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domenica, 03 settembre 2006

DAVIDE RACCA
VINCENT
 
 
Da Vincent, Poema su Van Gogh
 
 
 
2
Girotondi di nuvole e raffiche di vento
Dal promontorio. Falci taglienti al di là
Dell’orzo recidono l’azzurro secco
Del destino. Con una lingua solitaria
Il cuore selvatico tira su clavicole
Di pioppi… insegue vortici di grano…
 
 
17
Nel passaggio tempestivo al meridione
Schiariva il mare delle visioni. Accendeva il sole
Dopo aver parlato a lungo con la luna. Macinava campi
Sotto le suole del pomeriggio…
 
Il peggio che poteva capitare era incontrare se stessi
Sul ciglio della depressione. Molte volte il letto
Ospitava lunghe discussioni d’arte… se contrario
Alle sue convinzioni si offendeva e si rialzava.
 
Tornava alle maree, che vanno e vengono,
Cambiano colore, ma restano sempre
La stessa cosa e della stessa idea.
 
 
21
Come un sole infantile non hai paura di vivere…
 
 
22
Aver in mente esattamente questo… questo
Esatto sentiero. Ti siedi al Caffè notturno,
Ordini alle occhiaie tese dello sguardo
(A tratti concentrato al millimetro, a tratti
Astratto) di perforare i respiri. Chiedi il tempo,
Di uno sviluppo, il minimo, per un altro tempo
 
… Insensata… mente.
 
 
23
La gioia di vivere è un attimo,
Il pagamento della pigione pure. 
L’eternità è un’altra cosa. Oggi,
Domani, se qualcosa va storto
Dopodomani, avremo finito
Di fare conti, spedire lettere.
Vale la pena di strappare qualcosa
Ancora a un fratello o a una Banca
E quando il danaro dovesse cessare
Sarà ben pagato il rischio di una gioia?
 
 
24
Lo zigomo è sbilenco come il tetto, l’iris,
La luna… Niente di calibrato, centrato,
Perfetto. Le setole del pennello si imbevono
Nelle afasie del cervello (e di una cosa
Si perdono le tracce). Così, un luogo
Con indirizzo o recapito postale
Non ha targhe, numeri civici a cui recapitare
Le nostre lettere morte.
 
 
27
Bisognava prendere le tele, spremere i tubetti
Campire a rilievo… con istinto. L’Accademia
Aiuta solo i nati salvi (e cercavi di salvarti fuori
Della ragione)… Ancora tele, tubetti, istinto.
 
Nella luce, la più solare, lasciavi sempre la tua ombra.
 
 
28
Nelle notti di deliri mescolavi Rembrant con le giapponeserie.
 
 
29
In ogni angolo della terra si annusano colori.
… Il mistral comincia un impasto per finire
Una tela. Tra le mura storte delle ossessioni
Si dipinge altro dal dolore…
 
 
30
Le scarpe, rovine di un altro tempo,
Monumenti poggiati sul marmo freddo.
La sedia dipinta col giallo del grano
Chiama la falce che accumula il lavoro
Dei campi… Per la camera graffiata
Si sentono colori d’orzo frusciare.
 
 
38
Abbatti un muro.
Dietro il muro un altro muro,
Di ferro. Non serve la lima
Senza la pazienza. Inutile
Scavalcarlo, se è lo stesso muro
Che innalza la tua pena.
 
 
42
Dal volto insanguinato, dal sangue rosso
Degli occhi… Dal cappello di spaventapasseri
Nello spazio crivellato di chiodi, guardi fuori
Della bestemmia con un’aria di flagellazione.
 
Nell’assenza che strappa l’orecchio destro
Da quello sinistro, la passione dona a una donna
Un amore banale e l’abbraccio di una croce
Senza nome.
 
 
43
L’orecchio tagliato non separa più i suoni
Nell’indistinto assoluto. L’architettura ideale
Ha un’acustica impossibile se non strappa
Dalla sua carne un lobo di realtà.
 
 
44
I gialli si fanno più pungenti nella notte ecc.
 
Le luci nel mare sono aguzze lame. Ti spogli
Per andargli incontro levigato come un osso.
Alla parola “getsemani” entri nell’acqua
Con un lobo in mano. Da autolesionista
Ti immergi con volontà.
 
Sparisci nel lavacro.
 
 
46
Ti avvicini allo specchio e fissi gli occhi
Negli occhi dell’altro, leggermente spostato.
 
Il tuo doppio si gira nel semiprofilo del naso,
Con lo stesso movimento e dalla parte opposta.
 
Comincia il ritratto, un panorama di presagi
Dal grano del mento, al golgota della calotta.
 
 
52
Notte obliqua sulla schiena. Notte
Con dodici candele più una sulla testa,
Col torcicollo, il freddo nelle ossa.
Candida e terribile, desolante notte…
Neanche questa è una terra promessa,
Un luogo d’amore… ma qualcosa di acuto.
Il rumore è quello di sempre, di cicale,
Frusci d’erba e di stelle. Nelle orecchie
Sentisti vociare il cielo dei poveri.
 
 
54
Tra una Bibbia aperta e
L’interno di un Caffè notturno
Nessuna differenza. Entrambi
Ubriacano, danno luce, portano
Alla follia e indicano solitudini…
Entrambi con una vita propria
Anche senza la tua.
 
 
55
Appena notte. Fuori il cielo con le stelle
Appese sul lungofiume ha una forza elettrica.
Niente di naturale o rassicurante. Troppo
Blu di Prussia, troppo sintetico… da rifare!
 
È mezzanotte, le lampadine ancora tutte
Accese. Due passanti si dirigono timorosi
Nell’oscurità del fondo… si accendono
A pochi passi dal cosmo.
 
 
57
Arrampicandoti,
La discesa è la faccia inquieta
Della salita. E sali con le unghie
Del nero. Graffi i contorni
Dei rilievi montuosi. Tenti le unghie
Su crinali ubriachi fino al tac,
Che insanguina le mani.
Strappi di rosso le ali dei papaveri
Tra le forre insidiose di pietre.
Dai ciuffi di cappero delle rocce
Scivoli nei nidi dei ragni
E delle serpi. Tratteggi il percorso
Con segni precisi come qualcosa
Da non dimenticare: salire,
Salire… tra poco sarà finita,
E avrai dimenticato. Il cielo,
Patria di ogni partenza, nessuno
Te lo tocca, sta lì in vetta.
 
 
 
63
Le nuvole in alto sono fumetti senza parole.
 
 
 
64
Dalla terra raccogli i movimenti dell’onda
E coi bicchieri innaffi il deserto dei giorni.
Se entri nel paesaggio ti scopri nomade.
Se bevi, sei due volte nello stesso fiume.
 
 
65
La vita scritta nelle lettere
Non è quella taciuta vivendola.
Non scrivi lettere solo per esperienza
O ragione. Scrivi perché sei
In una stanza angusta. Scrivi perché
Le visioni squallide hanno bisogno
Di parole chiare. Scrivi
Per chiedere dei soldi, e perché
È più facile pulirsi l’anima 
Scrivendola. Scrivi
Per non andare nei bordelli
Quando fai pensieri sporchi,
(E per non lasciarli sopra le lenzuola
Quando ritorni). Scrivi
Per non restare solo,
Pericolosamente solo,
Con la tua figura in piedi
Davanti al tuo letto.
 
 
 
 
Davide Racca, nato a Napoli nel 1979, laureato in filosofia, si occupa d'arte e ha realizzato la sua prima personale a Marsiglia presso la Galleria du Tableau nel settembre 2004. Nel marzo 2006 ha esposto la sua seconda personale dal titolo CONATUS al Real Museo di Mineralogia dell’Università degli studi Federico II di Napoli. Attualmente è in corso la sua personale dal titolo LA TERRA DEL RIMORSO nella galleria Nuvole arte contemporanea a Montesarchio (BN). Ha collaborato presso la galleria Faggionato Fine Art di Londra, Bernier-Eliades di Atene, e la Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Si occupa di poesia e pubblica per riviste come Nazioneindiana, Sud, Dialogica, Zibaldoni e altre Meraviglie. L'opera Vincent, poema su Vincent Van Gogh, di cui cui qui si pubblica una selezione, ha ricevuto un attestato di merito dal premio Lorenzo Montano 2006.   

Postato da: Massimo73 a 18:23 | link | commenti (37) |
davide racca


Commenti
#1    03 Settembre 2006 - 18:24
 
Ricevo con piacere da Davide questa selezione che mi fa avere suo mio invito. Si tratta di testi estratti da un poema su Vincent Van Gogh che ha ricevuto lo scorso luglio una menzione di merito al premio Lorenzo Montano. Ringrazio quindi Davide per l’attenzione e Francesco Marotta per aver reso possibile il contatto tra noi. Auguro poi buona lettura a tutti.
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#2    03 Settembre 2006 - 23:26
 
Ti ringrazio Massimo che offri ospitalità a questo estratto del Vincent. E ringrazio Francesco Marotta per aver fatto da anello di congiunzione tra noi.

Mi inviti a fare delle considerazioni per alimentare un dibattito intorno a queste poesie. Non vorrei dire nulla introno ad esse, semplicemente per il fatto che le ho scritte. Ma qualche riflessione si può fare, almeno di cornice. Parto dal titolo: Vincent, che è il nome di Van Gogh, è anche una parola che dice il trionfo, la vittoria. Quello che avevo in mente quando ho scritto questo poema era il destino di un uomo che si è dispiegato come l'esatto contrario del significato della parola che lo nominava. Insomma, Van Gogh, in ossimoro col suo nome, è stato un perdente in realtà.
Si può solo immaginare la sua vita... rileggerla attraverso le lettere a Theo (grande capolavoro letterario, se poi in più si pensa che erano semplici lettere destinate a un fratello, ti si stringono le budella nel leggerle!) o attraverso le sue opere... Ma la realtà, per lui, è stata ancora più difficile, ostile. Letale. E in realtà da parte mia non vi è la pretesa di averla colta del tutto. E neanche in parte. E in questo senso voglio eliminare ogni dubbio, a scanso di equivoci: non è stato certo per riscrivere la sua vita che ho cominciato un lavoro del genere, per altro faticoso.
E allora perché l'ho scritto? Alla base c'è un mio lavoro e una ricerca personale sul colore (ma queste notizie sfociano in biografismi che non mi interessa fornire)... Quello che più mi premeva e preme, però, affermare, anche al di là del poema stesso, è una reazione al modo orami abusato di vedere e considerare l'opera di quest'artista, ridicolizzata all'eccesso dalla fabbrica dell'immagine. Superficializzata al punto di dire che le sue opere sono BELLE. Io al contrario voglio che si percepisca la terribilità di quelle opere. Opere che fanno male.
Van Gogh considerava se stesso un pittore di quart'ordine. Un pittore che ha sfondate, a furia di pennellate, la sensibilità umana... non per farci dire oggi che bei girasoli!, ma per farci capire quale forza oscura, perversa, tenace e pura si nasconde in quegli universi povero.

Grazie ancora

Davide Racca
utente anonimo

#3    04 Settembre 2006 - 10:09
 
chiedo scusa per gli innumerevoli refusi...

davide
utente anonimo

#4    04 Settembre 2006 - 10:40
 
Grazie a te Davide per l'attenzione dedicata a Liberinversi. Le considerazioni che esponi qui sono senz'altro significative per comprendere l'orientamento e le ragioni del poema che hai scritto, tanto più importanti per due ragioni: l'aver scelto una forma letteraria di cui si parla spesso oggi, ma di cui forse non si intravvede la peculiarità e l'evidente difficoltà nel quadrare i conti con la realtà che cerca di descrivere; l'altra ragione, l'aver scritto un poema con motivazioni artistiche tarsversali che uniscono l'aspetto genuinamente figurativo con quello letterario.

C'è un dibattito odierno, che è stato anche ripreso nel lancio della rivista l'Attenzione a proposito dell'autoreferenzialità della poesia: una delle derivazioni del dibattito riguardava proprio la necessità dell'artista non solo di estendere il proprio occhio alla realtà, ma anche a "integrare", essere consapevoli della possibilità di scavalcare i generi artistici essendo realizzatori di più arti contemporaneamente.

Trovo poi che la forma del poema, realizzato concretamente da pezzi discreti di testo, da strofe, sia perfettamente calzante per rendere la "terribilità" della vita e dell'opera di Van Gogh. Se posso dirla qua velocemente, trovo che si tratti di poesia davvero incisiva nella scelta del linguaggio: forte ed evocativa come dev'essere la scelta del colore di un opera figurativa; scelta decisa, quindi, di cui si percepisce tutta la stabilità cercata nello squilibrio, parola che si sostituisce alla parola nella ricerca incessante e senza posa di penetrare la realtà, di romperla quasi, dopo vani tentativi di aprirla senza successo.
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#5    04 Settembre 2006 - 11:22
 
Leggo con grande piacere i testi di Davide su Liberinversi. Passerò con più calma appena possibile. Intanto un caro saluto.

fm
utente anonimo

#6    04 Settembre 2006 - 11:29
 
Ciao Francesco, ok, a leggerti presto.

Di riflesso volevo chiedere a Davide due cose per meglio inquadrare il discorso sulla sua poesia. La prima è che orientamento ha l'arte figurativa che realizzi, come si posiziona all'interno dell'arte contemporanea e la seconda, se hai avuto precedenti di scrittura poetica non in poema e cosa hai scritto.
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#7    04 Settembre 2006 - 14:28
 
Marco, con queste domande mi fai cadere nel “biografismo” che cercavo di glissare nelle mie considerazioni sul Vincent… Ad ogni modo, grazie del tuo intervento precedente, chiarificatore anche per me di certe cose.
Il rapporto con l’arte deve essere sempre contemporaneo. Il rapporto con la figura un riflesso poetico. Con la parola ho un atteggiamento fondante, nel senso di non-strumentale e organico. Per intendersi, la parola gabbiano per me si prolunga sempre sulle piume delle sue ali. Non sembri, questa, una bella frase poetica… La mia ultima mostra LATERRA DEL RIMORSO è stata un’istallazione, oggi video, in cui le figure di ulivi dipinti sulle pareti creavano lo spazio per l’intervento vocale, registrato, meccanizzato, ripetuto, in cui una mia poesia visiva (la poesia scritta come gli ulivi dipinti sui muri) era sussurrata tra cicale e mosconi. In questo modo la parola smaterializzata era visibile sulle pareti attraverso gli ulivi dipinti (quasi al limite del ideogramma). Un’operazione complessa nella descrizione ma molto immediata nell’impatto che libera i piani di appartenenza di ogni cosa, della poesia, della figura, del rumore, per sistemarli in un nuovo ordine. Ma ogni lavoro ha una sua storia e non ripete procedimenti analoghi. Diciamo che guardo lo spazio, il luogo, il contesto in cui mi inserisco e poi intervengo. Anche se si costruisce sempre al di sopra di sé, e così un lavoro che si espone in un luogo non è detto che non possa essere ricontestualizzato in un altro. Ma questo richiede nuova visione dello spazio.
Prendo dalla poesia (che per me è sempre visione) il suo aspetto migliore: il multiforme. Cerco di trasformarlo in una sonda del profondo. Così è per il colore. Ma non mi considero un pittore. E allora la scrittura che fino ad oggi mi ha caratterizzato è sempre stata una scrittura tesa a raccogliere visioni, come per i FONDALI DELL’OMBRA, un mio testo poematico nato come resoconto di un viaggio in terra etrusca.
Credo di essere stato troppo pesante e cerebrale… ma è difficile rispondere in poco alle tue domande, che comunque ti ringrazio di avermi rivolto. Altre cose verranno fuori dalla discussione, spero

Davide Racca
utente anonimo

#8    04 Settembre 2006 - 14:53
 
Marco in vece di Massimo... Massimo potrai perdonarmi? la testa non c'è...

Davide
utente anonimo

#9    04 Settembre 2006 - 15:21
 
Ad ogni modo, Massimo, qui di seguito allego alcune mie considerazioni sul colore. In questo modo rispondo più esaustivamente alla tua precedente domanda.


LA METRICA DEL COLORE


Il colore è arte e anti-arte, ordine e scarabocchio.

Il colore non crea, costruisce trasparenze.

Il colore emana idee, è sensibilissimo ed è un pozzo di visioni.

Nel colore cade ogni finalità e finalmente si apre la porta decisiva del puro mezzo, puro potenziale: libertà.

Dentro e fuori del gesto, del segno, della trasgressione (portata al limite esausto della sua forza), esiste un’unica grande ribellione: quella del colore contro se stesso.

Non più razionalismo e irrazionalismo, nessuna separazione tra coscienza ed esistenza, conscio e inconscio, pensiero e azione.

Fuori e lontano dal segno dimora questo mondo, antisimbolico e anticonico, materico e misterico del colore.

Nessuna linea-forza, nessuna linea-strutturale, nessuna linea-attiva esiste in sé.

In pittura qualità e quantità si annullano come una doppia negazione che si fa affermazione totale.

Mediazione è finalizzazione, è estrinsecazione dell’energia diretta, avvicinamento accecante agli impulsi primari.

Il colore va aldilà di ogni preciso riferimento all’oggetto e si getta nella luce del profondo.

La pittura è uno stato del colore, una condizione della sua materia.

La campitura sceglie e subisce i suoi movimenti fuori del segno e del significato nell’accesso alla conoscenza del mondo (come aver freddo o caldo, provare odio o amore, malinconia o gioia, cioè patire tutti i condizionamenti esterni e interni).

La pittura è colore, meno del colore, più del colore.

Il colore sta e va oltre il suo oggetto, cioè dentro e fuori lo spazio geometrico del tempo.

La pittura è l’improvvisazione costruita consapevolmente nei poli estremi e coincidenti del sempre e del mai.

La pittura non si sottrae al suo tempo, ma deve aprire le porte all’irriducibile antispettacolare.

La pittura non è solo visione, ma esperienza indefinita.

La figurazione nel colore deve mantenersi in uno stato potenziale, cioè di libertà, per poter esprimere tutta la sua intensità e durata nel flusso vitale.

Fuori ogni esigenza totale (totalitaria) dell’arte, fuori ogni approccio misurato (calcolato) dell’artista, la scelta non si pone più tra Io e Mondo, ma nella crepa che continuamente si apre tra Io-e-Io, e Mondo-e-Mondo, per lasciar essere la forma interna del colore voluta e involuta allo stesso tempo.

La pittura non è un’arbitraria astrazione di teorie o di colori assoluti (solo il bianco e il nero sono colori astratti di vuoto assoluto e assoluto pieno).

La pittura non finge la realtà, ma dilata la realtà stessa oltre la finzione.

Il colore è ascientifico, rigoroso, ed emozionalmente materico.

Il colore è suono e rumore allo stesso tempo: cioè contenitore di note e di lettere allo stato potenziale.

Il colore è fisiologico e metafisico.

Spazio e forma nella pittura sono silenzi referenziali della mente che abbraccia tutto come energia.

La pittura è la tensione alfabetica dell’intera gamma psichica che circonda il quadro: è aldiquà e aldilà del telaio: è l’aria nei suoi movimenti onnicomprensivi.

Il colore partecipa della realtà e ne è partecipato come istinto musicale e lirico del movimento.

Il colore è lo spazio limite di ogni cosa.

La pittura è l’ossessione ritmica del sentimento del mondo.

All’origine era una parola troppo luminosa per non essere luce e quindi intensità e densità di tutti i colori.

La pittura è movimento e contromovimento. Il colore ne è l’agente principale: poi viene l’artista.


Davide Racca


utente anonimo

#10    04 Settembre 2006 - 16:06
 
E’ difficile, forse impossibile separare la poesia di Davide Racca dalla memoria, più che dalle immagini stesse dei quadri di Van Gogh. Dalla memoria perché un’immagine di un quadro rimasta oltre il momento dell’incontro non è più se stessa. Mentre in poesia già traduciamo all’impronta leggendo, secondo il nostro codice visivo. Per una opera d’arte figurativa, forse no. Si difende di più dalla traduzione, almeno finché si rimane lì a guardarla, c’è ancora una differenza tra noi e la visione mentre essa pesca furiosamente nel nostro onirico. Poi diventa anch’essa memoria, meticciato, di se stessa e di altro, sonorità del colore, se la parola è il primo strumento e il suo primato un attimo dopo è conteso dall’immagine. E’ difficile quindi leggere separatamente dalla memoria emotiva dei colori, queste parole sull’emotività del colore, sull’emotività di quegli insiemi di poche coso e persone che dicono già nella disposizione lo stranimento, la diversità con un veemenza spaventosa. L’intensità è troppo forte per consentire il passo alla parola.
Ringrazio Davide Racca per aver ricordato che poesia e arte figurativa patiscono una sorellanza siamese.
Viviana
utente anonimo

#11    04 Settembre 2006 - 17:21
 
Grazie Davide per la tua spiegazione e per le tue considerazioni sul colore, giusto corollario alle tue poesie. E' curioso come il colore, qualità "estrinseca" degli oggetti, possa assumere un aspetto assolutamente predominante se inteso a livello di luce, senza la cui componente non è possibile osservare alcunché. Ma non solo: il colore è elevato a categoria di organizzazione del mondo e di lettura dell'ordine dell'universo. Mi viene in mente che anche la scienza contemporanea si affida sempre di pià alle percezioni cromatiche, affidando ad esse un valore e una funzione sempre più costruttiva e organizzativa: basta pensare alla geometria frattale, dove il colore è parte integrante della realizzazione delle figure complesse.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#12    04 Settembre 2006 - 17:41
 
Appena posso ti scrivo,
Davide dei testi. per il
momento saperti qui,
mi fa piacere anzi mi
riempie di gioia
come saperti in sud

effeffe
utente anonimo

#13    04 Settembre 2006 - 19:03
 
E un saluto anche a Francesco (Forlani) al #12 :) Bentornato su queste pagine.
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#14    04 Settembre 2006 - 19:32
 
una parola non è solo poesia. il colore non è solo pittura. è precisamente in questo che si cela la vertigine della comunicazione. la luce è la camera dei sette colori che la parola luce non contiene che sottoforma di astrazione fisica. ma quando si legge Nelly Sachs che scrive:

sprofondiamo attraverso mura di luce
dai sette colori

avviene un miracolo!

vorrei riportare una frase di Leonardo da Vinci (pittore, scienziato... chissà!) quando nel suo grande trattato scrive (e cito a braccio): la luce non elimina le ombre. l'ombra eliminano la luce. anche qui accade un altro miracolo.

Davide Racca
utente anonimo

#15    04 Settembre 2006 - 20:25
 
Tutto quello che hai scritto, Davide, compresa la citazione di Leonardo, mi ricorda (anche se c'entra forse relativamente) una citazione di Einstein, ripresa dal sensitivo torinese Gustavo Rol: [Einstein] alzando la mano e frapponendola tra la lampada e il tavolo, disse: «Vedi? Quando la materia si manifesta, proietta un'ombra scura, perché è materia. Dio è puro spirito e dunque quando si materializza non può manifestarsi se non attraverso la luce. La luce non è altro se non l'ombra di Dio.»
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#16    04 Settembre 2006 - 21:52
 
Il commento di Viviana coglie, in modo intuitivo, uno dei momenti più significativi della poetica (complessivamente intesa: scrittura e arti figurative) di Davide. Tutta la sua produzione è animata da una forza tellurica, primigenia, da un universo di anticipazioni che confluiscono, inconsciamente, nella definizione di un itinerario particolarissimo, inquadrabile in un’ottica che Emilio Villa avrebbe definito da “opera totale”: totale non in quanto sistema di segni definiti una volta per sempre, ma in quanto sguardo che si fa specchio dell’origine, ricerca del momento fondante, non per seguirne la metamorfosi in una forma che si cristallizza, quanto piuttosto il momento genetico che, pur tendendo, “naturalmente”, alla forma finita, non rinuncia alla traccia di alterità, a quel “substrato di ordine” che ogni magma caotico reca in sé come orizzonte, come tensione e, infine, come permanenza.

Davide è lettore e studioso di Villa, ma la ricezione della sua lezione non è un dato, un punto di approdo contemplato; è, invece, ogni volta, uno scoglio da superare, un grumo di intuizioni possibili tutte da verificare, uno specchio splendente da rovesciare per cavarne la sostanza d’ombra, e in ombra, che lo fa essere. C’è una consapevolezza teorica, inusuale, dietro la sua scrittura poetica e la sua produzione di artista figurativo, quasi che il suo compito si risolvesse tutto nel senso e nell’espansione di un poiein originario: far sì che l’immagine dica prima e più della parola, parlando, in quanto immagine, la lingua dei suoni; far sì che la parola dica prima e più dell’immagine, aprendosi agli alfabeti di un universo erratico tutto “immaginale”.

Una poetica complessa che fonda e riplasma materiali eterogenei della tradizione “alta”, insieme a frammenti di un reale disadorno, squassato, lacerato dalle contraddizioni della storia. “Vincent” è opera poetica di un autore maturo e assolutamente cosciente dei suoi mezzi, dell’urgenza del dire che lo pervade; ed è, non sembri un paradosso, una delle dichiarazioni di poetica più belle e convincenti che sia dato di leggere ultimamente: non metapoesia, ma eterogenesi intuitiva e formale che si dispiega in unità di scrittura e di segno, fino a che, attraverso immagini che spesso danno colore e sangue e movimento alla materia grezza, la parabola di Van Gogh diventa un canto totale alla poesia, all’umano nella sua espressione più tragicamente finita: un’oltranza continua di senso, con testi di grande fascino e apertura a una pluralità, anche discordante, come è giusto che sia, di “letture” possibili.

Se l’autore me lo permette, posterei un paio di testi nei quali, a mio modo di vedere, la confluenza di una materia alta e di reperti di un quotidiano lacerato, permette ai due ambiti di inverarsi a vicenda: la sostanza mitica diventa un presente da attraversare; e il presente, rispecchiandosi in un archetipo, si fa movimento verso le stimmate di ulteriori visioni. Da questo punto di vista, a mio modo di vedere, Davide si muove nell’orizzonte di ricerca all’interno del quale operano, pur su piani completamente diversi, e con risultati e esiti di ricerca assolutamente autonomi, altri due poeti che Liberinversi ha ospitato: Dome Bulfaro e Adriano Padua. E’ come se alcuni rappresentanti della poesia attuale, molto giovani tra l’altro, fossero andati a frugare, cercando maestri e figure di riferimento, in quegli anfratti, tra quelle radure dell'oblio dove dimorano autori dimenticati che, come Villa, ad esempio, non chiedono altro, nelle loro opere, che di essere superati: che qualcuno sviluppi e rovesci il saldo indiviso della loro quiete forzata, quel grumo di anticipazioni di cui erano portatori, fuori da ogni logica canonizzabile.

fm
utente anonimo

#17    04 Settembre 2006 - 22:35
 
Francesco, se l'autore sarei io, fà pure... posta tutte le poesie che credi. Io ti sto a guardare... solo con la voglia di apprendere. Ovviamente sono contento che abbia reso giustizia dell'intervento di Viviana.

D R
utente anonimo

#18    04 Settembre 2006 - 22:57
 
Da: “Giona”. Per voce e violino.



Dimenticarsi di noi passandoci davanti
Senza aver lasciato traccia. Un presagio
Di temporale o una macchia di sangue sfacciata…

Qui finisce la terra comune e l’orecchio
Ascolta il sangue che batte nella tempia.

Si tiene nell’ombra e quasi se la prende…

La cripta di sangue che unisce le vite
Scortica il pavimento, cade sempre più dentro,
Costruisce una bara
Nel ventre.

Si può cercare un Malgrado-Tutto!

La scorciatoia è sempre migliore
Dello scorsoio
o di questo acre odore di santità.

Ma si deve riprendere possesso,
Rivendicare le proprie forze?
Potere
È anche poter fare a meno…?

Sprecare il tempo a modellare un’argilla liquida
Per farne un calco a futura memoria
È sonante sconfitta…

Hai mai provato a stare
In piedi in un vuoto?
Quasi sperare
Che qualcosa muoia per tirarsi fuori


Da: “A FAUCI APERTE”

*

Dalla seconda classe, suites di lusso, clandestini,
il porto gira intorno le sue rotule di boa. Lo scheletro
di un cargo (le costole di lamiera) racconta a proprio
modo la storia delle anime.

*

Seminudi sbottonati seduti ai bagni pubblici
… enormi falli alle pareti smaltate istoriano
l’amore con pelurie stilizzate. Dentro, Ti amo
uno fa. E l’altro lo risucchia… Un corpo-
a-corpo che morde fino all’osso ogni giorno
partorisce una smorfia dai pesci a fauci aperte…

*

La traccia del sangue di una siringa vicino
al faro annida larve di zanzare che già domani
maturano nell’ago…

*

Il porto scivola addosso col sudore,
impregna la maglia, sgocciola
sui piedi, annera l’asfalto aprendo uno
specchio di insolazioni: parte la nave,
getta del cocco ai piccioni, grida
la madre… Mentre la fontana passa
una mano fredda sul collo, il perenne
mezzogiorno vaga la sua carne
verso l’ombra.
utente anonimo

#19    04 Settembre 2006 - 23:07
 
E' solo una mia esigenza di condivisione di qualcosa che mi è stato donato: perché negare a chi sta leggendo la possibilità di portarsi via con sé versi come questi? La loro eco che risuona come un lampo, come una profezia, come un ritratto sempre in anticipo sulla sua polvere?


"Sprecare il tempo a modellare un’argilla liquida
Per farne un calco a futura memoria
È sonante sconfitta… "

Un saluto a tutti.

fm
utente anonimo

#20    05 Settembre 2006 - 00:29
 
PAROLE SILENZIOSE di Emilio Villa

Sono incatenate finestre, sul fondale
Del mio cielo dischiuse
Le parole:
Disumante e mie.

Quando sono stanco di morire
In questa buia stanza
Prode mi dichiarano
Remote e lisce.

Ché in bocca de l'eternità
S'è accesa la parola del mio tempo,
E lieto sul fondo degli anni,
Come nella melma del naviglio
Acqua m'adagio; e passo.




LA VALIGIA di Alfonso Gatto

Porto la mia valigia di segreti,
l'ebbi da un nome che al passarmi accanto
s'ebbe il mio nome e proseguì la strada.
Ora son solo da una porta all'altra
per il viale torrido d'agosto,
m'arrendo per stanchezza al mio sorriso
con le mani stremate da quel peso.
"Patate...?", strizza l'occhio la vecchina
che si ferma a guardare. "No, carbone"
rispondo e prendo lena da quel fuoco.
Lascio la mia valigia di segreti
a un altro nome che al passarmi accanto
s'ebbe il mio nome e proseguì la strada.



D R
utente anonimo

#21    05 Settembre 2006 - 08:42
 
Cari Davide e Francesco (Marotta, questa volta), grazie rispettivamente per i post e per l'intervento critico che come sempre inquadra e definisce un'identità poetica, un percorso che si fa già chiaro per Davide, qui concordo, maturo ad un'età che non lo implica affatto.
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#22    05 Settembre 2006 - 10:30
 
Una bellissima carrellata di tutti i quadri che in nessun’altra galleria avrei mai potuto ammirare
scorre mentre leggo, allo stesso ritmo lento dei titoli di coda di un film drammatico e avvincente, e tutti insieme formano nella mia mente un unico immenso quadro con tutti i soggetti messi alla rinfusa seppur in un ordine folle e silenzioso. Rivedo e bevo tutti i colori intensi, violenti e allo stesso tempo dolci. Il giallo, il blu, il rosso predominano prepotentemente, fondendosi nel nero. Non mi appare il bianco, pur essendo presente. La tela è immensa quanto il firmamento e il mio sguardo spazia a trecentosessanta gradi. Il mare, il cielo, i campi, gli autoritratti sempre uguali e sempre ossessivamente diversi, i ritratti, gli indumenti, l’erba, gli iris bianchi e viola, i girasoli, le foglie avvizzite,i papaveri, i casolari..., sempre gli stessi oggetti, sempre anch’essi diversi, il silenzio struggente della sua stanza, il dolore esibito dell’orecchio mozzo e della sua anima tormentata, la sua sedia vuota, le spighe di “grano del mento”, le scarpe rotte e sofferenti, le guglie acute delle cattedrali che graffiano l’anima e la mente, per ritornare al mare, al cielo, al tutto, visto da un’altra angolazione, un altro sentimento, un’altra posizione, in continuo movimento, in un continuo rimescolare di intense sensazioni…
Sullo sfondo aleggia la figura “in piedi” di Vincent, come confidenzialmente lo chiama l’autore del poema, ombra presente, che mi osserva in silenzio solo apparentemente con lo sguardo allucinato e assente, perso in un vuoto brulicante di sentimenti dolci e angoscianti. In sovrimpressione, a caratteri luminosi, il lento scorrere della lettera al fratello Teo.
Grazie per la proposta, Massimo. Grazie a Davide Racca por il suo poema.
Sono stata banale? Non me ne volere,
ancora aracne.
utente anonimo

#23    05 Settembre 2006 - 12:19
 
che sia una terra senza versi
che sia un bacio senza bocca
che sia l'immenso senza il divenire
la luce e contorno del buio
e la notte ne domina un unico colore



La luce assassina il colore,l'anima
sfugge la luce perchè ne scruta gli arti,la voce,il tatto:i sensi sono
la materia dell'anima le crepe
che sondano le labbra e l'unione
che non lascia traccia questo
è DIO,non la menzogna che tesse
i fili di un perchè.


utente anonimo

#24    05 Settembre 2006 - 12:21
 
anche l'accento è un inutile cappello
a chiè stanco di portarlo,curvo
su un campo che non c'è con la terra
che è solo fangoe con la camicia
che è ha solo quadretti e foglie
per pantaloni.


Marcello
utente anonimo

#25    05 Settembre 2006 - 13:29
 
Sono appena rientrata da un viaggio che mi ha tenuta "geograficamente" lontana dal leggere Davide.
Ora invece, grazie a queste pagine, comincia l' altro mio viaggio. Un viaggio nella parola.
Così in poco spazio, in poche righe, trovo ciò che non si finisce mai di cercare, comincio a pensare le parole come luoghi dove incontrare volti. Forse dagli occhi grandi, eppure chiusi. O sbarrati.
La visione (lettura) di Davide è densa, intensa, Senza mediazioni. Si è persi e presi in un ondeggiamento di immagini che si formano e si confondono, e poi si disfano.....nel colore.
La parola è colore. Colore che impasta dignità e lamento, il tremendo e la felicità.
…….perché negare a chi sta leggendo la possibilità di portarsi via con sé versi come questi? La loro eco che risuona come un lampo……
Abbraccio i pensieri di Francesco, perché anch’ io sento un’ esigenza di condivisione: leggere questi versi è sottrarre bellezza, moltiplicarla per divisione.
Affondare nella parola (scoperta) è scoprire un percorso di viaggio, che più che essere guardato ci guarda fisso negli occhi con altri occhi infinti. Gli occhi di chi si osserva e osserva.
Queste parole divengono scialuppe, carri per un viaggio verso un luogo che non traduce l’ illusione, ma che è capace di risvegliare attrazioni sovvertitrici. Perché con la parola tutto può essere mutato. Anche il dolore diviene reversibile.
Le parole, per dirla con una espressione di Davide, hanno carne e ossa…….
utente anonimo

#26    05 Settembre 2006 - 14:23
 
Francesco, le tue parole sono state in qualche modo inattese per me (tanto più perchè mi hanno rivelato a me stesso... mi danno cioè una decisione e una fermezza che quando scrivo non percepisco mai... strano colpo!) e anche il tuo successivo passo di pubblicazione di altri testi... e poi di quei testi in particolare... mi ha lasciato senza parole. Quindi ho sentito di dover intervenire con l'aiuto e le parole di altri poeti come Alfonso Gatto ed Emilio Villa (poeti che amo molto e che spesso mi vengono in soccorso come dei santi).

Massimo, dalle tue considerazioni mi preme dire qualcosa sulla maturità in poesia. Ogni poesia è una prova a se stante. Ogni prova una lotta con le parole. La maturità risiede secondo me nel fatto di essere all'altezza della propria lotta e della propria visione. Non all'altezza della forma-poesia. Perchè ci sono poeti che trovano la loro formula precisa e si fermano lì. Altri che cercano sempre nuove forme. Altri che travalicano le forme verso l'informe. Altri che (come Dylan Thomas in Vision and Prayer, ma molti altri prima e dopo di lui...) fanno della poesia una forma...

Aracne, ti ringrazio della tua simpatia... la tua intuizione filmica non è sbagliata. Ogni pezzo del poema può essere considerato un frame della pellicola "Vincent-si-gira".
utente anonimo

#27    05 Settembre 2006 - 15:42
 
Una piccola intrusione - non me ne vogliano Davide Racca e i curatori del blog - per invitare tutti a partecipare al gioco/discussione sui festival di poesia: FESTIVALGAME

http://lellovoce.altervista.org/article.php3?id_article=431

un rapido saluto a tutti,

Luigi Nacci
utente anonimo

#28    05 Settembre 2006 - 16:27
 
Saluto "Aracne", Marcello e Luigi. Ringrazio Davide per la risposta al #26. Concordo con te sul fatto che il termine maturità è spesso utilizzato con leggerezza.

Non capisco invece chi è l'autore del #25. Forse mi sono perso qualche pezzo.
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#29    07 Settembre 2006 - 10:29
 
Complimenti vivissimi a Davide Racca che non conoscevo.

E un "saluto" ai commentatori "storici" di Liberinversi... E' la latitanza che ci accomuna tutti e ci affratella...

Mal 470
utente anonimo

#30    07 Settembre 2006 - 10:56
 
Uhei, Mal, vieni a proposito. Grazie del passaggio, ma colgo l'occasione per ringraziare ancora Davide per la presenza, come testo e come persona e tutti quelli che sono intervenuti. Quanto ai commentatori "storici", si sa che non si può pretendere la presenza sempre su un blog. La speranza è che ci sia almeno sempre un ritorno di tanto in tanto.
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#31    07 Settembre 2006 - 11:51
 
Mi sono perso il mio corregionale, ma me lo son letto dopo che compariva su liberinversi già un altro post.

Convengo con Francesco Marotta, che già mi aveva accennato di questo giovane poeta, dicendone un gran bene.
Non sparei come dire, ma nei suoi frammenti lirici (che poi sono quadri di quadri, mirabolanti mise-en-abime, senza voler essere meta- come si faceva notare) mi ci ritrovo. Assai.

un caro saluto

voc (rigorosamente minuscolo)
utente anonimo

#32    07 Settembre 2006 - 13:27
 
Ciao voc (minuscolo): grazie per l'intervento. Un caro saluto a te.
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#33    07 Settembre 2006 - 18:03
 
ritrovarsi... ricercarsi. scoprirsi (anche solo e puramente nel senso di spogliarsi)... e mistificarsi, perdersi, ricoprirsi... non senza demoni... questi credo che siano momenti fondamentali della poesia...

nel collasso della comunicazione penso che ciò che "resta" di non detto, di taciuto, fuori dalle informazioni... lo dicono i poeti (che di questo restante, di questo ecceduto, di questo superfluo fanno sovversione... il fondamento di una visione e la visione di un fondamento).

Grazie Massimo a te a voc e a Mal 470

D R
utente anonimo

#34    08 Settembre 2006 - 18:11
 
arrivo tardi, ma volevo personalmente ringraziare Francesco Marotta perché i suoi interventi fatti quest'anno, se rinuniti, danno una chiara percezione del valore della giovane e meno giovane poesia italiana.

gugl
utente anonimo

#35    09 Settembre 2006 - 13:13
 
Non posso che concordare, Stefano: sarebbe davvero il caso di riunire questi interventi inun volume, sarebbe un favore alla letteratura come comprensione tout court.
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#36    09 Settembre 2006 - 18:46
 
se n'è già parlato. meglio intanto archiviarli tutti insieme e vedere che effetto che fa; sì, ma chi lo fa?

gugl
utente anonimo

#37    09 Settembre 2006 - 18:49
 
Stefano, sai che molta parte dei commenti sono qui in liberinversi, quindi potrei occuparmene io almeno per le parti qui contenute, tuttavia il tempo stringe e al momento non mi trovo nella possibilità di farlo. Rimane comunqe cosa di cui condivido la necessità.
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