessi un treno, ti sedessi
qui sul pavimento, dove corri, vita
non ti sei accorta che mi hai seminata?
NEVE
Coperti di neve i tetti sfociano nel bianco
quasi diresti che si fondano in foschia
nel cielo scia immobile
di latte
Ma manca un orizzonte per segnare
il confine tra la terra
e il mio guardare
Nel cortile silenzioso le panchine fanno cerchio
in un’assemblea nella sua fine
addormentata prima ancora di parlare
La vita qui da noi è i motorini all’alba
grandi insetti invischiati
da tre giorni nella neve
un uomo che scava con le mani nude
si arrende e si stringe
nelle spalle, se ne va
lo sguardo basso
sul sorriso fesso
il casco appeso
come un cesto al braccio
salirà su un autobus stipato
che arranca enorme mulo
paziente nel fango sulla strada.
*
Nulla nel week end di periferia
ti dice quando è l’ora
di svegliarti, alzarti dal letto,
prepararti per uscire
Qui il silenzio è quasi mite
un ampio globo a mille
uscite, perfetto,
circolare
da spezzare
Qui puoi mettere il cappotto
chiuso bene sul pigiama,
vecchie scarpe rotte,
un berretto col pompon,
uscendo puoi cercare
il primo bar aperto
alle due del pomeriggio
un caffè per cominciare
la scintilla breve di un incontro
un volto in una rara
macchina che passa sulla strada
fare finta
che il tempo non esista
sconvolgere gli orari e ignorare
l’orologio abbandonato
sulla scrivania per inventarsi
un ritmo sgangherato
passo dopo passo ricreare
la settimana passata
smistandola dal male
Un cane alza la zampa contro il Limite
Invalicabile. Zona
Militare, la padrona
legge nonchalante il suo
giornale
Mentre due giovani in divisa
fumano e sorridono
davanti alla caserma
Sembra quasi che in zona
periferica la pace oggi imponga
felice e beffarda un armistizio
con la guerra.
PARMA
e mi ritrovo a vagare
sul fiume bevendo
un brio che solo
l’acqua può dare
come portandosi
lontano il dolore
quest’aggregazione ha qualcosa
di diverso non è
confusione
ma ripetizione e cent’anni
scorrono qui
nel patchwork di case
di strani colori abbracciate
a nuovi palazzi
e le gru animali
scarniti appesi ad un filo
nel cielo
occhi lampioni
sbattono ciglia leggere
sul fiume, e luce
come di uomini buoni
se mi volto
a destra c’è un’acqua
in parallelo, uno scroscio
di ruote, fari di sguardi
affilati come di uomini
innamorati
respinti da una barriera
di fumo che sale
si sperde
lontano
il corso si apre
gli alberi fanno da coro
o da coda di sentinelle
divise gemelle
di fredde cortecce
e una breccia si apre per me
le nuvole sono una freccia
piantata nel costato del cielo
straziato al tramonto
o arrossito d’amore
in lontananza una coppia
sembra un gigante
monumento alla mia sola
presenza, e all’improvviso
lo sguardo del fiume in distanza
fa riaffiorare i tuoi occhi e fa
così male - - -
Da “Tellusfolio”, 19/04/2006
a Federica
Il tuo corpo lanciato in volo inerte sull’asfalto
quella linea sottilissima di sangue sulla fronte
Stai lontana piccolina non guardare
i tuoi capelli biondi attorno al volto silenzioso
in alto il grido spaventoso di mia madre
subito sparita dietro te nell’ambulanza
mentre all’improvviso si serravano le porte
a sirene spiegate verso l’ospedale
stai tranquilla, non piangere, non ti preoccupare.
Conoscere nei mesi seguiti all’incidente
un qualcosa di più definitivo della morte
giocando da sola all’infinito con il niente
vivisezionando nel silenzio la paura
fra le mani i tuoi scritti, i tuoi pensieri, i tuoi progetti
per il nostro “Miniclub delle Giovani Marmotte”
la candela che danzava inesausta contro il muro
graffito nella casa dell’infanzia in via Mentessi
il tuo corpo negli anni che cresceva e si formava
ma cosa ti accadeva, nella mente, Fede,
costretta giorno e notte dentro il buio a non vedere…
Riesplode ancora uguale la rabbia lungo il fiume
stringi i denti frangi il fiato spezza quelle gambe non gridare
di quella che sarebbe potuta diventare
della scheggia divelta dall’acciaio del mio cuore
Dio l’ha liberata,
mi hanno detto, Fede
a ventotto anni finalmente se n’è andata.
*
dovrei credere che mi ami
in tutta questa quiete gonfia e immobile
di disperazione come la stagnanza
d’acque dove tutto muore giorno
dopo giorno dal non più cercare
dovrei credere che mi ami
anche nell’apnea di pianto
che non esce, e nonostante
non si salvino ragioni, credi,
illusioni nell’impercettibile
trascorrere leggero di stagioni
dovrei credere che mi ami
da questa mia costante
assenza ormai di fede
e questo corpo che non riesce
a risollevarsi, dovrei credere
che mi ami nel guardare
questa luce, il suo spaccare
i vetri per colpire gli occhi ormai
da mesi abituati alla penombra
insonne nel bruciare
d’incensi e di candele
dovrei credere che mi ami
nonostante non ti veda più
nei volti che svaniscono
di amici che non riescono
ad essere in silenzio
presenti al mio morire
dovrei credere che mi ami
in questo mio vagare senza più domani
in questi giorni uguali e notti
e giorni ancora senza
scopo e successione
dovrei credere che mi ami
in questo tuo silenzio primordiale
in quest’alto grido d’animale
che rimane dentro e che discarna
prima che si formino a milioni
le parole
dovrei credere che mi ami
anche se di quegli abbracci
distillati e di quei baci
concentrati nei minuti
di un avaro amore in cui cercavo
il bene non rimane
che polvere di tomba
da non scoperchiare
dovrei credere che mi ami
anche se da tutto il mio cercarti non ho avuto
che un posto in prima fila fra i dannati d’ospedale
dovrei credere che mi ami
e allora aspetto, Dio,
una prova seppur piccola d’amore.
NONOCCASIONE
Senza la pretesa di scoprire un senso
a questo sabato in silenzio scivolato
via dalle braccia spalancate dell’estate
ho incontrato casualmente una quasiquiete
tra quattro pareti, un addio annunciato
sperando che stavolta venga mantenuto
un morire nuovo che sembra già archiviato - - -
Ho pensato che se fosse stato inverno
sarebbe stato meglio e con il freddo
il contrasto sarebbe esploso dall’esterno
mi sono riscoperta al di fuori d’ogni tempo
con le gambe incrociate, sopra il pavimento
perché essere serena non è in fondo che la fine
a lungo attesa del rischio d’impazzire
la pace dell’aver esaurito le parole
demandando ad altri il trovarne nuove
spargendo i CD e facendoli girare
uno dopo l’altro per cercare
la musica migliore per la nonoccasione
aprendo libri a caso per ben nonsapere
cosa avrei bisogno di cercare
mi sono ritrovata nel mio mondo di bambina
pieno fino all'orlo del nientedispeciale
che amo fare, con stupore
ho avuto l’impressione
di trovarlo intatto
al di fuori d’ogni dove
da “Poesia”, Nr. 175, Luglio/agosto 2005
a mia madre
Dammi l’amore dovuto a un bambino
per il solo miracolo del suo respiro
lascia che ti appoggi il capo sul ventre
e ti guardi dal basso
il collo sottile
il viso di tutte le sere
che poche sere rivedo
passa le mani tra i miei capelli
massaggiami il capo
con il soffio gentile
dei polpastrelli
dammi l’amore dovuto a una bambino
perché possa vedere di nuovo
la luce.
dalla raccolta inedita “senza”
TEMPO DI STAZIONE
Qualsiasi tempo può passare
se impari a far passare
il tempo di stazione.
Ho imparato la rassegnazione
quando il cellulare suona a ripetizione
se qualcuno ti aspetta già da un’ora
a 100 e più chilometri di strada.
Ho imparato a sedare
l’ansia con l’osservazione
delle facce che sfilano
ostinata processione
a provare di capire dove stanno andando
se stanno partendo, o come me
fuggendo.
Ho imparato a camminare molleggiando
a dosare il passo,
con misura, risparmiando,
ho imparato ad arrampicarmi sui muretti
facendo forza con il palmo della mano
per spiare di là dal mio binario.
Ho affinato la lettura del labiale
mentre ascolto musica e il mondo
si muove al ritmo che gli ho scelto.
Ho imparato che la sigaretta
che mi sto fumando, è sempre
”l’ultima, mi spiace”
che “mi hanno rubato il portafogli”
ogni volta che “dammi una mano
mi mancano due euro per il treno”.
Ho imparato a ricacciare in gola
ovunque mi trovi la tua assenza
a far finta che posso fare senza
qualcuno che si accorga se ritorno a sera,
ho imparato tutti gli angoli del sottopassaggio
la macchima per foto
che le sforna meno brutte.
Ho imparato ad allontanarmi dalle lotte
consumate in fila alla biglietteria
a non stare ad ascoltare le esplosioni di follia
a lasciar passare quello “scusi ho fretta”
ad abbozzare con chi vuole litigare.
Ho imparato a bilanciare lo zaino sulla schiena
perché poggi sulle reni e non tiri sulle spalle,
ho imparato a sorridere a chi mi risorride
ad ascoltare chi piange sulle scale,
ho imparato a chiudermi a ogni forma di domanda
a fingermi straniera o “non sono di Bologna”.
Ho imparato che se perdi
un treno ce n’è un altro
che per farlo arrivare non serve disperare
e che tutti alla fine ti dovranno perdonare
*
C’è qualcosa chiuso dentro
nel silenzio c’è qualcosa
coda di lucertola,
l’amore,
mostro in mille occhi che intercetta
ogni strada imboccata
dal pensiero per sottrarsi
asfissia il ricordo nel caldo coltivato
al vuoto ermetico intentato
echi imprendibili
di cupe intemperanze
le parole tante
che in gola hanno strozzato
le domande urgenti
che ci hanno allontanato
violare nel buio
gli sguardi del silenzio
schiacciare sotto il piede
i movimenti dell’amore
imboccare il sentiero
intentato il pianto
ma il sangue, bloccato,
quel giorno, è di cemento.
dal poemetto inedito Il mondo capovolto
*
Sotto la sottile pioggia senza suono
oggi lungo Via del Carrozzaio
non ci sono fuori neanche i capannelli
di stranieri usciti dalle imprese
a chiacchierare in cerchio in pausa pranzo
Mentre procediamo a stento
cozzano gli ombrelli alla rinfusa
s’incrociano le grida e c’inzuppiamo
ho Chicco stretto a fianco
e Titti appeso al braccio,
che sotto il cappelletto
rosso piange piano
se le auto non ci lasciano passare
e penso che sarebbe stato bene
prendere negli occhi ieri un po’ di sole
ma lascio che s’imbevano le pieghe
dei jeans nelle pozzanghere
mi vedo nello specchio
di un camion parcheggiato e rido
dei capelli che mi scendono sul viso perché so
che ho i vostri passi strambi e dolci alle calcagna
e sempre qualche mano che mi stringe forte e che non molla.
*
Mentre alla TV il cardinal Tonini illustra
l’utilità indiscussa delle figurine dei santini
hai chiuso gli occhi sul tuo volto
così magro e buono da stordire
poi mentre al pianoforte la cantante
grida una canzone che risveglia
un vago tuo ricordo risparmiato
tu che lasci scivolare sempre poche
tra le labbra semichiuse le parole
”Non ne posso più” e poi spalanchi
gli occhi “perché sempre a sedere
non ne posso più, sempre a sedere”
e non mi salverà stavolta
sorriderti o riaprirti
la mano chiusa a pugno
che ci sembra sempre basti poco all’occorrenza
per rimediarvi in fretta un qualche senso
anche quando già da tante ore sono
naufragate tutte le mie inutili e bellissime parole.
Chiara De Luca si è laureata presso l'Università di Lingue e letterature straniere di Pisa, ha frequentato la Scuola europea di traduzione di Magda Olivetti a Firenze, il Master in traduzione letteraria per l'editoria dell'Università di Bologna, e un dottorato in Letterature europee. Ha collaborato come insegnante con diverse scuole di lingue e di italiano a stranieri, e come traduttrice con diversi festival internazionali di poesia. Ha tradotto per gedit La vita promessa di Guy Goffette e Tra le mani il divino di John Deane, e poesie di Douglas Dunn per "Nabanassar" e "La Clessidra". Sue poesie sono state pubblicare su "Sinestesie", "Poesia", "Faranews", "Tellusserra". E' inclusa nell'antologia La coda della galassia (Fara, 2005). Ha pubblicato i romanzi La collezionista, ovvero la sindrome di Babbo Natale (Fara, 2005) e La Mina (stra)vagante (Fara, 2006). Collabora con “Poesia”, "Sinopia" e “Nabanassar”. Ha realizzato e gestisce il sito http://www.chiaradeluca.com, che ospita diversi artisti italiani e stranieri, e il blog http://chiaradeluca.leonardo.it/blog. Al momento lavora come operatrice per Anffas onlus di Bologna e come jolly teacher di inglese, francese e tedesco per l'Istituto Vico di Bologna. A maggio non si sa. Nella sostanza, corre dieci chilometri al giorno ed è soltanto ciò che scrive e che ama.